Dossier: Il Vaticano e la Nuova Carta degli operatori sanitari

Nuova Carta degli operatori sanitari edita dal Vaticano

La Nuova Carta degli operatori sanitari edita dal Vaticano!

Durante la presentazione della Giornata mondiale del malato (istituita 25 anni fa da Giovanni Paolo II) e celebrata l’11 Febbraio è stata presentata la Nuova carta degli operatori sanitari: un vademecum rivolto non solo a medici, infermieri ed ausiliari, ma anche a legislatori in materia sanitaria, farmacisti, biologi ed amministratori, tutti gli “addetti al lavoro” sanitario che:

“desiderano lavorare in armonia con gli insegnamenti di Cristo e con il Magistero della Chiesa.”

Il testo è un aggiornamento della prima versione pubblicata nel 1995 curata dal pontificio Consiglio per gli operatori sanitari. La sostanziale novità del testo rispetto la prima edizione è l’introduzione del concetto di giustizia sanitaria.

Come è strutturata la Carta?

All’interno di questo vademecum troviamo tre sezioni dedicate a “Generare”, “Vivere”, “Morire”; gli spunti che scaturiscono da tale scritto sono molteplici, ecco perché mi sembra opportuno soffermarci ed analizzare criticamente ogni sezione, conferendo ad ognuna di esse adeguato tempo, risonanza e (nella misura del possibile) approfondimento.

Generare – Sezione della Nuova Carta degli operatori sanitari edita dal Vaticano

in riferimento a tale concetto, la Nuova Carta rispetto all’edizione precedente, prende una posizione definita riguardo il congelamento del tessuto ovarico, ritenuto una risposta eticamente sostenibile nel caso di terapie oncologiche che possono alterare la fertilità della donna.

Cominciamo con lo spiegare brevemente di cosa si tratta: la crioconservazione del tessuto ovarico umano è una procedura utilizzata per preservare la fertilità delle donne o delle adolescenti che devono intraprendere i trattamenti di chemio eo radioterapia per la cura del cancro.

Come è noto in oncologia, l’impiego di tali trattamenti presenta numerosi effetti collaterali, uno dei quali è la possibile perdita temporanea o completa, del potenziale di fertilità femminile, noto come insufficienza ovarica prematura.

La metodologia di preservazione della fertilità prevede la conservazione del tessuto corticale dell’ovaio (prima dell’esposizione agli agenti gonadotossici) il quale, dopo remissione della malattia, viene scongelato ed auto-trapiantato nella donna, al fine di ripristinare la potenzialità riproduttiva.

I parametri della Santa Sede

Fin qui tutto bene.
Ma adesso mi si permetta un intervento mefistofelico: qual è il protocollo da seguire o NON seguire (stando ai parametri sopra citati) per le PAZIENTI NON ONCOLOGICHE?

Cosa vieta alle pazienti “non-oncologiche” di interessarsi alla preservazione della fertilità? Mi riferisco a tutte le pazienti aventi malattie autoimmuni (pensiamo al lupus eritematoso), o pazienti con condizioni genetiche associate ad una prematura interruzione dell’attività ovarica; per non parlare di patologie benigne che tuttavia richiedono ovariectomia. Ad oggi, circa il 20% delle pazienti che richiedono tecniche di preservazione della fertilità risultano “non-oncologiche”.

Non serve un’ermeneutica filosofica che ci traduca il pensiero (che confluisce in una linea d’azione) posseduto dalla Santa Sede. La domanda è: quale deve essere invece la linea d’azione di un comune operatore sanitario di religione cattolica?

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Cerchiamo riparo nel Codice Deontologico dell’infermiere

Capo I – Principi e valori

Art. 1 “L’infermiere è il professionista sanitario che nasce, si sviluppa ed è sostenuto da una rete di valori e saperi scientifici. Persegue l’ideale di servizio. E’ integrato nel suo tempo e si pone come agente attivo nella società a cui appartiene e in cui esercita”.

Art. 6 “L’infermiere si impegna a sostenere la relazione assistenziale anche qualora la persona manifesti concezioni etiche diverse dalle proprie. Laddove la persona assistita esprimesse e persistesse in una richiesta di attività in contrasto con i principi e i valori dell’infermiere eo con le norme deontologiche della professione, si avvale della clausola di coscienza rendendosi garante della continuità assistenziale”.

Penso che non ci sia risposta più chiara di questa. Nel confronto-scontro tra “La Nuova Carta degli operatori sanitari ” edita dal Vaticano, ed il “Nuovo Codice Deontologico infermieristico” la coscienza professionale dell’infermiere ha un percorso ben tracciato da seguire.

Nel prossimo pezzo tratteremo la seconda sezione della Carta: “Vivere”…

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Esperta di bioetica e neuroetica, web writer. Particolarmente affascinata a conferire valore a ciò che la moltitudine delle persone considera inutile e ad acquisire sapere non riconosciuto ufficialmente come conoscenza.

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