Testimonianza in PS: non è colpa del personale ma della maleducazione

In un messaggio diretto e senza filtri, un cittadino attivo, racconta le dodici ore trascorse in un pronto soccorso italiano, tra disordine, esasperazione e degrado civico. La sua testimonianza, diventata virale, non punta il dito contro il personale sanitario, ma contro un sistema saturo e un’utenza spesso ingestibile, ricordandoci che l’emergenza non è solo clinica, ma anche culturale.

Una lettera di consapevolezza nel caos dell’utenza in PS

Sicuramente riceverò diverse critiche, ma lo devo scrivere, non bisogna nascondersi né seguire il gregge: ho passato 12 ore al pronto soccorso, un massacro! Ma non solo “colpa degli operatori”, anzi!

Inizia così il racconto di Sinuè Basciu, presidente di una piccola associazione promotrice del territorio di Borgo Satino, che ha deciso di denunciare pubblicamente il caos vissuto in prima persona in una delle tante giornate infernali nel Pronto Soccorso del Goretti, in provincia di Latina.

Un’esperienza che, al di là delle tinte colorite e delle esasperazioni stilistiche, fotografa bene ciò che infermieri e medici denunciano da anni: i pronto soccorso sono diventati luoghi ingestibili, spesso trasformati in sfoghi sociali più che in spazi di cura.

Un moscerino nell’occhio, una puntura di zanzara, gente da Terracina, Sabaudia, Frosinone, Cisterna e chi più ne ha più ne metta! Una maleducazione inaudita, bimbi che corrono, strillano, strappano cartelli, rovesciano bottiglie d’acqua a terra, gente in costume, altre in perizoma, chi in tenuta ginnica, altre che fanno finta di vomitare, un altro che beveva l’acqua e sputava a terra come se nn ci fosse un domani…”

Basciu parla di maleducazione diffusa, di codici bianchi che affollano i corridoi, di pazienti accompagnati da intere famiglie, di rumori, odori, disordine e aggressività. Scene che non sono isolate, ma ricorrenti ovunque nel Paese.

Una degenerazione dell’attesa e della gestione che, oltre a rendere invivibili gli ambienti, compromette l’efficienza dei percorsi di cura. Il paradosso? Lamentarsi del sistema mentre lo si sabota dall’interno, trasformando un servizio sanitario in un’arena.

“Per un malato 5 familiari al seguito, donne incinte che fanno fatica ad avere la precedenza, 4/5 pazzi che vagano in continuazione tra una porta di sicurezza e l’altra, anziani seminudi, ambulanze a rotta di collo, auto che salgono sulla rampa solo per non fare fare 2 passi alla moglie, che nel frattempo scende stile attrice di Hollywood, il pubblico seduto nelle sedie dove da regolamento ci dovrebbero stare solo i pazienti o al max chi accompagna con la 104, una puzza di uova marce che non vi dico… Ed è meglio che nn continuo… Una stalla piena di persone maleducate e prepotenti… Poi ci chiediamo perché le attese sono così lunghe: si passa più tempo a litigare con i ciucci che a curare i malati

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Lunghe attese in PS e accessi impropri

Ma poi il tono cambia.

Poco personale? Si, ma quelli che c’erano mi hanno fatto pena, vi giuro! Tutti sudati a correre da una parte all’altra senza riuscire a smaltire la gente, le barelle che arrivavano fuori… Ho praticamente fatto 2 turni insieme a questi ragazzi, e vi giuro che non ho avuto coraggio di dire A! Non ho avuto il coraggio di arrabbiarmi per la lunga attesa, anzi! Nel rendermi conto di quello che stavano subendo, quando è stato il mio turno sono entrato con “per favore” e “grazie”, gli ho augurato buon lavoro ma mi hanno preso per un alieno, ho capito che non erano abituati alla gentilezza.”

Basciu riconosce la fatica degli operatori. Racconta di aver osservato per ore il personale sanitario arrancare tra barelle e insulti, schiacciato tra la carenza cronica di organico e una marea di utenza fuori controllo.

E conclude con un invito alla gentilezza e al rispetto: non solo verso la figura dell’infermiere o del medico, ma verso la persona che sta dietro quel camice. Un appello raro, in un’epoca in cui la pazienza è breve e il pronto soccorso sembra diventato il bersaglio facile di un disagio molto più profondo.

Ho voluto lasciare questa testimonianza per chiedere più rispetto per queste persone, perché di persone si parla e non robot… La carenza di personale nn si può attribuire a chi ci riceve ed è costretto a prendersi insulti di ogni genere. Capisco anche che ci sono persone educate che diventano stremate per l attesa: così facendo sicuramente non li aiutiamo e non ci aiutiamo. Rispetto per infermieri e dottori

Redazione Dimensione Infermiere

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