La depressione, insieme ad altre patologie psichiatriche, si candida a diventare una delle principali piaghe sociali dei prossimi decenni. Studi recenti suggeriscono come l’uso di sostanze psichedeliche contenute in alcuni funghi allucinogeni possa offrire benefici clinici a una parte dei pazienti affetti da depressione.
Alcune evidenze indicano, inoltre, che l’effetto terapeutico osservato non sarebbe attribuibile esclusivamente alla sostanza in sé, quanto piuttosto alla soggettiva esperienza mistica o di profondo significato vissuta dal paziente durante il trattamento.
Indice
Come i funghi allucinogeni sembra che curino la depressione
Attualmente si stima che fino a 280 milioni di persone nel mondo soffrano di una delle diverse forme di disturbo depressivo, collocandolo tra le principali cause di disabilità nei Paesi ad alto reddito. Per questo motivo la ricerca scientifica è impegnata nello sviluppo di strumenti sempre più efficaci per contrastare questo fenomeno.
La depressione, infatti, non è soltanto una malattia di natura biosistemica, ma una condizione che coinvolge l’essere umano nella sua dimensione più profonda, con un livello di sofferenza tale da ripercuotersi inevitabilmente anche sulla sfera sociale e familiare della persona che ne è colpita.
Tuttavia, tra i filoni di ricerca più promettenti, numerosi ricercatori e neuroscienziati stanno approfondendo le caratteristiche, gli effetti e persino le implicazioni socioculturali dell’impiego di sostanze allucinogene, in particolare dei funghi psichedelici, nel trattamento della depressione.
I cosiddetti “funghi magici”, storicamente associati a un’epoca di libertà e sperimentazione tra gli anni Sessanta e Settanta, sembrano oggi aver riconquistato una nuova e inattesa legittimità, se non sul piano sociale, quantomeno su quello clinico e scientifico.
Tra le terapie psicofarmacologiche di tipo psichedelico, una sostanza di particolare interesse è la psilocibina, contenuta in alcuni funghi appartenenti ai generi Psilocybe e Stropharia, specie presenti anche sul territorio italiano.
L’assunzione di psilocibina determina un effetto neuromodulatore del sistema serotoninergico, con un’azione su diverse reti cerebrali coinvolte nel controllo esecutivo, nel senso del Sé e nei circuiti neurobiologici correlati alla regolazione dell’umore e dell’ansia.
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Quando è il “trip” a farti guarire
Gli studi confermano come, sottoposti a queste sostanze, molti pazienti, ovviamente scelti per ragione di policy, con diagnosi infausta di malattia terminale o di depressione resistente ad altre terapie farmacologiche, presentano dei miglioramenti significativi nel tono dell’umore e nei livelli dei sintomi depressivi con 1 o 2 somministrazioni, che durano per 6 mesi.
Un editoriale pubblicato su Journal of Psychopharmacology raccoglie le impressioni di due importanti studi che hanno dimostrato la correlazione tra la somministrazione di psilocibina e la riduzione dei sintomi della depressione: ma ancora più formidabile dell’uso di allucinogeni per curare la depressione è il fatto che l’effetto terapeutico sostanziale sia fortemente correlato alle esperienze mistiche e spirituali che vivono i pazienti. Esperienze che in altri contesti vengono chiamati gergalmente “trip” e caratterizzata da profonde alterazioni della percezione, della cognizione e del senso del sé.
Summergrad, come unico autore, correla direttamente queste esperienze con la risposta clinica e mediata in molti degli item misurati con scale di valutazione validate per misurare i livelli di sintomi depressivi e umorali.
Ma anche altri ricercatori, in diversi altri studi riportano come le esperienze soggettive dei pazienti dimostrano chiaramente che i miglioramenti negli atteggiamenti verso la morte siano frutto dell’esperienza di una profonda e significativa esperienza spirituale dichiarandole tra “le più profonde e significative della loro vita“.
Esperienze mistiche correlate a effetti anti-depressivi
E anche se la ricerca sembra promettere risultati rilevanti, è doveroso ricordare che la correlazione (ovvero la co-presenza di due variabili), non coincide necessariamente con la causalità (intesa come un rapporto diretto di causa-effetto).
In assenza di certezze definitive, al momento non è possibile affermare con assoluta sicurezza fino a che punto i benefici osservati siano attribuibili alla potenza delle esperienze mistiche vissute, ai cambiamenti neurofisiologici indotti dalla psilocibina durante il suo effetto, oppure ad altri meccanismi ancora sconosciuti.
D’altro canto, non si può ignorare come questi vissuti di profondo significato e di percepita guarigione, che hanno accompagnato esperienze descritte come fortemente spirituali, si siano rivelati mediatori della risposta clinica in entrambi gli studi condotti con rigore metodologico.
Proprio per questo, tali esperienze risultano rilevanti non solo come possibili strumenti terapeutici, ma anche come fenomeni degni di essere compresi in sé, e quindi meritevoli di ulteriori approfondimenti e riflessioni scientifiche.
La ricerca in Italia e le questioni culturali
Finanziato con fondi del PNRR, autorizzato dall’AIFA e coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, anche in Italia alcune realtà ospedaliere stanno sperimentando l’uso della psilocibina nel trattamento della depressione resistente ai farmaci.
Un campione di 68 pazienti, inseriti in un setting rigidamente controllato, permetterà di valutare anche nel nostro Paese gli effetti di questa sostanza psichedelica sulla patologia depressiva. Ma è ancora presto per saperne di più in quanto lo studio prevede due anni di osservazione prima di pubblicarne i risultati.
Eppure, potrebbe essere il momento in cui, anche in Italia, dopo l’introduzione della cannabis, anche i cosiddetti “funghetti magici” inizino a transitare da uno scopo prevalentemente ricreativo o, nel migliore dei casi, sperimentale a quello più socialmente e culturalmente sostenibile: l’impiego terapeutico.
Alla luce dei risultati promettenti emersi dai numerosi studi (in fondo tra le fonti alcuni di questi), è plausibile immaginare che, nel giro di pochi anni, ciò che oggi appare come un’assurdità possa trasformarsi in una pratica clinica riconosciuta, accettata e accessibile a chi ne abbia realmente bisogno.
Fonti scientifiche dell’articolo:
- Summergrad P. Psilocybin in end of life care: Implications for further research. J Psychopharmacol. 2016 Dec;30(12):1203-1204. doi: 10.1177/0269881116675758. PMID: 27909168.
- Lebedev AV, Lövdén M, Rosenthal G, Feilding A, Nutt DJ, Carhart-Harris RL. Finding the self by losing the self: Neural correlates of ego-dissolution under psilocybin. Hum Brain Mapp. 2015 Aug;36(8):3137-53. doi: 10.1002/hbm.22833. Epub 2015 May 22. PMID: 26010878; PMCID: PMC6869189.
- Dawood Hristova JJ, Pérez-Jover V. Psychotherapy with Psilocybin for Depression: Systematic Review. Behav Sci (Basel). 2023 Mar 31;13(4):297. doi: 10.3390/bs13040297. PMID: 37102811; PMCID: PMC10135952.
Autore: Dario Tobruk (seguimi anche su Linkedin – Facebook – Instagram – Threads)
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