Per celebrare la Giornata dell’Infermiere 2026, potremmo ricordare che, anche per quest’anno, l’unica risposta concreta della politica e del Governo nazionale per risolvere l’annosa questione infermieristica è stata… “fare l’indiano”. Un abile gioco delle tre carte in cui, con una mano ti mostrano ciò che vuoi e con l’altra ti rifilano un bel “due di picche“. Ma l’importante è avere la Giornata dedicata…
Indice
Anni di elogi, decenni di inerzia
Oggi è il 12 maggio. Per la quattordicesima volta nella mia carriera, ricorre la Giornata Internazionale dell’Infermiere. E nonostante non sia più un primo pelo di infermiere continuo a ripetermi speranzoso che questo sarà l’anno giusto, “…me lo sento, ora cambia tutto. Deve cambiare!“
Si moltiplicano i post celebrativi, le locandine tematiche e i lunghi articoli rilanciati sui social (come del resto è questo).
Dirigenti e politici si stringono la mano, rilasciando dichiarazioni sull’importanza di migliaia di donne e uomini che ogni giorno “si prendono cura della salute con dedizione e professionalità”.
Tutto molto suggestivo, ma tremendamente scollegato dalla realtà. Una realtà distopica che nemmeno gli sceneggiatori di Black Mirror riuscirebbero a rappresentare nella sua assurda verità.
L’infermiere non ha bisogno di una pacca sulle spalle all’anno. A furia di pacche si è slogato le articolazioni; la schiena brucia, ma chiedere malattia è un tabù: significherebbe costringere un collega a un salto riposo forzato, magari proprio chi ha appena avuto un figlio. Così, anche questo 12 maggio, ci si sacrifica, incassando elogi che cadono nel vuoto.
Di cosa ha realmente bisogno la professione?
Piuttosto che l’ennesima giornata di ringraziamenti preferirei un piccolo aumento all’anno. Un giorno di ferie. Magari dei piccoli bonus. Come del resto ricevono milioni di altri lavoratori di decine di altri settori che ogni giorno producono in Italia il famoso PIL con cui i telegiornali mostrano se l’Italia sta crescendo o meno.
Non ringraziateci più che tanto non ci serve. L’infermiere ha bisogno di turni sostenibili, stipendi dignitosi, organici completi, tutele giuridiche e sicurezza sul lavoro. Ha bisogno di prospettive di carriera reali.
È tempo di dire la verità: il Sistema Sanitario Nazionale si regge sulla resilienza di chi è rimasto. Su chi lavora oltre lo stremo, anche dopo aver subito aggressioni fisiche o verbali durante un turno di notte.
Ma quanto potrà resistere ancora? I numeri sono impietosi: le iscrizioni ai corsi di laurea crollano, il tasso di abbandono sale, l’età media avanza e le dimissioni aumentano.
Il burnout non è più un rischio, è un compagno di corsia. Chi resta è costretto a coprire ruoli che non gli competono: burocrazia, funzioni improprie e mansioni distanti dall’assistenza clinica.
Solo in Piemonte mancano 6.000 infermieri; in Lombardia le stime oscillano tra i 2.000 e i 9.000. Il turn-over è ormai un’illusione che accomuna l’intera Penisola. E le soluzioni proposte rimangono imbarazzanti.
Bene, certo, le Lauree Magistrali ad indirizzo clinico ma se non si parla anche dei “sporchi sghei” non si andrà tanto lontano…
La “Non-Soluzione”: l’importazione di personale
Non si tratta solo di fare “orecchie da mercante” o di istituzioni che fingono di non vedere, nascondendosi dietro encomi di facciata per evitare interventi strutturali.
Che il Governo voglia fare l’indiano è tanto preso sul serio che ne volevano reclutare diecimila, 10.000 infermieri indiani che tanto in India ne hanno 3,3 milioni che sarà mai toglierne qualcuno!
Si parla di importare professionisti dall’estero come se bastasse reclutare forza lavoro a basso costo per salvare un sistema al collasso.
Si gioca al ribasso, ignorando le regole del libero mercato proprio quando dovrebbero favorire il valore del professionista. Quando tocca all’infermiere essere valorizzato, la politica dimentica improvvisamente i principi liberali.
Tappare i buchi con “pezze d’importazione” non può funzionare se il tessuto è lacerato. Un sistema complesso richiede professionisti esperti e culturalmente competenti. Con tutto il rispetto, operatori extracomunitari — pur validi tecnicamente — si scontrano con barriere linguistiche e culturali che limitano la presa in carico globale del paziente.
Festeggiamo, dunque. In fondo potrebbe andarci peggio: potremmo voler essere noi a voler emigrare in India un giorno di questi.
Manuale di Infermieristica di Famiglia e di Comunità
Costruire ben-essere nella comunità locale
Di Infermieristica di Famiglia e di Comunità si parla in Italia dai primi anni del 2000.Da allora, molto si è dibattuto intorno a questa professionalità e al suo ruolo, cercando di farne emergere le possibilità operative e l’integrazione con le altre figure e funzioni della rete formale dei servizi, fino a quando la pandemia ci ha drammaticamente mostrato tutta l’inadeguatezza della risposta sanitaria a livello territoriale.Sono stati anni bui, dai quali abbiamo imparato che la difficoltà di accedere all’ospedale, sul quale poggia tutto il sistema, crea un cortocircuito a danno degli operatori, ma soprattutto dei cittadini, portatori di bisogni sia sociali che sanitari. Tuttavia l’emergenza sanitaria ha consentito di attivare riflessioni intorno al problema delle cure primarie e della funzione di gate keeping che il territorio dovrebbe svolgere. Le recenti norme legislative di riorganizzazione del si-stema territoriale hanno per la prima volta delineato un profilo specifico per l’Infermiere di Famiglia e di Comunità.Il presente volume è il primo manuale davvero organico e completo per l’Infermiere di Famiglia e di Comunità, e sarà di certo una risorsa preziosa- per gli studenti che intraprenderanno un percorso formativo in cure territoriali e in Infermieristica di Famiglia e di Comunità- per chi partecipa a concorsi- per i professionisti, non solo infermieri, che vorranno volgere lo sguardo verso nuovi orizzonti.Guido LazzariniProfessore di Sociologia dell’Università di Torino, docente di Sociologia della salute nel Corso di Laurea in Infermieristica.Tiziana StobbioneDottore di ricerca in Sociologia, Scienze organizzative e direzionali. Bioeticista. Professore a contratto d’Infermieristica presso la Scuola di Medicina dell’Università di Torino.Franco CirioResponsabile per le professioni sanitarie della Centrale Operativa Territoriale di Governo della continuità assistenziale e dei Progetti innovativi a valenza strategica dell’ASL Città di Torino.Agnese NataleSi occupa di ricerca, formazione e operatività nell’ambito della partecipazione e dell’empowerment di gruppi e persone in condizione di svantaggio.
Guido Lazzarini, Tiziana Stobbione, Franco Cirio, Agnese Natale | Maggioli Editore 2024
34.20 €
Nonostante tutto, noi ci siamo
Intanto, nelle corsie, nei domicili e nei pronto soccorso, l’infermiere resta. È colui che accoglie, ascolta e cura. È chi colma le lacune del sistema, pianifica la terapia e si fa carico del percorso di salute del paziente, anche quando quest’ultimo non ha più la forza di lottare.
Oggi non basta un “grazie” e non serve scomodare Florence Nightingale (che probabilmente, vedendo la situazione attuale, perderebbe l’aplomb inglese).
Non basta un post su Instagram con lo sfondo blu. Serve una presa di posizione netta: o si investe realmente nella professione, o ci si rassegna al disfacimento del SSN. Perché senza infermieri, semplicemente, la sanità non esiste. E ogni anno che passa la resilienza scricchiola, l’etica si annichilisce al buio della delusione e la vocazione è scappata da molti anni.
Non rimane molto tempo. Noi vi abbiamo avvisati. E questo è il decimo anno che lo facciamo (tanti auguri DimensioneInfermiere.it, stai diventando grande).
Autore: Dario Tobruk (seguimi anche su Linkedin – Facebook – Instagram – Threads)
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