Gruppo Facebook Mia Moglie chiuso grazie a un’infermiera

Dario Tobruk 27/08/25
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Il gruppo Facebook “Mia Moglie” è stato chiuso dopo la denuncia di un’infermiera che ha scoperto la condivisione di foto intime senza consenso. Una vicenda inquietante che riaccende il dibattito su privacy, rispetto e cultura del consenso.

Il Gruppo Facebook Mia Moglie

Il gruppo Facebook “Mia Moglie” era praticamente nascosto alla luce del sole: fidanzati, compagni e mariti postavano le foto intime delle loro partner chiedendo commenti allusivi ai 32.000 membri di gruppo aperto e accessibile a chiunque.

Pertanto, non è stato difficile per l’infermiera scovare questo gruppo e denunciare il tutto per interrompere l’assurdo insulto alla fiducia e al rispetto di centinaia di donne ignare di essere state esposte dai loro compagni.

Federica, l’infermiera che ha denunciato per prima il gruppo Facebook “Mia Moglie”, non vuole pubblicità e nell’intervista al Corriere della Sera specifica: “Chiariamo una cosa, per favore. Al centro dev’esserci il problema, non io. Non cerco visibilità. Quello che ho fatto l’ho fatto per coscienza civica personale. È stato un piccolo gesto e onestamente non mi sarei mai aspettata che diventasse una questione internazionale. Ma va bene così, sono contenta di aver dato il mio contributo“.

È stato per pura casualità che uno dei post è arrivato sul feed della collega toscana: una foto intima e la richiesta del marito di esporre pure commenti sulla nudità della moglie con tanto di commento “Che ne pensate?“.

Da lì, Federica è risalita al gruppo che, a quanto pare, era anche aperto a tutti, e quando ha scoperto cosa stava succedendo e chiesto direttamente al social di chiudere la pagina.

Eppure, nonostante la denuncia al social alla richiesta della giornalista che la intervista, Federica è ancora sbigottita: “Non ho avuto riscontri, ma ho detto alle mie amiche di segnalarla anche loro. Così ho scoperto che un’amica l’aveva già segnalata e Facebook le aveva risposto che non c’era nessuna violazione delle loro linee guida, dicevano“.

Denuncia alla Polizia Postale

Dopo che neanche Facebook le aveva dato ragione, l’infermiera si è rivolta direttamente alla Polizia Postale, ma anche qui senza successo.

È così che si è trovata costretta a saltare le istituzioni e rivolgersi direttamente ai social della scrittrice Carolina Capria, “che seguo via Instagram e che ha tanti follower. Le ho scritto per dirle: aiutami anche tu a segnalare questa pagina“. Lei lo ha fatto e il giorno dopo il caso è letteralmente esploso.

Da lì, lo scandalo sta attraversando varie fasi di risposta dell’opinione pubblica: dalle offese alle attiviste social che hanno lottato per la chiusura del gruppo Facebook “Mia Moglie”, fino ai riflettori internazionali della vicenda, che è arrivata anche nel mondo anglosassone.

Eppure, da questa vicenda, l’infermiera che ha fermato il gruppo “Mia Moglie” non sta cercando fama e celebrità, tanto che non è facile risalire alla sua identità.

E visto che lei stessa non lo desidera, pensiamo sia giusto non farlo. A lei interessava fare ciò che riteneva giusto: “Che sensibilità è, se poi puoi fare qualcosa e non la fai? Questo è stato il punto di partenza: potevo fare quel piccolo passo e l’ho fatto“.

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Uomini: una questione di educazione sentimentale?

L’intervista si chiude con un dubbio legittimo sulla situazione ancora attuale del comportamento di molti uomini, a cui non sembra affatto di aver mancato di rispetto a centinaia di donne.

Come sostiene l’intervistata: “Quello che mi spaventa è la questione culturale. Non si parla di uomini malati, si parla di uomini che non hanno consapevolezza del disvalore delle loro azioni. È un problema profondo, e purtroppo temo che non si risolva chiudendo un gruppo Facebook“.

Attualmente sono in corso le indagini, ma non sarà facile dirimere le posizioni di ogni singolo membro del gruppo.

In base alle reazioni social, l’opinione pubblica si divide tra giustizialisti e garantisti: c’è chi vorrebbe mettere al palo ogni membro, e chi segnala la possibilità che anche molte delle donne esposte fossero consenzienti nella decisione di condividere quelle foto. E di certo non è escluso che, almeno in parte, ciò non sia vero.

Il fatto è che, in molti altri casi, o anche se fossero una minoranza, il rischio concreto è che molte donne siano state esposte senza il proprio consenso e che, pertanto, siano state prevaricate e violate nella loro privacy e dignità. In assenza di meccanismi di espressione del consenso della donna, è facile presuppore l’ipotesi.

Per quanto sia possibile ragionare a freddo su un simile comportamento, è quindi davvero difficile parlare di “goliardata”.

Né, d’altro canto, “mettere al rogo tutti i membri” rappresenta una giusta reazione. Si rischia che da tutto questo non ci si porti a casa nulla di buono.

Non è solo una questione culturale: è anche una questione di educazione sentimentale, di cui molti uomini sono privi e privati, sì da una cultura machista, ma anche da una forte componente politica che mira a dividere sempre di più i gruppi sociali, affinché si crei maggiore astio intra-sociale e separazione dei gruppi.

Governi saldamente a loro posto, uomini privi di qualsiasi compassione e donne violate nel loro intimo. In poche parole, divide et impera. La domanda ora: quando iniziamo a fare qualcosa di costruttivo per unire, più che per dividere?

Autore: Dario Tobruk  (seguimi anche su Linkedin – Facebook InstagramThreads)

Dario Tobruk

Dario Tobruk è un infermiere Wound Care Specialist, autore e medical writer italiano. Ha inoltre conseguito una specializzazione nella divulgazione scientifica attraverso un master in Giornalismo e Comunicazione della Scienza, focalizzandosi sul campo medico-assistenziale e sull…Continua a leggere

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