A riaccendere le polemiche sul caso Monaldi e della morte del piccolo Domenico è questa volta una lettera firmata da undici infermieri e indirizzata alla direzione dell’Azienda ospedaliera dei Colli, l’ente da cui dipende l’ospedale Monaldi di Napoli.
Nuove polemiche sul caso Monaldi
Nel documento, consegnato il a fine gennaio, gli infermieri denunciano una serie di comportamenti attribuiti al cardiochirurgo Guido Oppido, responsabile dell’équipe che ha eseguito il trapianto di cuore sul bambino poi deceduto. Oppido è uno dei sette sanitari attualmente indagati.
Una vicenda già al centro di un’inchiesta della Procura, che sta cercando di ricostruire la catena di errori che avrebbe portato all’arrivo a Napoli di un organo danneggiato, prelevato a Bolzano e trasportato fino al capoluogo campano.
Nei giorni scorsi la direzione del Monaldi ne ha disposto la sospensione insieme alla collega Gabriella Farina, anche lei sotto indagine. Attualmente non risultano ancora infermieri tra gli indagati, nonostante le assurde invettive del presidente dell’Ordine dei Medici Anelli che ha accusato del fatto, le “troppe competenze degli infermieri“.
Farina guidava il team che, in Alto Adige, aveva eseguito il prelievo del cuore destinato al piccolo Domenico. Entrambi sono stati segnalati all’Ordine dei Medici della Campania dall’avvocato della famiglia Caliendo, Francesco Petruzzi, che ha chiesto l’apertura di un procedimento disciplinare.
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Non sempre è necessario essere formalmente accusati di reati o gravi inadempienze per ritrovarsi nei guai.
Può capitare che gli infermieri debbano difendersi non solo dal rischio di controversie legali, ma anche di entrare in conflitto con la propria direzione, sempre più in difficoltà nella corretta gestione delle risorse umane, del personale infermieristico e sanitario in generale. La difesa rimane un diritto costituzionale di qualsiasi persona.
Pertanto, è fondamentale restare aggiornati su come tutelarsi in caso di procedure disciplinari all’interno delle aziende sanitarie e scontri con la Direzione.
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Le procedure disciplinari delle professioni sanitarie
La giurisprudenza ha voluto spiegare la relazione umana e contrattuale che lega l’operatore al paziente e viceversa, coniando un nuovo termine: contatto sociale. Le professioni sanitarie consistono in attività delicate, che purtroppo, ora più frequentemente, incidono nella sfera personale del paziente e soprattutto nei suoi interessi primari, come è appunto la salute. L’attrito che ne può derivare, al di là delle capacità di gestione del professionista, finisce spesso nel contenzioso, che dapprima viene affrontato dalla stessa Azienda sanitaria, alla quale interessa primariamente la soddisfazione dell’utente. Per questo motivo, il professionista si trova ad affrontare delle accuse di negligenza, di imperizia o di imprudenza che si sviluppano in molti modi ma che potrebbero incidere anche definitivamente sul suo futuro professionale. Lo stress, il senso di abbandono e di disarmo che investono l’operatore innocente durante le fasi disciplinari sono perlopiù prodotti dal timore di veder macchiata la propria reputazione con effetti deleteri sull’autostima e sull’eterostima. Inoltre, l’ignoranza del diritto disciplinare è un catalizzante della paura che impedisce al lavoratore di difendersi pienamente dalle accuse perché paralizza ogni possibilità di reazione. Quest’opera è stata realizzata per offrire alle professioni sanitarie un utile strumento di conoscenza e, quindi, di difesa. per comprendere pienamente le regole del sistema così da poterlo gestire in maniera produttiva e, comunque, nel senso della verità e della giustizia. La conoscenza del diritto impedirà una strumentalizzazione della procedura disciplinare affinché non diventi un momento di ritorsione e di punizione per fatti estranei alle accuse. Mauro Di Fresco Insegna Diritto Sanitario ai master infermieristici di I e II livello della Prima Facoltà di Medicina e Chirurgia di Roma. Alla Seconda Facoltà (Ospedale Sant’Andrea) insegna Diritto del Lavoro Sanitario al Corso di Laurea Magistrale in Infermieristica. È relatore di diversi corsi ECM di carattere nazionale, responsabile del link Diritto Sanitario nella rivistaLa Previdenzae scrive anche su Studio Cataldi, Diritto e Diritti, Infoius.it. È consulente legale nazionale di diversi sindacati che operano nel comparto Sanità e nella Dirigenza Medica oltre che in 52 Associazioni di pazienti.
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Lettera firmata di 11 infermieri
La lettera degli infermieri descrive un clima lavorativo definito “fortemente tossico, intimidatorio e lesivo della dignità professionale“, con possibili ricadute anche sulla qualità dell’assistenza.
Nel testo si parla di urla, aggressività verbale, umiliazioni pubbliche e svalutazione delle competenze professionali, accompagnate, secondo gli 11 firmatari, da imprecazioni e atteggiamenti ritenuti incompatibili con un contesto sanitario ad alta complessità.
Gli infermieri raccontano di un ambiente segnato da paura e tensione costante, con una progressiva perdita di fiducia all’interno dell’équipe.
Un clima che, sostengono, sarebbe stato segnalato anche durante precedenti incontri con la direzione dell’ospedale.
Tra gli episodi citati compare anche la testimonianza resa in Procura da un’infermiera presente durante l’intervento. Secondo il suo racconto, Oppido avrebbe sfogato la propria rabbia arrivando a colpire con un calcio un termosifone in sala operatoria.
Il momento di tensione sarebbe seguito alla scoperta di un dettaglio critico nella documentazione clinica: l’orario di clampaggio del cuore malato era stato registrato alle 14:18, almeno dodici minuti prima dell’arrivo del nuovo organo in sala.
L’ombra sull’operato del responsabile
Quando il cuore donato fu finalmente aperto, sempre secondo le ricostruzioni emerse finora, medici e infermieri si sarebbero trovati davanti a un organo racchiuso in un blocco di ghiaccio. Un particolare che oggi rientra tra gli elementi al vaglio degli inquirenti.
Il cardiochirurgo respinge ogni responsabilità per la tragedia. Intervistato nei giorni scorsi dalle telecamere della trasmissione Lo stato delle cose, ha dichiarato di aver agito correttamente: “Ho fatto tutto quello che dovevo fare. E l’ho fatto bene. Non merito di essere trattato così”.
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