Intervista a Gennaro Rocco rappresentante internazionale dell’infermieristica italiana

professione infermiere: un'intervista a Gennaro Rocco

L‘American Academy of Nursing ha riconosciuto il Fellow al Prof. Gennaro Rocco come rappresentante l’infermieristica italiana in USA. Il riconoscimento porta il Prof. Rocco ai più alti livelli di gestione delle politiche sanitarie americane e di riflesso anche europee. La Maggioli ha già intervistato l’infermiere nel libro Professione Infermiere ed oggi ve ne proponiamo un’anteprima.

Un’intervista a Gennaro Rocco rappresentante internazionale dell’infermieristica italiana

Dal 1990 al 2014 Gennaro Rocco presiede il Collegio provinciale Ipasvi di Roma; dal 2000 al 2015 è vicepresidente della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi. Si è sempre occupato di insegnamento e di formazione, sviluppando un particolare interesse per la ricerca. È direttore del corso di laurea in Infermieristica presso l’Università di Tor Vergata, sede di Castel Volturno, ed è docente del corso di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche. È direttore scientifico del Centro di Eccellenza per la Cultura e la Ricerca infermieristica (Cecri). Dal 2015 è coordinatore del Consiglio di indirizzo generale dell’Enpapi e presidente della Fondazione “Insieme per vita agli anni”.

I temi dell’intervista:

Dalle scuole professionali all’Università.

Alla fine degli anni 80 la direzione che avrebbe assunto l’evoluzione della professione infermieristica non era affatto scontata; tutti ricordiamo le incertezze e le resistenze della politica nella fase del grande passaggio della nostra formazione dalle sedi regionali all’università.
Ma mentre ci è sicuramente chiaro che senza il contributo della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi l’assetto normativo che regolamenta la professione infermieristica oggi sarebbe diverso, forse è meno evidente che tale risultato è stato raggiunto soprattutto grazie ai Collegi che hanno conquistato sul campo il consenso degli iscritti alla linea che questa portava avanti. Chi trattava con noi sapeva di avere di fronte non solo i vertici dell’Ipasvi, ma un intero corpus professionale motivato e unito intorno ad alcuni obiettivi condivisi. Ai tavoli della negoziazione era questa la nostra forza più grande. La sfida era difficile; dovevi dire a un gruppo che si era formato in una determinata sede, cioè nelle scuole professionali:
“Guarda che qui dobbiamo cambiare, dobbiamo entrare in un contesto formativo nuovo che non è stato il tuo, per cui noi avremo una famiglia professionale che sarà composta nel prossimo futuro da una generazione di persone con un titolo di studio universitario, più alto del tuo”.
[…]

 

I Collegi, pionieri della ricerca

[…] Chi lavorava nelle università, ancora ai primi passi, era necessariamente concentrato sull’obiettivo di garantire che il corpus dei docenti fosse disciplinare; l’interesse per l’istituzione delle scuole di ricerca arriverà solo più tardi. Diffondere nel mondo professionale la consapevolezza che la ricerca fosse importante non era un’impresa semplice; quando ne parlavi c’era sempre qualcuno, meno pronto all’innovazione, che ti additava come un marziano:
“Qui, con tutti i problemi che come infermieri italiani abbiamo nella gestione della quotidianità, ci mettiamo pure a parlare di ricerca…”
Circolava l’idea che si trattasse di un lusso destinato a piccole élite di sofisticati pensatori. Personalmente ci ho creduto molto. Il Centro di Eccellenza per la Cultura e la Ricerca infermieristica (Cecri), nato nel 2010 per iniziativa del Collegio di Roma, è forse in Italia l’esperienza più concreta e avanzata in questo campo.
Per progettarla ci siamo avvalsi in particolare del contributo di colleghi statunitensi, ma non solo, che ci hanno trasferito un po’ del loro sano pragmatismo per velocizzare i primi passi del percorso, adattandolo al contesto italiano.
[…]

La voglia di riscatto del Sud

Le problematiche determinate dalla ‘questione meridionale’ si sono riflesse e si ripercuotono ancora sulla professione infermieristica, ma senza generare significative differenze al suo interno.
Ovviamente i colleghi del Sud vivono le difficoltà generali, i disagi, i tempi diversi del territorio in cui lavorano, mentre quelli del Centro-nord sono favoriti da una storia socio-economico e culturale che tradizionalmente ha investito su esperienze avanzate, anche in campo sanitario.
Ma non si può generalizzare; ho visto delle eccellenze straordinarie nel Sud, come delle situazioni di arretratezza, purtroppo preoccupanti, nel Nord. Invece sono sempre rimasto colpito dalla tangibile voglia di riscatto dei nostri colleghi meridionali, una voglia di crescere tipica di chi, registrando delle criticità nel posto in cui si trova, vorrebbe cambiare.
Poi fa fatica perché incontra delle resistenze che sono più dure da superare rispetto a quelle che si riscontrano in zone in cui la mentalità è più aperta e orientata all’innovazione. Ma se la sua tensione verso il cambiamento viene ripetutamente delusa, può cedere a un senso di impotenza e di frustrazione che lo scoraggia a intraprendere ulteriori iniziative.
Nessuno ha in tasca ricette miracolistiche su come spezzare questo circolo vizioso, ma credo che sia importante poter contare su alcuni punti di riferimento per affrontare percorsi difficili. E per molti infermieri del Sud i Collegi lo sono, ponendosi forse come il principale strumento per rivendicare e per ottenere qualche cambiamento organizzativo. Operare in ambienti così difficili ti rende più coraggioso e forte.
Pensiamo, a questo proposito, alle criticità del mercato del lavoro. Recentemente la crisi occupazionale si è estesa a tutta l’Italia con il blocco delle assunzioni e del turnover, ma il Meridione resta storicamente la patria del precariato e dell’immigrazione. Molti colleghi del Sud hanno vissuto storie di emigrazione e dopo le prime esperienze di lavoro al Nord sono tornati nelle loro terre. Ma questo fenomeno, anche se doloroso individualmente, per certi versi può aver avuto degli aspetti positivi sull’evoluzione globale e complessiva del sistema.
[…]

L’intervista continua su:

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

Caterina Galletti, Loredana Gamberoni, Giuseppe Marmo, Emma Martellotti, 2017, Maggioli Editore

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio...



Professione Infermiere: interviste a chi ha scritto la storia infermieristica moderna

Il libro scaturisce dalla considerazione che, anche se lo sviluppo dell’infermieristica in Italia ha subìto un’improvvisa accelerazione a partire dagli anni novanta e, nel passaggio al nuovo millennio, una fase cruciale della sua evoluzione, la maggior parte dei testi di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini. Si tratta di una lacuna che la presente opera prova a colmare.

Per rappresentare il cambiamento, pur partendo dall’interpretazione di leggi e ordinamenti presentati nella prima parte del volume, vengono esplorate, con interviste mirate a testimoni qualificati, le esperienze di coloro che hanno avuto un ruolo significativo nel periodo esaminato.

Illustri infermieri hanno contribuito con altrettante interviste: Barbara Mangiacavalli, Annalisa Silvestro, Mario Schiavon e tanti altri.

Riteniamo che il libro offra un’occasione di riflessione e di discussione non solo per coloro che hanno vissuto professionalmente quegli anni, ma anche per i più giovani. Vi è ancora molto lavoro da fare e coltivare questa crescita è una responsabilità soprattutto delle nuove generazioni.

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