La continuità assistenziale potrebbe non essere sufficiente

Dario Tobruk 29/08/25

Nei contesti di area critica, la continuità assistenziale è stata a lungo considerata un pilastro fondamentale: avere lo stesso infermiere al fianco di un paziente critico dovrebbe, in teoria, garantire maggiore sicurezza, tempestività negli interventi e migliori esiti clinici. Purtroppo sembra che non sia proprio così semplice.

Un nuovo studio della Penn Nursing, pubblicato su Annals of the American Thoracic Society, rimette in discussione questa convinzione, analizzando migliaia di ricoveri in terapia intensiva, i risultati in termini di mortalità non sono affatto quelli che ci si sarebbe aspettati, anzi…

La continuità assistenziale non basta a migliorare l’outcame in terapia intensiva

Un recente studio della Penn Nursing, pubblicato quest’anno su Annals of the American Thoracic Society, ha messo in discussione una delle convinzioni più radicate nell’assistenza infermieristica, in questo caso in terapia intensiva: che la continuità assistenziale infermieristica, cioè la percentuale di turni consecutivi in cui lo stesso infermiere si prende cura dello stesso paziente, come un indicatore di qualità e prevenzione di errori per i pazienti.

Analizzando oltre 47.000 ricoveri in 38 UTI di 18 ospedali statunitensi nel biennio 2018-2020, i ricercatori hanno però osservato che, una maggiore continuità infermieristica non era associata a una riduzione della mortalità ospedaliera. Al contrario, in alcuni casi era addirittura collegata a un lieve ma significativo aumento della mortalità.

Tradizionalmente, si è ritenuto che la presenza costante di un infermiere di riferimento favorisse la qualità dell’assistenza, la comprensione delle condizioni del paziente e la prontezza nelle decisioni cliniche.

Tuttavia, lo studio guidato dai ricercatori, suggerisce che la realtà sia un po’ più complessa di così.

Gli infermieri e la capacità di monitorare il paziente

In un contesto sanitario sempre più complesso e tecnologicamente avanzato, è fondamentale restare aggiornati sulle pratiche di monitoraggio in area critica. Il manuale “Guida al monitoraggio in area critica”, edito da Maggioli Editore, offre una panoramica completa e pratica per acquisire competenze fondamentali nel monitoraggio dei parametri vitali e nell’interpretazione dei dati clinici, garantendo così un’assistenza infermieristica di alto livello.

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Guida al monitoraggio in Area Critica

Il monitoraggio è probabilmente l’attività che impegna maggiormente l’infermiere qualunque sia l’area intensiva in cui opera.Non può esistere area critica senza monitoraggio intensivo, che non serve tanto per curare quanto per fornire indicazioni necessarie ad agevolare la decisione assistenziale, clinica e diagnostico-terapeutica, perché rilevando continuamente i dati si possono ridurre rischi o complicanze cliniche.Il monitoraggio intensivo, spesso condotto con strumenti sofisticati, è una guida formidabile per infermieri e medici nella cura dei loro malati. La letteratura conferma infatti che gli eventi avversi, persino il peggiore e infausto, l’arresto cardiocircolatorio, non sono improvvisi ma solitamente vengono preannunciati dal peggioramento dei parametri vitali fin dalle 6-8 ore precedenti.Il monitoraggio è quindi l’attività “salvavita” che permette di fare la differenza nel riconoscere precocemente l’evento avverso e migliorare i risultati finali in termini di morbilità e mortalità.Riconosciuto come fondamentale, in questo contesto, il ruolo dell’infermiere, per precisione, accuratezza, abilità nell’uso della strumentazione, conoscenza e interpretazione dei parametri rilevati, questo volume è rivolto al professionista esperto, che mette alla prova nelle sue conoscenze e aggiorna nel suo lavoro quotidiano, fornendo interessanti spunti di riflessione, ma anche al “novizio”, a cui permette di comprendere e di utilizzare al meglio le modalità di monitoraggio.   A cura di:Gian Domenico Giusti, Infermiere presso Azienda Ospedaliero Universitaria di Perugia in UTI (Unità di Terapia Intensiva). Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche. Master I livello in Infermieristica in anestesia e terapia intensiva. Professore a contratto Università degli Studi di Perugia. Autore di numerose pubblicazioni su riviste italiane ed internazionali. Membro del Comitato Direttivo Aniarti.Maria Benetton, Infermiera presso Azienda ULSS 9 di Treviso. Tutor Corso di laurea in Infermieristica e Professore a contratto Università degli Studi di Padova. Direttore della rivista “SCENARIO. Il nursing nella sopravvivenza”. Autore di numerose pubblicazioni su riviste italiane. Membro del Comitato Direttivo Aniarti.

 

a cura di Gian Domenico Giusti e Maria Benetton | Maggioli Editore 2015

Potrebbero esserci fattori e dinamiche più incisive che stiamo ignorando

La relazione tra continuità assistenziale e outcome clinici non appare lineare: altri fattori organizzativi, strutturali o legati alla complessità dei pazienti potrebbero avere un peso maggiore della continuità assistenziale come fattore predittivo di qualità e minore mortalità.

Il dato è rimasto coerente anche dopo analisi di sensibilità condotte su altri sottogruppi specifici verificando la coerenza degli studi e rafforzando l’idea che la correlazione osservata non sia casuale.

I risultati, come sostenuto dallo studio stesso, non intendono sminuire il ruolo cruciale degli infermieri in terapia intensiva, ma invitano a una riflessione: la qualità dell’assistenza non dipende solo dalla continuità del singolo professionista, bensì da una rete complessa di dinamiche di team, risorse disponibili e modelli organizzativi.

In breve, non dovrebbe essere affidato al singolo infermiere la responsabilità della qualità assistenziale ma alla struttura.

Serve dunque un ulteriore approfondimento per comprendere quali variabili incidano davvero sugli esiti dei pazienti critici, non basta considerare la continuità assistenziale sufficiente ad assicurare qualità assistenziale. Pertanto, se modelli organizzativi, formazione e gestione del personale dovessero essere maggiormente incisivi per il paziente, non sarebbe più così etico assicurarsi soltanto una maggiore continuità assistenziale, se a ciò non corrisponde minore mortalità.

Probabilmente una migliore politica del lavoro, e ciò, in linea con la nuova filosofia di pensiero, porterebbe la responsabilità dell’assistenza non soltanto ai singoli infermieri, ma all’amministrazione e gestione dell’intera rete ospedaliera.

Fonte:

  • University of Pennsylvania School of Nursing. (2025, March 10). Study challenges conventional thought on nurse continuity in ICUs. ScienceDaily. Retrieved August 28, 2025 [Link]
  • Connell KA, Davis BS, Kahn JM. Association between Nurse Continuity and Mortality in the Intensive Care Unit. Ann Am Thorac Soc. 2025 May;22(5):742-748. doi: 10.1513/AnnalsATS.202406-603OC. PMID: 39965150; PMCID: PMC12051911.

Autore: Dario Tobruk  (seguimi anche su Linkedin – Facebook InstagramThreads)

Dario Tobruk

Dario Tobruk è un infermiere Wound Care Specialist, autore e medical writer italiano. Ha inoltre conseguito una specializzazione nella divulgazione scientifica attraverso un master in Giornalismo e Comunicazione della Scienza, focalizzandosi sul campo medico-assistenziale e sull…Continua a leggere

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