Prescrizione infermieristica: è scontro tra medici e infermieri

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Si respira aria di scontro attorno alla proposta di decreto che garantisce ai laureati infermieri con magistrale clinica di effettuare una prescrizione infermieristica per trattamenti assistenziali.

La categoria medica chiede un passo indietro alla riforma delle professioni sanitarie sostenendo che soltanto i medici possono prescrivere trattamenti assistenziali.

Rappresentanti istituzionali e scientifici infermieristici, invece, non sembrano voler cedere nemmeno un passo all’ennesima pressione corporativa che arriva dall’alto e, forti di normativa, buonsenso, evidenze scientifiche e di un’evoluzione costante dei bisogni dei cittadini, continuano a guardare verso i propri obiettivi.

Indice

Infermieri che prescrivono? No dei medici!

Sul tavolo da gioco tra medici e infermieri, c’è una modifica al DM 8 gennaio 2009 che, intervenendo sui percorsi delle lauree magistrali delle professioni sanitarie, aprirebbe alla possibilità per gli infermieri di prescrivere trattamenti assistenziali, come presidi, ausili o tecnologie, almeno in tre ambiti specifici: infermieristica di famiglia e comunità, cure neonatali e pediatriche, cure intensive.

La risposta della FNOMCeO è stata, neanche a dirlo, immediata e compatta con un sonoro “no“.

Il c.d. “parlamentino” composto dalle principali sigle mediche, riunito il 20 febbraio, ha approvato all’unanimità una mozione che chiede che la prescrizione di trattamenti assistenziali resti subordinata alla diagnosi medica.

Il presidente Filippo Anelli ha quindi incassato il sostegno di un ampio fronte sindacale e scientifico a conferma che, almeno sul versante medico, la linea è condivisa.

Il messaggio è chiaro: la prescrizione è atto che discende dalla diagnosi medica e appartiene alla sfera di responsabilità del medico.

Spostare quel confine significherebbe, secondo le sigle mediche, ridefinire in modo improprio le competenze professionali e intaccare un equilibrio che tutela sicurezza e appropriatezza clinica.

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Il Fronte infermieristico

Dal fronte infermieristico, però, la lettura è opposta. La critica principale rivolta alla posizione della FNOMCeO è una: la sovrapposizione concettuale tra diagnosi medica, diagnosi clinica e diagnosi infermieristica.

La diagnosi infermieristica non è un’invenzione semantica recente. È riconosciuta nei sistemi classificativi internazionali, nei percorsi universitari e nella normativa professionale italiana.

Non riguarda la patologia in sé, ma le risposte della persona, della famiglia o della comunità a un problema di salute, reale o potenziale.

Oggetto, finalità e responsabilità sono diversi rispetto alla diagnosi medica.

In questo quadro, parlare di prescrizione infermieristica non significa attribuire al professionista sanitario non medico la facoltà di prescrivere farmaci o formulare diagnosi nosologiche.

Significa riconoscere la possibilità di indicare e attivare interventi assistenziali coerenti con la diagnosi infermieristica e con il piano di assistenza: presidi antidecubito, ausili per la mobilità, dispositivi per la gestione di stomie o lesioni cutanee, tecnologie utili a sostenere il percorso di cura.

Affermare che ogni prescrizione debba necessariamente discendere da una diagnosi medica, sostengono molti infermieri, equivale a ridurre l’assistenza a funzione esecutiva.

Un ritorno a un modello superato dai fatti e dalla scienza, prima ancora che dalle leggi.

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La cornice normativa per la prescrizione infermieristica

La questione, in realtà, non nasce oggi. La Legge 251/2000 ha già sancito l’autonomia professionale delle professioni sanitarie infermieristiche, riconoscendo attività dirette alla prevenzione, alla cura e alla salvaguardia della salute, esercitate con metodologie proprie e responsabilità specifiche.

Ma nel corso dei 20 anni e più, nel frattempo, la pratica clinica è persino cambiata.

In molti contesti, dalla gestione delle cronicità all’area critica, gli infermieri utilizzano strumenti avanzati, tecnologie diagnostiche di supporto, algoritmi decisionali.

Una quota crescente del processo clinico è strutturata e mediata da sistemi che standardizzano e guidano le scelte.

Pensare che l’atto prescrittivo assistenziale non possa trovare uno spazio definito e regolato appare, a una parte della professione, anacronistico.

C’è poi il dato strutturale: gli infermieri in Italia sono circa 461.000 e rappresentano l’ossatura quotidiana del Servizio sanitario.

In un Paese che invecchia rapidamente e affronta carenze croniche di personale, ridefinire ruoli e responsabilità non è solo una questione identitaria, ma organizzativa.

Il nodo, allora, non è stabilire chi deve comandare ancora su chi, ma come integrare competenze diverse senza alimentare conflitti corporativi.

La prescrizione infermieristica, se limitata agli ambiti assistenziali propri e ancorata a percorsi formativi avanzati, può essere letta come uno strumento di efficienza e appropriatezza.

Per il mondo medico, resta invece una linea rossa che non deve essere oltrepassata.

Lo scontro è aperto. E non riguarda soltanto un decreto ministeriale.

Riguarda la fisionomia futura delle professioni sanitarie italiane, il loro grado di autonomia, la capacità di lavorare per obiettivi condivisi senza trasformare ogni evoluzione in una battaglia di confine.

Redazione Dimensione Infermiere

Redazione di Dimensione Infermiere
Portale dedicato all’aggiornamento del personale infermieristico: clinica, assistenza, tecniche e formazione.

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