I numeri sono emersi come uno schiaffo morale su tutta la professione, e l’unica risposta alla crisi infermieristica di iscritti che riusciamo a tirar fuori è quella di sperare di essere la “seconda scelta” dei mancati medici, esclusi dal semestre filtro di Medicina.
La verità è che dell’infermiere non è rimasta nessuna narrazione, nessun immaginario, neppure quello missionario. Nulla.
Delle immagini della pandemia è rimasto soltanto burnout, fatica, e stipendi inadeguati. Forse è possibile ripartire da qui: perché senza una nuova narrazione, la professione rischia di perdere anche il suo significato.
Indice
Crisi infermieristica: i dati confermano
Lo avevamo già denunciato e, per questo, eravamo stati criticati. Si è tentato in ogni modo di minimizzare, ma adesso – a pochi giorni dai test di ingresso – i dati emergono e non è più possibile nascondere la verità: esiste una vera e propria crisi infermieristica.
I numeri arrivano da tutte le maggiori testate nazionali. In Italia, a fronte di 20.699 posti per l’attuale anno accademico, si sono registrate 19.298 domande.
Ma gli iscritti potrebbero persino essere ancora meno, perché dovranno prima confermare l’iscrizione tramite immatricolazione.
Al Nord si registra una perdita di iscritti tra il 30 e il 40%, con Verona che, su 830 posti disponibili, conta solo 503 iscritti, e Padova che, su 1.150 posti, ne registra appena 744. Anche molte altre sedi mostrano percentuali simili di calo.
Considerando che alla laurea arriva solo il 70% degli aspiranti infermieri, il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Si spera nei delusi del semestre di Medicina
La FNOPI spera che un 20% degli immatricolati a Medicina possano riversarsi nei corsi di Infermieristica una volta esclusi dal semestre filtro. Migliaia di studenti, delusi e temporaneamente distratti dai loro obiettivi, finirebbero così in un corso considerato una “seconda scelta”.
Siamo arrivati al punto in cui l’obiettivo della nostra professione è essere una valida seconda opzione.
Senza contare che una quota significativa di questo 20% potrà ripetere il semestre di selezione fino a tre volte.
Quanti tra questi aspiranti medici, caduti nel limbo dell’Infermieristica, non proveranno almeno un’altra volta a inseguire i propri sogni?
Inoltre, la tesi secondo cui Infermieristica sarebbe la scelta automatica dei mancati medici è tutta da confermare.
Come afferma Giuseppe Lippi, presidente della Scuola di Medicina di Verona, in un’intervista al Corriere del Veneto: “Non sono così convinto che chi non riuscirà a superare il test di Medicina si trasferirà a Infermieristica, benché 540 dei nostri 1.200 iscritti l’abbiano scelta come seconda chance: già 18, per esempio, si sono spostati a Farmacia.”
La tesi che Medicina riversi iscritti su Infermieristica è fallace: “Succede invece il contrario. La nuova modalità di ingresso a Medicina, con gli esami di Biologia, Chimica e Fisica da sostenere dopo sei mesi di lezioni, ha incrementato in un anno le domande da 1.000 a 1.369, a fronte di 340 posti. Probabilmente molte di queste sarebbero state destinate a Infermieristica.”.

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Senza infermieri non c’è alcun progetto di salute
Tutto questo avviene mentre è in corso una riforma sanitaria che prevedeva il potenziamento della presenza infermieristica sul territorio, attraverso le nuove Case e Ospedali di Comunità.
L’obiettivo? Alleggerire il carico ormai insostenibile che grava su Pronto Soccorso e Medici di Medicina Generale, sempre più in affanno di fronte alla crescente domanda di salute.
Ma la crisi infermieristica rischia di ottenere l’effetto contrario, a confermarlo, ai microfoni del Corriere della Sera – sezione Veneto, è Angelo Paolo Dei Tos, presidente della Scuola di Medicina dell’Università di Padova: “Se il trend resta questo, in tre anni rischiamo davvero di chiudere qualche ospedale.”
E non si ferma qui. Il suo appello è chiaro: “L’unica decisione che il governo può prendere ora è aumentare le retribuzioni per un mestiere oneroso, gravato da ansie, paure e rabbie dei familiari dei malati, e sottopagato. In Austria, Carinzia e Svizzera i salari arrivano a importi anche tripli: non si può più far finta di non vedere. La condizione dei nostri infermieri è insostenibile.”
Una dichiarazione che dovrebbe far riflettere chi ha la responsabilità di invertire la rotta.
Invece di chiedersi quanti? Chiedetevi perché
Considerazioni personali fatte in redazione: il dialogo mediatico è prono a farsi i conti sui numeri degli iscritti, come se stessimo giocando a un gioco da tavolo in cui è fondamentale avere quante più pedine possibili.
Ma in questo modo si rischia di perdere di vista la realtà del problema. Dietro questi numeri ci sono migliaia di giovani: le loro aspettative, i loro sogni, le loro passioni.
E a quell’età, dalla loro prospettiva, cosa volete che gli importi del calo demografico, dell’aumento della popolazione anziana o della riforma territoriale?
La loro fenomenologia è fatta del desiderio di vestire i panni che hanno sempre sognato di indossare. E questi panni, oggi, non sono quelli dell’infermiere.
L’infermiere non ha più nemmeno una narrazione, nemmeno quella missionaria: è inesistente dal punto di vista antropologico e mediatico.
Nonostante i “quadretti” in periodo Covid, dell’immagine dell’infermiere è rimasto solo burnout, stipendi bassi e, dal punto di vista dei ragazzi, per qualche strano motivo nessuno dei suoi compagni vuole fare l’infermiere. Quei pochi che lo fanno si lamentano degli stipendi e vanno all’estero.
È ovvio, quindi, che il ragazzo o la ragazza, di fronte all’eventuale decisione di fare Infermieristica, si chieda: “Ma chi me lo fa fare?”.
Ed è da qui che la professione dovrebbe ripartire: non per forza da un sogno forte come quello del medico, uno di quelli che i bambini fanno a 10 anni e portano avanti per tutta la vita. Ma quantomeno, da una dignitosa rappresentazione di una valida opzione.
Se non riusciamo a ripartire da qui, il problema grave non è la crisi infermieristica: è la professione.
Autore: Dario Tobruk (seguimi anche su Linkedin – Facebook – Instagram – Threads)
Fonti: CorrieredelVeneto.it
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