Gli infermieri italiani fuggono in Svizzera “non solo per lo stipendio”

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In una nuova nota del sindacato Nursing Up, il presidente nazionale Antonio De Palma ha analizzato le motivazioni che spingono migliaia di infermieri italiani a fare i frontalieri e a lavorare in Canton Ticino. La riportiamo qui integralmente.

«I motivi che spingono professioniste e professionisti del settore ad attraversare il confine per lavorare sono molteplici. Tra i più evidenti ci sono condizioni salariali più alte, ma non è solo questo. Ad incidere sulle scelte sono anche concrete ambizioni di carriera, prospettive di vita differenti, una maggiore ed evidente considerazione dell’infermiere, non visto solo come un professionista, ma anche come un uomo o una donna, con le sue esigenze umane e quindi familiari».

E il fatto che anche oltre confine manchino qualcosa come 7.000 infermieri, aiuta l’esodo: «I dati che ci arrivano dal Ticino dovrebbero farci riflettere, ma il fenomeno riguarda tutta la Svizzera. Ad esempio lo scorso mese di novembre, l’ospedale di Aarau, nel Canton Argovia, a una trentina di chilometri dalla frontiera tedesca, ha lanciato un vero e proprio appello per attirare infermiere e infermieri, anche senza esperienza, provenienti dall’estero, e naturalmente dall’Italia.

La competenza degli infermieri di casa nostra, da anni, rappresenta un valore aggiunto per le realtà ospedaliere elvetiche, sia pubbliche che private. E questo è un fatto innegabile. Con la nostra laurea e la nostra professionalità abbiamo le porte spalancate.

È chiaro che se pensiamo a ciò che sta accadendo in questo momento in Italia, oltre all’enorme gap economico che esiste rispetto alla retribuzione dell’infermiere che lavora in Svizzera, ci rendiamo conto che, tra turni massacranti, aggressioni fisiche quasi quotidiane, ferie programmate e di fatto saltate e soprattutto situazioni poco piacevoli come quelle delle pronte disponibilità gestite dalle aziende sanitarie ben oltre i limiti contrattuali, ci rendiamo conto che siamo ben lontani dall’avere la seppur minima considerazione che, dietro l’operatore sanitario, ci sono appunto uomini e donne con una famiglia, che spesso, troppo spesso, viene gioco forza messa in secondo piano.

Non esiste altro modo per frenare l’emorragia di infermieri verso ‘isole felici’ come la Svizzera se non quello di ricostruire da zero la credibilità di una professione che perde sempre più di appeal agli occhi della collettività, sfociando in fughe volontarie e dimissioni. Chi di noi, genitore, non spingerebbe un figlio, giovane infermiere, ad accettare proposte come quelle che arrivano dalla vicina terra elvetica?

E allora smettiamo di chiederci perché gli infermieri italiani scappano letteralmente verso la Svizzera e proviamo, a creare, qui da noi, le condizioni ideali, sia di tipo economico che organizzativo, per consentire ai giovani infermieri di avere più di un motivo per non fare le valigie» conclude De Palma.
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