La dimensione comunicativa dell’epidemia: alcune lezioni da apprendere

Fra le tante lezioni dell’emergenza Covid-19, su cui tuttavia aleggia la nebbia perché è ancora presto per tirare conclusioni, ve n’è una che già vediamo con molta chiarezza: l’importanza della dimensione di comunicazione pubblica nei grandi fatti collettivi. La comunicazione sull’emergenza è stata parte integrante della stessa e i cortocircuiti di questa hanno creato effetti reali. Non ci riferiamo solamente alla sottovalutazione iniziale dell’epidemia –forse inevitabile-, quanto alle dimensioni che a cerchi concentrici hanno creato un’insicurezza e una disinformazione molto più forte anche di quelle provocate dalle ormai consuete bufale ancora troppo diffuse. Analizziamo queste dimensioni appunto per cerchi concentrici.

La responsabilità dell’informazione collettiva

Le persone comuni non hanno in genere strumenti per gestire secondo la propria responsabilità emergenze pandemiche (ma forse nessuna altra emergenza) e diventa cruciale in situazioni di crisi il messaggio (e soprattutto la sua chiarezza) di chi gestisce la cosa pubblica. Per questo possiamo affermare senza paura di essere smentiti che almeno nelle prime due settimane di emergenza conclamata, i giornalisti dei grandi mezzi di informazione sono stati in buona parte complici della diffusione del virus perché non hanno compreso quella che doveva essere un’esigenza deontologica: fermarsi e cercare di condividere un approccio alla produzione di contenuti che fosse scientificamente fondato su dati certi. Si è invece dato voce a medici ed esperti che avevano ancora comprensibilmente le idee confuse e affermavano verità anche contraddittorie, facendo in modo che ciascuno dei lettori o spettatori secondo le proprie convinzioni personali decidesse le condotte in base al meccanismo del pregiudizio di conferma: dalla “banale influenza” al “moriremo tutti” c’è stato poco spazio per una razionale via di mezzo che doveva essere basata sul principio di responsabilità. In questo il Governo (e in particolare il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che si è fatto volto narrativo dell’emergenza) è stato invece efficace e soprattutto nelle prime due settimane ha gestito la comunicazione in modo impeccabile. Ma da solo per fortuna, non basta nemmeno un Presidente del Consiglio.

Perché comunicare  il sociale?

Perché comunicare il sociale?

Giulio Sensi, Andrea Volterrani, 2019, Maggioli Editore

Il volume ha l’obiettivo di illustrare le dinamiche e le tendenze in atto nella comunicazione sociale, fornendo analisi, visioni e approfondimenti, ma anche strumenti concreti di lavoro. La comunicazione sociale è intesa come comunicazione prodotta da una pluralità di soggetti - Enti...




Il secondo elemento di crisi della dimensione collettiva è stata la “fuga di notizie” della sera del 7 marzo quando è iniziata la vera stretta da parte del Governo e in particolare la Lombardia ha visto la fuga vera, quella che ha riempito treni e auto e portato, probabilmente, il virus in tutta Italia. Di fronte a fatti di questa dimensione sia gli enti e i loro comunicatori sia i giornalisti dovrebbero capire di avere in mano uno strumento potentissimo che può avere effetti rassicuranti o devastanti a seconda di come viene usato. La prima lezione è quindi questa: etica, deontologia e conoscenza vanno di pari passo perché nel momento in cui decine di milioni di persone rappresentano una vasta domanda di informazione, l’offerta deve essere pura e non inquinata. E ciò riguarda non solo i giornalisti, ma anche tutti noi come “media personali”.

La responsabilità della narrazione

La seconda lezione riguarda la responsabilità nella rappresentazione delle vittime. Fin dall’inizio ognuno di noi nella sua testa ha attivato un meccanismo auto-rassicurante dovuto al fatto di sentirsi estraneo a quella fetta di popolazione “vulnerabile” e a rischio. L’informazione ci ha aiutato a rafforzare la convinzione che sarebbero morti solo i “quasi morti”. Abbiamo poi imparato che non è vero –quanta inquietudine dato le notizie sui trentenni in terapia intensiva?- e che in ogni caso non eravamo immuni, ma potenziali trasmettitori. E che, ancora in ogni caso, una persona malata, anziana, fragile o immunodepressa non è un quasi morto. In società civili e con sistemi sanitari avanzati come i nostri ha tutto il diritto di campare ancora del tempo. Quindi il fatto che solo poche decine di morti in Cina avessero meno di 50 anni non doveva essere un fatto rassicurante, bensì un fatto responsabilizzante. Non lo è stato in molti casi e adesso le bare sono pieni di nonni infettati da figli e nipoti. Anche qua il giornalismo mainstream ha sottovalutato la sfera della complessità sociale e non solo. Perché si è teso a rappresentare l’epidemia come un fatto meramente sanitario, mentre si è dimostrato soprattutto un fatto sociale. Tutto quello che è venuto dopo (pur in mezzo alle sue esagerazioni e al disagio) ha corretto il tiro, ma era abbastanza tardi per minimizzare il danno più di quanto fosse a quel punto possibile. Ma ci insegna che il principio di precauzione è fondamentale, in particolare nelle due dinamiche esplosive della pandemia che non sono certo la passeggiata o la corsetta sotto casa o la spesa al supermercato, bensì gli ospedali e ambienti medicalizzati e i rapporti sociali e familiari con contatto diretto senza protezioni, soprattutto tramite le mani. Meno allarme e più responsabilità doveva essere il messaggio.

La dimensione dei dati collettivi

Un altro fronte gestito male sul piano comunicativo (a fronte di molti invece gestiti molto bene, ma non sono l’oggetto del nostro articolo) è stata la release quotidiana dei dati su contagiati, morti e guariti. Senza entrare nel merito, è facile poter sostenere che si sono forniti in pasto alla semplificazione dei dati non semplificati; essi hanno creato più allarme e confusione rispetto a quello che avrebbero potuto se invece fossero stati rielaborati a distanza anche solo di pochi giorni e con un corretto campionamento, parlando più di percentuali e di stime che di numeri assoluti. Il Dipartimento di Protezione Civile questo lo sapeva benissimo e lo ha precisato continuamente, ma le persone non ascoltano tutte le conferenze stampa del Capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, bensì guardano i telegiornali o ascoltano la radio o cercano l’informazione online dei giornali e si deve evitare in questo caso di far fare ai giornalisti ciò che solo pochi di loro sanno fare: effettuare una corretta semplificazione che non tradisca la complessità dell’informazione. In genere invece i giornalisti sintetizzano e creano caricature a cui tutti poi crediamo e dopo averci creduto basiamo la nostra condotta su informazioni distorte. Questo ci fornisce un’altra straordinaria lezione: che la trasparenza è importante, ma è un processo da gestire e governare affinché non diventi caricatura. E per molti giorni gli italiani hanno avuto davanti a loro alle 18 una caricatura dell’epidemia, non la sua corretta rappresentazione.

Perché comunicare  il sociale?

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La comunicazione della professione sanitaria

L’ultima dimensione comunicativa che vogliamo analizzare in questo contributo riguarda la percezione dell’azione di contrasto all’epidemia. È un altro pezzetto fondamentale per capire la rilevanza della comunicazione, anche quella diffusa, nella gestione dell’emergenza. Ormai è un dato assodato che la cittadinanza attiva degli italiani trova la sua massima espressione nelle emergenze. È un fatto anche normale e comprensibile perché è la sfera emotiva a guidare la reazione e la drammatizzazione della narrazione aiuta il “contagio comunicativo”. Così si è passati dalla necessità di campagne per contrastare l’ostilità degli utenti degli ospedali contro infermieri, medici e personale in genere alla “eroizzazione” indistinta di chiunque fosse in prima linea per combattere l’epidemia, soprattutto negli ospedali. Siamo diventati di un colpo comprensivi e riconoscenti, abbiamo abbandonato l’ascia di guerra che usavamo contro soprattutto gli infermieri e operatori sanitari (i medici vivono ancora una sorta di odio ma anche amore collettivo perché sono sentiti più distanti avendo in mano una scienza medica in genere poco accessibile) e iniziato ad essere empatici e riconoscenti. Ci permettano gli infermieri e gli operatori che leggeranno questo articolo di dare un piccolo consiglio: non fatevi incantare da queste sirene, non sentitevi eroi, ma brave e bravi professionisti che in mezzo a questa emergenza -e anche quando finirà- dimostrano la loro competenza e la grande funzione sociale svolta in modo finalmente evidente. Con tutte le eccezioni del caso: perché come demonizzare tutta una categoria per presunti errori di pochi è sbagliato, lo è anche santificarla in modo indistinto. Anche fra il personale sanitario c’è chi ha reagito mettendosi a disposizione e una minoranza che invece si è sottratta. E forse bisognerebbe anche capire che è comprensibile avere paura e che la via per migliorare le cose passa da un’attenzione anche delle istituzioni maggiore alla sicurezza di una professione che è e sarà sempre più fondamentale per il nostro Paese. È segno di un equilibrio ancora da cercare l’essere passati da odiare gli ospedali a organizzare raccolte fondi per sopperire le carenze del pubblico. Ecco quindi la più grande lezione, la prima di tante che capiremo col tempo, che questa epidemia ci lascia e che vede la comunicazione come risorsa essenziale: la necessità di diventare un popolo più preparato, informato e soprattutto equilibrato. Da questa “normalità” che dobbiamo conquistare a fatica passa un pezzo di futuro di tutti noi.

Autore: Giulio Sensi, giornalista, comunicatore sociale e formatore, lavora da quasi 20 anni anni nel campo del giornalismo e della comunicazione soprattutto per organizzazioni del terzo settore di cui cura la strategia comunicativa e l’ufficio stampa. È stato direttore della testata Volontariato Oggi e collabora, fra gli altri, con Vita Non Profit Magazine -per cui cura il blog “l’involontario”, e le “Buone Notizie” del Corriere della Sera. Svolge attività di formazione, in particolare per le realtà del terzo settore. È autore insieme al sociologo Andrea Volterrani del volume “Perché comunicare il sociale” (Maggioli 2019).

Photo credits: Photo by Volodymyr Hryshchenko on Unsplash

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