L’obbligo delle mascherine in ospedale? “Dovrebbe essere reso permanente”

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A seguito delle parole nel nuovo Ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha annunciato un allentamento delle misure anti-Covid tra cui un possibile annullamento dell’obbligo di mascherina negli ospedali, diversi rappresentanti delle professioni sanitarie italiane (e non solo) hanno iniziato a protestare al grido di “Ipotizzare di abolire l’obbligo delle mascherine negli ospedali sarebbe un rischio che non possiamo correre”.

Il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta, pur riconoscendo che l’infezione da Sars-Cov2 non è più quella del 2020/2021, sottolinea che
purtroppo la pandemia è ancora in corso e che sia l’Organizzazione mondiale della sanità sia il Centro europeo per la Prevenzione e il controllo delle malattie invitano tutti i paesi a rimanere preparati (preparedness) e pronti (readiness), “visto l’imminente arrivo della variante Cerberus e l’imprevedibilità degli scenari a medio-lungo termine”.

Ma al di là di questo, Gimbe confida in un cambiamento culturale ereditato dal Covid, in grado di portarci a una maggiore tutela (a prescindere) verso i più fragili: “L’obbligo delle mascherine in ospedale e nelle RSA dovrebbe essere reso permanente, indipendentemente dalla pandemia in corso, al fine di proteggere al meglio le persone più vulnerabili da infezioni respiratorie di qualsiasi natura.

E l’utilizzo di questo dispositivo, come indicato dalle autorità internazionali di sanità pubblica, è raccomandato in tutti gli ambienti al chiuso affollati e/o poco aerati” spiega Cartabellotta.

Che commenta anche l’imminente reintegro sul posto di lavoro degli operatori sanitari no vax: anche se l’impatto sulla sanità pubblica sarà modesto (trattasi di un numero esiguo di professionisti), “ben diverso” risulterà “l’impatto in termini di percezione pubblica di questa ‘sanatoria’ e delle relazioni con la stragrande maggioranza dei colleghi che si sono vaccinati per tutelare la salute dei pazienti e la propria, anche al fine di garantire la continuità di servizio.

Peraltro, al di là di una scelta individuale incompatibile con l’esercizio di una professione sanitaria, si tratta di persone che hanno spesso seminato disinformazione pubblica sui vaccini, elevandosi a ‘paladini’ del popolo no-vax, a volte con evidenti obiettivi di affermazione politica individuale”.