C’è una parola che, nel dibattito sanitario italiano, riesce ancora a dividere più di quanto unisca: prescrizione infermieristica. Quando a pronunciarla accanto al termine “infermiere” è il legislatore, le reazioni non tardano mai ad arrivare.
Infermieri di pratica avanzata assente soltanto in Italia
Di fronte all’intenzione del Governo di riformare le professioni sanitarie con un modello di medicina più snello ed efficiente, in cui si prevedono figure come quelle di infermieri specializzati in grado di prescrivere dispositivi medici e ausili di competenza assistenziale, ecco che ancora una volta la corporazione sindacale dei medici alza i muri, tentando di inquietare l’opinione pubblica e sollecitando che l’erogazione delle prestazioni avvenga “nella maniera più appropriata e sicura per il paziente”.
Ma se è sempre più difficile per la comunità medica appellarsi ai termini di legge, in quanto la stessa è di per sé convenzionale al sistema e non disegnata in natura, è sicuramente dal punto di vista scientifico che i medici non possono dimostrare il rischio per la sicurezza dei pazienti.
I cittadini devono, infatti, essere consapevoli che i primi infermieri di pratica avanzata, così come vengono chiamati negli USA, sono attivi da più di 50 anni.
Più di una revisione sistematica internazionale di ampia portata ha analizzato un tema che, nel dibattito sanitario, accende spesso reazioni viscerali: il task-shifting infermieristico in competenze mediche.
Tra le tante, la revisione sistematica “Advanced practice nurse outcomes 1990-2008: a systematic review” ha raccolto la letteratura sull’impatto clinico assistenziale dell’infermiere di pratica avanzata negli Stati Uniti in un intervallo di 18 anni, concludendo che “i risultati dei pazienti dell’assistenza fornita da infermieri e ostetriche certificate in collaborazione con i medici sono simili e in qualche modo migliori dell’assistenza fornita dai soli medici per la popolazione e nelle impostazioni incluse“.
Nei contesti clinici strutturati, l’assistenza guidata da infermieri con formazione avanzata, ciò che nei sistemi anglosassoni definiamo nurse practitioner, raggiunge livelli di sicurezza sovrapponibili alla gestione medica tradizionale.
Addirittura in Giappone, la carenza di anestesisti è stata compensata da infermieri specializzati in anestesiologia.
Prescrizione infermieristica: esiti scientifici dell’infermiere specialista
Mortalità, eventi avversi, qualità di vita, soddisfazione dei pazienti: le differenze statisticamente significative non emergono.
È un dato che cade in un momento storico preciso. Il sistema sanitario è stretto in una morsa: aumento delle cronicità, invecchiamento demografico, carenza di medici, vincoli economici sempre più stringenti.
In questo scenario la redistribuzione delle competenze non appare come una provocazione ideologica, ma come un’ipotesi organizzativa.
Pragmatica, prima ancora che culturale. Il modello è noto. L’infermiere con formazione avanzata potrebbe prendere in carico pazienti stabilizzati, applica protocolli condivisi, eseguire prescrizioni di dispositivi, monitora parametri clinici, presidia l’educazione terapeutica, intercetta precocemente le criticità e attiva il medico quando necessario.
Il medico, dal canto suo, concentrerebbe l’attività sulle decisioni cliniche ad alta complessità, sulla personalizzazione delle terapie, sulla gestione dei quadri instabili o diagnostici.
Non una decompressione del ruolo, ma una sua focalizzazione sul livello decisionale più alto. Una sottrazione apparente che diventa, nella narrazione organizzativa, anche una possibile nobilitazione della funzione.
Il punto, però, non è stabilire se l’infermiere “faccia il medico”. È una semplificazione sterile. Il nodo reale riguarda l’equilibrio tra sicurezza clinica, responsabilità professionale e sostenibilità economica. La statistica rassicura che gli esiti sono sovrapponibili.
L’organizzazione si ottimizza. Le responsabilità si ridefiniscono. La vera domanda, forse, non è se il modello funzioni.
I dati suggeriscono che possa farlo, ora la domanda è se siamo davvero pronti, culturalmente e normativamente, ad abitare fino in fondo questa trasformazione.
Autore: Dario Tobruk (seguimi anche su Linkedin – Facebook – Instagram – Threads)
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