Quanto può far male la solitudine? Storia del dialogo con Marco

Desidero aprire questa riflessione con un aneddoto reale, quindi vi racconterò di Marco. Marco è un signore su una cinquantina di anni, aspetta come me il suo autobus alla fermata davanti l’ospedale.

Quanto può far male la solitudine? Storia di Marco e di una riflessione sul dialogo

Sembra ad un certo punto che mi stia dicendo qualcosa, mi avvicino per capire meglio, convinta che voglia chiedere informazioni sulle linee degli autobus. “No, signorina… io parlo da solo! Vede io sto solo tutto il giorno e non ho nessuno con cui parlare, la gente mi prende per pazzo perché parlo da solo ma io ho bisogno di farlo ogni tanto, anche per non dimenticarmi la sensazione!“.

Dopo parole del genere, ho avuto molto piacere nel continuare a parlarci e nel condividere con lui il tempo di quell’attesa comune. Grazie a quel quarto d’ora circa di conversazione Marco fa parte dei miei ricordi e forse anche io dei suoi e, nonostante siano passati almeno tre anni, continuo a sperare di rincontrarlo.

Assistere a casa

Assistere a casa

Chiara Mastroianni, Giuseppe Casale, 2011, Maggioli Editore

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Non nasciamo soli

Da un punto di vista scientifico, come si potrebbero commentare le parole di Marco? Possiamo affermare che la socialità è un bisogno fondamentale dell’uomo ed è il primo porto rassicurante in cui approdiamo nei nostri primi giorni di vita.

Per nove mesi siamo soli immersi in un sacco pieno di liquido, proprio come dei pesciolini rossi, ma abbiamo la compagnia costante di stimoli che impariamo a riconoscere familiari: il continuo battito del cuore della mamma e le voci della madre e del padre in primo luogo. Poi nasciamo e questa prima forma di legame si spezza.

Luce improvvisa a cui non siamo abituati, freddo, disorientamento, piangiamo e abbiamo paura. Ritroviamo la nostra sicurezza nel momento in cui ci rimettono tra le braccia di nostra madre.

Non capiamo cosa stia succedendo attorno a noi, nemmeno siamo in grado ancora di vedere bene, però adesso nell’abbraccio di nostra madre c’è nuovamente un calore rassicurante, ci sentiamo avvolti e protetti come lo eravamo in quel sacco, abbiamo la testa sul petto di nostra madre e riconosciamo di nuovo quel battito cardiaco che ci aveva tenuto compagnia, sentiamo la sua voce, ora è tutto a posto.

Crescendo, poi, seppur in maniera diversa facciamo tutti l’esperienza della malattia: lieve o grave che sia, mette sempre inquietudine. Anche in età adulta conserviamo questo bisogno: in qualunque momento di maggiore vulnerabilità, per malattia come anche per altri momenti di difficoltà, la prima cosa che ci viene in mente è quasi sempre chiamare qualcuno, chiedere un parere, cercare compagnia e troviamo conforto anche solo nell’avere una persona vicino che ci tiene la mano o che potrebbe prepararci una tisana calda.

Infine, anche negli ultimi istanti della nostra vita, abbiamo bisogno del contatto delle persone più importanti, vogliamo riguardare bene i loro volti, ascoltare le loro voci e sentire il loro abbraccio e profumo: le stesse cose di cui sentiamo maggiormente la mancanza anche dall’altro lato, quando siamo noi ad avere l’esperienza di un lutto.

Lo sviluppo del linguaggio: soli non si può

Uno degli strumenti più utilizzati per vivere la nostra socialità è proprio il linguaggio verbale, arricchito di tutte quelle forme non verbali e paraverbali: l’aspetto prosodico del linguaggio (ci permette in base ai toni di capire se uno stesso messaggio è detto scherzosamente o con rabbia), stimoli e pattern visivi con la loro elaborazione per quanto riguarda il riconoscimento di espressioni facciali, la comprensione dello stato d’animo dell’altro e lo sviluppo dell’empatia.

Il linguaggio verbale caratterizza la nostra specie: è innata nell’uomo la capacità di sviluppare il linguaggio, tuttavia non è innata la funzione in sé del linguaggio. Anche questo ci fa capire l’importanza della socialità: una funzione cerebrale importante e articolata come quella del linguaggio necessita obbligatoriamente della presenza attorno a noi di individui simili e la necessità anche in un determinato periodo detto “critico”, una finestra che comprende i primi 7-10 anni di vita.

Se non siamo esposti al linguaggio in questa finestra temporale, non saremo mai più in grado di svilupparlo adeguatamente, ma solo nelle sue forme rudimentali.

Tutte le competenze, tuttavia, vanno esercitate, o per meglio dire, “potenziate”. I meccanismi biologici che sottendono le varie forme di apprendimento sono infatti meccanismi di potenziamento sinaptico e sono legati ad una proprietà delle sinapsi che è la plasticità neuronale. Sinapsi particolarmente attive vengono potenziate, sinapsi molto poco attive possono essere rimosse in un fenomeno che complessivamente prende il nome di rimodellamento sinaptico (pruning).

Arrivare a perdere il linguaggio è qualcosa di inverosimile (escludendo la compromissione legata a lesione), ma sicuramente a tutti noi è capitato di notare, a volte, di aver come perso l’esercizio.

Incontriamo persone dopo tanto tempo e sembra che non abbiamo nulla di interessante da raccontare o proviamo più disagio che piacere, scriviamo tanti messaggi ma ci agitiamo all’idea di dover fare una telefonata, o ancora ci sorgono dubbi grammaticali che prima non avevamo.

E in età adulta?

Il nostro cervello ha bisogno di stimoli per mantenersi in buon esercizio e la socialità offre una gamma svariata di questi stimoli: visivi, uditivi, olfattivi e gustativi (se si pensa alla bellezza di mangiare insieme una pizza), ma anche emotivi e cognitivi (pensiamo alla gioia per un nonno di un nipote che va a trovarlo e all’amore con cui gli prepara la merenda, o a quando parliamo con una persona e la chiacchierata sembra essere molto costruttiva, lasciandoci quella sensazione di essere rimasti un po’ più arricchiti di prima).

Un’assenza prolungata di questi stimoli ci porta a vivere con una sensazione che definirei di “assopimento”, come un prolungato stand-by. Generalmente la prima reazione con cui cerchiamo di far fronte alla situazione è quella di riempire in modo alternativo questo silenzio: accendere la TV o una radio, navigare sui social, distrarsi con dei giochi sul telefonino.

Purtroppo però, questi stimoli sono abbastanza stereotipati e potremmo paragonare questo tipo di reazione ai feedback omeostatici rapidi del nostro organismo: veloci nel far fronte in modo immediato all’insorgenza del fattore stressogeno, ma insufficienti; la loro funzione è infatti quella di contenere le variazioni e temporeggiare nel mentre che l’organismo prepara risposte più potenti di tipo ormonale e attiva vie metaboliche per completare il feedback.

Alla luce di questa riflessione, vorrei concludere con due considerazioni. Innanzitutto l’importanza di riscoprire la convivialità e l’ospitalità, come fonte di stimoli per la nostra mente e come una vera e propria linea di prevenzione. Seconda considerazione: “la gente mi prende per pazzo perché parlo da solo“.

Ma forse, quando noi accendiamo una TV o mettiamo della musica nelle cuffiette, non applichiamo un modo diverso di ricercare la stessa cosa?

Io non credo che Marco sia pazzo, ma piuttosto che dia voce in maniera diversa al nostro stesso umano e comune bisogno: non sentirci soli.

Autrice: Alessandra Integlia

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Studentessa di Medicina e Chirurgia, Università degli studi di Roma Tor Vergata. Appassionata di scienze neurologiche e neuropsichiatriche. Per comprendere, è necessario prima conoscere!

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