Il Caso San Raffaele è la dimostrazione indiscutibile, per le direzioni sanitarie di tutte le aziende sanitarie italiane ma (speriamo) anche per gli stessi professionisti sanitari, che il personale infermieristico è un asset fondamentale per la sanità e non è sostituibile con personale a basso costo e preparazione. Ne va della vita dei pazienti.
Indice
I fatti in breve del Caso San Raffele in breve
In un reparto di Cure Avanzate di uno dei più grandi e rinomati ospedali privati d’Italia, gli infermieri, dopo aver sollecitato delle opportune richieste sindacali, si sono dimessi in massa di fronte al mancato accoglimento delle loro istanze.
La direzione, probabilmente supponendo che gli infermieri fossero solo pedine facilmente sostituibili, ha deciso di scommettere l’intera assistenza infermieristica di un intero reparto chiedendo a una cooperativa di servizi infermieristici di fornire personale esterno.
Tra evidente imperizia, mancata formazione, barriere linguistiche e grave negligenza, persino l’abbandono del reparto, il personale esterno ha spinto il medico di guardia a denunciare la grave situazione alla quale i pazienti del reparto erano continuamente esposti, e la direzione a organizzare un’unità di crisi per dirottare i pazienti più gravi presso altre strutture fino al recupero della sicurezza minima assistenziale.
Questa è la storia di come uno degli ospedali più prestigiosi d’Italia, e in questo modo anche tutti gli altri, ha scoperto che gli infermieri non sono pedine sostituibili e che non solo la loro scarsità è a tutti gli effetti un potere contrattuale, ma la stessa competenza infermieristica è fondamentalmente l’essenza del settore sanitario.
A pagarne le spese non sono stati soltanto i pazienti, che hanno subito gravi rischi per la loro incolumità, ma anche l’amministratore unico che, spinto dalla revoca da parte del CdA, ha rassegnato le proprie dimissioni dalla guida del gruppo.
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Le cause della crisi assistenziale del Caso San Raffaele
Dalle fonti sul web e sul sito Today.it che ha riportato la notizia, le dimissioni di infermieri che hanno investito l’Ospedale San Raffaele hanno avuto un notevole impatto su alcuni reparti a partire da ottobre di quest’anno, tra cui il reparto di Medicina di Cure Intensive, dove si sono svolti i fatti denunciati.
Secondo le fonti, l’amministratore unico del San Raffaele, Francesco Galli, non aveva concesso al personale infermieristico gli aumenti concordati dal governo per i colleghi del servizio pubblico, al fine di equiparare i redditi tra i servizi pubblici e privati. A causa della linea dura dell’amministrazione sul contenimento dei costi, nonostante il Gruppo San Donato (a capo dell’ospedale) abbia dimostrato un’elevata profittabilità dei suoi conti annuali, le istanze degli infermieri sono state rigettate.
Ciò ha portato decine di infermieri esperti alle dimissioni, con 17 infermieri (coordinatore compreso) che hanno lasciato il reparto ormai noto per le criticità riscontrate.
Il Caso San Raffaele ricorda le criticità affrontate anche dall’ASL Torino 4, dove l’utilizzo di altri servizi esterni di infermieri è presumibilmente in attivo in forza della proroga della Legge 187/2024 (il cosiddetto “Decreto Flussi”) al 2027, che consente l’esercizio temporaneo delle professioni sanitarie sulla base di qualifiche conseguite all’estero, in deroga alle procedure ordinarie di riconoscimento e garantite dall’Ordine a centinaia di migliaia di infermieri italiani ogni anno.
Ancora una volta, è dimostrato che l’assistenza infermieristica non è un bene che può essere svilito al ribasso, ma che richiede capacità fondamentali e ad alto valore scientifico, con un necessario riconoscimento sociale, ma soprattutto economico.
La denuncia del medico di guardia
Da lì, la decisione dell’amministrazione di affidare le cure infermieristiche del reparto a una cooperativa esterna che fornisce servizi infermieristici.
L’inizio di un profondo errore che ha portato, la notte tra il 6 e il 7 dicembre, al culmine della crisi in un epico e fatale fallimento assistenziale, con la denuncia del medico di guardia del turno notturno.
Il medico ha denunciato la situazione e chiesto aiuto alla direzione sanitaria: nella sua segnalazione si parla di un’infermiera del servizio esterno con evidenti difficoltà linguistiche – “non comprende bene l’italiano” è quanto riportato nella nota del medico – che ha scambiato l’Amiodarone, un noto antiaritmico, con il Modarone, probabilmente non trovandolo, e una volta somministrato, lo ha infuso a una velocità 10 volte superiore a quella raccomandata.
All’ennesima difficoltà, verso le 5 del mattino, l’infermiera ha infine abbandonato il reparto senza avvisare nessuno e mettendo in seria difficoltà il personale rimasto.
Nella stessa nota, il medico denuncia l’incapacità degli altri infermieri di contattare il medico di guardia, la mancata localizzazione dei farmaci, la scarsa conoscenza di protocolli fondamentali come il ritiro di sacche di emoderivati, carrelli non ripristinati e lasciati al degrado e al disordine, l’assenza totale di formazione e di accessi accreditati ai software aziendali, per cui tutti gli operatori accedevano alle cartelle tramite uno o pochi account condivisi.
La situazione è precipitata velocemente in un’ammissione di criticità drammatica da parte della direzione sanitaria dell’ospedale, palesatesi sin dal primo giorno di presa in carico del servizio da parte della cooperativa esterna, e a un difficile recupero della situazione che ha portato a una intensa riorganizzazione dei flussi di ammissione e al trasporto dei pazienti in altri reparti.
La nostra denuncia di fronte alle risposte della politica
Non si è fatta attendere la risposta dell’assessore lombardo al Welfare, Guido Bertolaso, che ha disposto l’avvio immediato di un’indagine da parte dell’Agenzia di Tutela della Salute Metropolitana, al fine di “ricostruire quanto accaduto e verificare eventuali criticità organizzative o procedurali con la massima scrupolosità, ascoltando tutte le figure coinvolte e acquisendo la documentazione necessaria. Al termine dell’istruttoria saranno assunte le misure ritenute opportune per garantire che situazioni analoghe non possano ripetersi“.
Ricordiamo, tuttavia, che nella pratica di reperire infermieri da zone extraeuropee – (qualcuno la definisce colonialismo sanitario, altri persino sciacallaggio di risorse fondamentali) – in deroga ai normali processi di riconoscimento della formazione, Bertolaso è un caposcuola a livello nazionale, avendo portato infermieri stranieri in Italia da ogni angolo del mondo, da ultimo persino dall’Uzbekistan e dal Sud America.
Insieme ai sindacati infermieristici, anche noi di DimensioneInfermiere.it richiamiamo l’attenzione delle istituzioni sanitarie e della FNOPI a non rimanere in silenzio di fronte all’ennesima dimostrazione di inadeguatezza delle risorse messe al ribasso da parte di aziende sanitarie e compagnie multinazionali.
Queste ultime mettono a rischio la sicurezza dei pazienti pur di dimostrare contenimento dei costi e profittabilità agli azionisti e alle istituzioni regionali.
Il costo dell’incapacità delle direzioni amministrative e sanitarie a sostenere la valorizzazione degli infermieri sta diventando un assurdo rischio per l’incolumità dei pazienti. Se prima potevamo pensare di essere di fronte a manifesta ignoranza, dopo questo episodio non possiamo più che pensare a un’evidente malafede.
Le aziende sanitarie devono fare pace con questa affermazione di verità: gli infermieri non sono sostituibili.
Punto.
Fonti dell’articolo: Today.it; Today.it; Milano/Corriere.it ; IlGiorno.it; Nursing Up
Autore: Dario Tobruk (seguimi anche su Linkedin – Facebook – Instagram – Threads)
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