L’artista italiano contemporaneo più celebre al mondo era un infermiere

L'artista italiano contemporaneo più celebre al mondo era infermiere
L'artista italiano contemporaneo più celebre al mondo era infermiere

Maurizio Cattelan, per chi non lo conoscesse è l’artista italiano più discusso e quotato al mondo. Amato e odiato da pubblico e critica è l’autore celebre dell’opera che ha infiammato tutto il mondo dell’arte e non solo: “Comedian“, la banana attaccata al muro. Ma quello che non tutti sanno però è che, prima di diventare un artista a livello internazionale, Cattelan ha fatto anche l’infermiere.

Come ha modificato la sua visione della vita, e forse contribuito a renderlo un visionario moderno, il lavoro da infermiere? Abbiamo raccolto le sue testimonianze sulla sua esperienza per comprendere come il nostro lavoro incida sulla sensibilità di grandi personaggi del mondo d’oggi.

Maurizio Cattelan l’artista italiano più celebre al mondo era un infermiere

Maurizio Cattelan non è di certo il primo artista che ha varcato i corridoi di un ospedale, nel tempo abbiamo raccolto le storie di artisti che hanno in passato svolto la professione di infermiere, come ad esempio Giovanni Iudice che da infermiere è diventato un artista a livello internazionale, o il più ancora riconosciuto dal pubblico, comico e attore Giacomo Proietti (Aldo, Giovanni e Giacomo) che ultimamente rivive, con spettacoli teatrali e un libro di recente pubblicazione, il suo passato da infermiere.

Ma oltre a questi casi di celebrità, spesso molti infermieri nascondono nel loro tempo libero, un’innata passione per l’arte visiva che li spinge a creare opere d’arte da condividere con il resto del mondo.

Il passato da infermiere dell’artista Maurizio Cattelan

Sembra che raccogliendo qui e là su internet, alcuni stralci di interviste del famoso artista, il suo passato da infermiere lo ricordi con una certa ambivalenza.

Da un’intervista fatta al Corriere, Cattelan risponde alla richiesta di raccontare i giorni da infermiere che “per fare quel lavoro devi avere la vocazione, come per fare il prete: il tuo contributo non è solo in quello che fai, ma in quello che dai come apporto umano. È una sfida continua con te stesso, perché devi mettere da parte i tuoi problemi, e al tempo stesso non farti influenzare la giornata da quelli degli altri. Dopo un po’ mi avevano spostato in terapia intensiva. Lì ovviamente nessuno parla, non c’è uno scambio emotivo, è pieno di strumenti che fanno migliaia di rumori elettronici, è come vivere nel regno delle macchine. Poi, dal mondo dei vivi che stanno morendo, ero stato trasferito al piano di sotto, ai morti. In entrambi i casi, ho imparato che se lavori con i vivi non puoi indulgere a malumori: è probabilmente per questo che per me la vita è molto più seria della morte“.

Gli ultimi due anni di pandemia, sono stati pesanti per tutti, ma chi ha mai fatto esperienza di un reparto di ospedale ha una visione più ampia della vita reale, una visione che rende le cose più significative. Non da meno la riflessione dell’artista si sofferma sul confronto tra pandemia e quotidiana vita in reparto: “Ho fatto prima l’infermiere dei vivi, poi ho chiesto di essere assegnato all’obitorio. Il rapporto con un paziente è molto più forte e impegnativo di quello con un cadavere, che ti lascia solo un senso di pace. Da infermiere, ho capito che i miei turbamenti non avrebbero aiutato il malato: l’energia di chi ti è vicino in momenti in cui sei così fragile è fondamentale. Perciò la morte solitaria provocata dal Covid mi ha colpito profondamente

Nessuna esperienza nella vita è sprecata, ed è in un’altra intervista di Repubblica, che il lavoro dell’infermiere esalta la visione dell’artista: “Un tempo si partoriva e moriva in casa, magari anche nello stesso letto. Non è poi da tanto che vita e morte accadono in un luogo remoto, lontano dal quotidiano. Non so dire se fosse meglio o peggio, ma personalmente mi ritengo molto fortunato ad aver fatto quelle esperienze: avere a che fare coi malati e poi coi morti mi ha insegnato a dare il giusto peso a ogni evento della mia vita, a rimettere tutto nella giusta prospettiva“.

Ma per quanto possano risultare significative, per la vita, esperienze di lavoro da infermiere, la vocazione artistica è stata più forte di qualsiasi altra cosa. Non servono altre parole, ma solo una risposta sincera ad una domanda schietta:

Giornalista: …lavorare è un brutto mestiere?

Sì, finché fai un mestiere che non ti piace, o un lavoro che nessun altro vuole fare“.

Autore: Dario Tobruk (Profilo Linkedin)


Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

Il filo conduttore del libro è lo sviluppo del processo di professionalizzazione dell’infermiere. Alcune domande importanti sono gli stessi autori a sollevarle nelle conclusioni. Tra queste, spicca il problema dell’autonomia professionale: essa è sancita sul terreno giuridico dalle norme emanate nel periodo considerato, ma in che misura e in quali forme si realizza nei luoghi di lavoro, nella pratica dei professionisti? E, inoltre, come si riflettono i cambiamenti, di cui gli infermieri sono stati protagonisti, sul sistema sanitario del Paese?

Il libro testimonia che la professione è cambiata ed è cresciuta, ma che c’è ancora molto lavoro da fare. Coltivare questa crescita è una responsabilità delle nuove generazioni.

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

Caterina Galletti, Loredana Gamberoni, Giuseppe Marmo, Emma Martellotti, 2017, Maggioli Editore

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio la professione...



 

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