Formazione sanitaria: il Comitato Nazionale per la Bioetica dixit!!!

la bioetica e la formazione sanitaria

Il Comitato nazionale per la Bioetica (CNB) istituito con decreto del presidente del Consiglio dei ministri nel 1990 è un organo consultivo, che svolge sia funzioni di consulenza presso il Governo, il Parlamento e le altre istituzioni, sia funzione d’informazione e divulgazione nei confronti dell’opinione pubblica sui problemi etici emergenti.

Ruolo del Comitato nazionale per la Bioetica

Il CNB dunque, con il proprio operato da un apporto fondamentale nella definizione dei criteri da utilizzare nella pratica medica, sanitaria e biologica con il fine di tutelare i diritti umani e preservare i risultati raggiunti dalle tecno-scienze.
E’ opinione del CBN che la formazione nel contesto etico-sociale può essere delineata come preparazione ad operare nell’interfaccia tra sistema formale e sistema informale, quindi tale formazione deve ottemperare alle esigenze ed ai dettami delle tre dimensioni del sistema globale:

  • biomedica
  • socio-sanitaria
  • personale

Un progetto di formazione sanitaria ideale

Un progetto di formazione deve essere edificato su obiettivi educativi pertinenti ai bisogni, e realizzabili tanto nel contesto sicio-sanitario, quanto in quello culturale. E’ dunque d’obbligo una definizione preliminare che per quanto complessa, sia chiara, netta e nitida.

“E’ semplicismo riduzionistico credere che la formazione sia sinonimo di puro insegnamento, che sia progettabile stendendo elenchi di discipline per i curricula delle scuole, che sia organizzabile distribuendo gli orari per le lezioni disciplinari ex cathedra, che non sia centrata sugli allievi e sul loro apprendimento.”

Con queste parole si pronuncia il CNB in merito a cosa sia (dunque cosa debba essere) un’esemplare formazione medico-sanitaria. Integrando tale formazione con quella alla bioetica, il sistema globale delle cure risulta recettivo, permeabile, perfino fantasiosamente fecondo ad ogni miglioramento o potenziamento di metodologie e tecniche.

Presupposti da seguire nella costruzione del modello formativo sanitario

Pleonastico dire quanto sia impegnativo delineare il rapporto d’integrazione tra la formazione alla bioetica con la formazione medico-sanitaria, le definizioni che scaturiscono da tale connubio sono sempre più o meno orientanti verso principi e rudimenti teorici, di conseguenza potenzialmente non condivisibili dalla totalità dei professionisti che si trovano ad operare nei vari campi.

Tuttavia risulta essenziale riconoscere l’indiscutibilità di alcuni presupposti concettuali, che in quanto tali sono obiettivi educativi generali, e che la bioetica non fa altro che tematizzare facilitandone la loro attuazione.

Paradigma antropologico

La malattia non è solo anormalità biologica o malfunzionamento di organi; salute e malattie hanno una storia specifica oltre a rappresentazioni culturali personali e sociali. Senza la concezione di un paradigma antropologico di sfondo non si dà né medicina, né bioetica. Siamo allenati a conoscere il corpo fisico che si oggettivizza nei segni della malattia, che fa l’esperienza di essere corpo, che si esprime attraverso espressioni verbali ed analogiche, nonostante tutto questo non basta a giungere ad una conoscenza completa e compiuta di esso. Ci siamo mai soffermati a pensare però, che la palestra nella quale ci siamo allenati a tali concezioni è formata dall’incontro degli operatori sanitari con i pazienti, che altro non è se non l’incontro tra corpi – sani o malati – e i loro vissuti? Ecco a cosa mi riferisco parlando di paradigma antropologico.

L’individualità

L’operatore sanitario ha dinanzi individui unici ed irripetibili, aventi una personale visione del mondo, una scala di valori e preferenze. La sensibilità del sanitario nei confronti dell’individualità del paziente fa emergere la completezza della realtà di situazioni e condizioni, e gli permette di viverle insieme al paziente in una simultaneità ed interattività arricchente la semiotica clinica.

La relazionalità

Privi del concetto di relazionalità non si da funzione sanitaria né formazione ad essa; essa è la più grande difesa ad oggi posseduta dal rischio di visioni frammentate del sistema delle cure, fa cogliere la complessità intrinseca del rapporto tra operatori sanitari e pazienti, di organizzazione e strutturazione (che sia sanitaria o burocratica-amministrativa).
La relazionalità è la forma più nobile di rispetto per l’autonomia delle persone, si fa modulatrice del processo del prendere decisioni, oltre a rendere autorevole il processo di insegnamento-apprendimento.
Senza la relazionalità il ragionamento clinico si imposta sulle categorie mediche e trascura i problemi reali, si incentra più sui rapporti lineari di causa-effetto che sulla circolarità delle interazioni.

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Il desiderabile e l’ottenibile

Qui entra in gioco la cultura del limite che distingue l’intelligenza e la lungimiranza professionale dell’operatore sanitario; la cultura del limite delimita il campo utile e produttivo delle interazioni, stabilisce il rapporto accettabile tra esigenze pratiche del sottosistema formale e quesiti provenienti dalla cultura informale, individua la priorità delle esigenze per operare e dei bisogni da soddisfare, precisa dunque gli obiettivi della ricerca sanitaria.

In ultimo, ma non certo per importanza, la cultura del limite è una prevenzione fondamentale dal rischio burnout, o di stress lavorativo in generale.
Desidererei precisare, per amor di intellegibilità oratoria, che tale cultura dovrebbe appartenere ad ogni singolo professionista appartenente ai più disparati settori. Collaborare con il fine di raggiungere obiettivi specifici è auspicabile, l’esondazione professionale però è tutt’altra storia che potrebbe mostrare volti pericolosi.

Formazione sanitaria e Bioetica legate a doppio nodo?

Non per forza. Anche qui la mia opinione mira ad essere quanto più chiara: credo che la bioetica sia una condizione necessaria ma non indispensabile per la formazione sanitaria. Bisogna capire cosa si vuole; se il mero scopo a cui si tende è formare manovalanza che per quanto abile abbia importanti falle nella sfera sia del senso critico, sia della profonda comprensione del senso e della conseguente importanza della propria professione, la Bioetica può essere relegata ad un angusto stanzino delle scope.

Chiudiamo la porta a chiave ed aumentiamo, potenziamo, ottimizziamo, incrementiamo …
Se invece vogliamo affinare, perfezionare, ingentilire, nobilitare … ho la convinzione che la bioetica sia la strada da percorrere.

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Esperta di bioetica e neuroetica, web writer. Particolarmente affascinata a conferire valore a ciò che la moltitudine delle persone considera inutile e ad acquisire sapere non riconosciuto ufficialmente come conoscenza.

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