La comunicazione in terapia intensiva: cosa abbiamo imparato dal Covid?

Scarica PDF Stampa

In alcune sessioni del 76° Congresso nazionale Siaarti ‘Icare 2022’ (uno dei più importanti eventi medico-scientifici del nostro Paese) si è parlato di un argomento tanto delicato quanto complesso, riesploso a causa della pandemia da Sars-Cov2: la “comunicazione in terapia intensiva”.

Eh sì, perché l’incubo Coronavirus “se da una parte sembrava richiamare tutti i nostri sforzi in una sola direzione, quella dell’assistenza clinica, dall’altro lato ha messo in primo piano il rapporto medico-paziente, ed il rapporto medico-famiglia come caposaldo del percorso di cura” ha spiegato Gianpaola Monti, responsabile del comitato Comunicazione Siaarti.

“Forse grazie a questo uragano – sottolinea la professionista – ci siamo immedesimati meglio nei nostri pazienti ‘spaventati’ e senza la vicinanza dei loro cari e nei loro familiari impossibilitati, nelle prime fasi della pandemia, all’accesso in ospedale e a conoscere chi avesse in cura i loro cari se non attraverso una voce telefonica spesso frettolosa”.

Già, la “voce telefonica”. Ma non solo. Perché, soprattutto nelle prime terribili fasi della pandemia, gli strumenti digitali come la videochiamata hanno avuto un’importanza cruciale e hanno permesso di implementare in modo concreto ed inedito il concetto di Terapia Intensiva Aperta (approccio specifico che Siaarti promuove da anni).

Grazie alla comunicazione in video, infatti, ci siamo presentati con i nostri infermieri/fisioterapisti alle famiglie con i nostri volti a volte stanchi, ma pieni di speranza: abbiamo illustrato in modalità che prima non avremmo immaginato il luogo di cura e ricovero” ricorda Monti.

Che ricorda: Abbiamo provato a ricreare un legame di comunicazione fra i pazienti e i loro cari il più possibile vicino a quello che avrebbe dovuto essere. Non è stato facile per i carichi di lavoro ma abbiamo così mantenuto le Terapie Intensive aperte anche se solo per poche ore con ospedali spesso semi chiusi”.

Già dal 2017, diversi anni prima del Covid, Siiarti ha dato vita al Progetto Intensiva 2.0, un percorso che coinvolge diverse società scientifiche e che “mira a verificare su larga scala i risultati ottenuti da uno studio preliminare che ha dimostrato come interventi specifici sulla comunicazione possono contribuire a migliorare la comprensione e il benessere psicologico dei familiari dei pazienti ricoverati in Terapia Intensiva” evidenzia Giovanni Mistraletti, coordinatore Sezione Bioetica della Siaarti e tra i promotori di Intensiva 2.0.

Altresì, Mistraletti afferma che l’appropriatezza scientifica nel dover ‘aprire’ i reparti di Terapia Intensiva alle visite dei familiari non è oggi più in discussione. Ben diverso è il cammino che ci aspetta dal punto di organizzativo per passare dalle parole ai fatti.

Gli ultimi anni di compresenza con il coronavirus ci hanno insegnato quanto è importante e irrinunciabile – anche per noi medici – il contatto umano, la presenza fisica dei familiari nelle cure offerte ai pazienti critici. 

D’altro canto, le necessarie limitazioni alla circolazione delle persone negli ospedali hanno fatto regredire moltissimo l’abitudine alla vicinanza, tanto da far perdere diffusamente questa consapevolezza nella società”.

Quali strategie sarebbero perciò da adottare o implementare, col fine di migliorare la comunicazione in terapia intensiva? Il rappresentante Siiarti puntualizza che oltre alla “definizione di percorsi di qualità, è fondamentale la motivazione dei singoli operatori sanitari per essere messe in pratica nella realtà quotidiana, quando le altre priorità lavorative appaiono soverchianti”.

In conclusione, Mistraletti ci tiene a sottolineare che umanizzazione delle cure oggi significa anche realizzare terapie intensive ‘veramente aperte’: è un’occasione di civiltà e di miglioramento della comprensione delle motivazioni profonde delle nostre scelte cliniche quotidiane”.

Che sviluppare nel concreto e in tempi brevi questi efficaci paradigmi relazionali all’interno delle nostre terapie intensive e perciò nelle incancrenite organizzazioni dei nostri ospedali sia un tantino complicato… è un’altra (triste) storia. Che però può rappresentare una sfida piuttosto interessante.

Fonte: Agenzia Dire