Medicina di Genere e Infermieri: una questione di consapevolezza!

Dario Tobruk 05/03/21
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Sapevi che i sintomi dell’infarto nella donna sono diversi da quelli dell’uomo? Affanno, costrizione giugulare, dolore interscapolare e addominale sono sintomi tipicamente femminili dell’IMA mentre negli uomini sono più rappresentativi angor e dolore al braccio sinistro. La medicina di genere è proprio questo: un approccio epidemiologico e terapeutico alle istanze urgenti che chiedono di considerare il bisogno di una medicina personalizzata. Una medicina che prenda in considerazione tutti i fattori in gioco, anche il sesso e il genere.

Medicina di Genere e gli Infermieri: una questione di consapevolezza!

Una faccenda da poco? Per nulla! Visto che le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di morte nella popolazione femminile, ma la nostra visione stereotipata della medicina continua a imporre lo stereotipo che l’infarto sia una “malattia degli uomini” mentre in realtà, i dati ci dicono tutt’altro.


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Cosa si intende per sesso e genere, quando ci riferiamo alla medicina di genere?

Il sesso è la caratteristica biologica che definisce alcune differenze nell’uomo e nella donna, differenze cromosomiche (cromosomi sessuali XX o XY), ormonali e fisio-anatomiche.

Il genere invece, è come queste caratteristiche biologiche vengono interpretate dalla società per imporre ruoli definiti a questi “attori sociali“, scrivendo su pietra quali sono i comportamenti considerati appropriati e quali no: “il maschio deve fare l’uomo, la femmina deve fare la donna“. Include, da un punto di vista generale come la persona si vede e comporta all’interno di questi ruoli.

Infine, la medicina di genere, è quella nuova branca della medicina e delle bioscienze che studia e prende in considerazione l’influenza del genere e del sesso sulle patologie umane.

“Ogni società umana è composta da maschi e da femmine, riconoscibili non solo dalle caratteristiche anatomiche, ma anche da una serie di elementi culturali (abbigliamento, comportamento, ruolo sociale, status) che traducono il sesso, dato naturale, in genere. Infatti gli individui nascono sì sessuati, ma non dotati di genere. Questo si costruisce sulla base di tipologie condivise e accettate.” (Aime, 2008)

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio la professione infermieristica italiana ha vissuto una fase cruciale della sua evoluzione, documentata da un’intensa produzione normativa.  Infatti, l’evoluzione storica dell’infermieristica in Italia ha subìto un’improvvisa e importante accelerazione a partire dagli anni 90: il passaggio dell’istruzione all’università, l’approvazione del profilo professionale e l’abolizione del mansionario sono soltanto alcuni dei processi e degli avvenimenti che hanno rapidamente cambiato il volto della professione. Ma come si è arrivati a tali risultati? Gli autori sono convinti che per capire la storia non basta interpretare leggi e ordinamenti e per questa ragione hanno voluto esplorare le esperienze di coloro che hanno avuto un ruolo significativo per lo sviluppo della professione infermieristica nel periodo esaminato: rappresentanti di organismi istituzionali e di associazioni, formatori, studiosi di storia della professione, infermieri manager. Il filo conduttore del libro è lo sviluppo del processo di professionalizzazione dell’infermiere. Alcune domande importanti sono gli stessi autori a sollevarle nelle conclusioni. Tra queste, spicca il problema dell’autonomia professionale: essa è sancita sul terreno giuridico dalle norme emanate nel periodo considerato, ma in che misura e in quali forme si realizza nei luoghi di lavoro, nella pratica dei professionisti? E, inoltre, come si riflettono i cambiamenti, di cui gli infermieri sono stati protagonisti, sul sistema sanitario del Paese? Il libro testimonia che la professione è cambiata ed è cresciuta, ma che c’è ancora molto lavoro da fare. Coltivare questa crescita è una responsabilità delle nuove generazioni. Le voci del libro: Odilia D’Avella, Emma Carli, Annalisa Silvestro, Gennaro Roc- co, Stefania Gastaldi, Maria Grazia De Marinis, Paola Binetti, Rosaria Alvaro, Luisa Saiani, Paolo Chiari, Edoardo Manzoni, Paolo Carlo Motta, Duilio Fiorenzo Manara, Barbara Man- giacavalli, Cleopatra Ferri, Daniele Rodriguez, Giannantonio Barbieri, Patrizia Taddia, Teresa Petrangolini, Maria Santina Bonardi, Elio Drigo, Maria Gabriella De Togni, Carla Collicelli, Mario Schiavon, Roberta Mazzoni, Grazia Monti, Maristella Mencucci, Maria Piro, Antonella Santullo. Gli Autori Caterina Galletti, infermiere e pedagogista, corso di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma.Loredana Gamberoni, infermiere, coordinatore del corso di laurea specialistica/ magistrale dal 2004 al 2012 presso l’Università di Ferrara, sociologo dirigente della formazione aziendale dell’Aou di Ferrara fino al 2010. Attualmente professore a contratto di Sociologia delle reti di comunità all’Università di Ferrara.Giuseppe Marmo, infermiere, coordinatore didattico del corso di laurea specialistica/ magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede formativa Ospedale Cottolengo di Torino fino al 2016.Emma Martellotti, giornalista, capo Ufficio stampa e comunicazione della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi dal 1992 al 2014.

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Nascita e diffusione della Medicina di Genere

Dalla nascita degli studi di genereGender Studies, negli anni 70′, passarono altri vent’anni prima che qualcuno iniziò a denunciare il comportamento discriminante dei medici che non rappresentavano adeguatamente le donne negli studi di ricerca clinica.

Fino ad allora, la donna veniva considerata biologicamente “un uomo di misure ridotte“, e la gran parte dei protocolli terapeutici erano basati su ricerche dai campioni prettamente maschili e quindi applicati indiscriminatamente alla popolazione femminile. Nello stesso modo in cui, prima della nascita della pediatria, si considerava il bambino, non come un paziente a sé, ma solo un “uomo in miniatura“.

Fu nel 2001 che l’OMS sdoganò per sempre il concetto di “Medicina di Genere” includendola nel documento “Equity Act“. Documento che richiede agli stati e ai paesi non solo parità di accesso alle cure, tra donne e uomini, ma che queste siano adeguate e appropriate secondo sesso e genere.

In Italia è solo nel 2008 con il D.lgs. 81/08Testo unico sulla sicurezza del lavoro” che si prendono in considerazione le differenze di genere per la valutazione del rischio e delle misure di prevenzione.

Ci sono voluti altri dieci anni per vedere i primi passi verso questo nuovo approccio: con l’attuazione dell’art.3, comma 1, della legge 3/2018, il “Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere” si inizia finalmente a fare le cose sul serio.

Il problema del genere in Medicina

Abbiamo già sottolineato come la visione predominante in medicina sia stata per molto tempo maschio-centrica, e come la scienza medica sia nata partendo da modelli biologici di genere maschile per poi essere applicato, in maniera erronea, sia ai bambini sia alle donne.

Il cambio di paradigma che ha imposto una nuova consapevolezza del genere in medicina è un merito della dott.ssa Bernadine Healy, cardiologa e direttrice del National Institutes of Health, che affermò nel 1991: “in una professione dominata dagli uomini i sintomi delle donne sono presi in minor considerazione ed i trattamenti sono inferiori per qualità e quantità”.

Sebbene la medicina di genere non dovrebbe essere vista esclusivamente come una medicina del femminile, attualmente sono troppe e troppo urgenti le evidenze che rilevano come una visione cieca verso il genere è responsabile della discriminazione nei confronti della salute della donna.

L’Italia ha colmato diversi anni di ritardi e fatto enormi passi avanti con la deliberazione del “Piano nazionale per l’applicazione e la diffusione della Medicina di Genere”. La sua applicazione e diffusione è responsabilità di tutti i sanitari e dei decision maker della sanità, ospedaliera o territoriale.

Medicina di Genere e Infermieri: la strada è segnata!

L’80% di tutti gli infermieri in Italia è donna, e in quanto donna l’infermiera ha un doppia valenza in questa correlazione: non è solo soggetto attivo dell’applicazione di questa nuova consapevolezza, in quanto fornitrice di cure, bensì oggetto di attenzione in quanto lavoratrice, nella quasi totalità dei casi anche turnista, spesso madre di bambini piccoli, figlia di genitori dipendenti, perno famigliare insostituibile dal costo personale eccessivo da pagare per una singola persona, che rinuncia troppo spesso ai propri bisogni, o peggio, a preservare la propria salute.

L’infermiera è una donna che deve affrontare una doppia gravosa responsabilità: quella clinica, da infermiera (che basterebbe di per sé a troncare la salute di molte persone) e quella legata alle responsabilità famigliari, che troppo spesso le sono delegate in maniera esclusiva.

Questo articolo non ha molte pretese di avere risposte su come affrontare tutti questi problemi, ma vuole porre a quante più persone possibili, e persino allo stesso autore (maschio, infermiere, marito) che il problema esiste ed è urgente e reale.

Il genere donna è da tutelare, in un modo o nell’altro.

Gli infermieri risponderanno prima di tutti ai bisogni di genere

Almeno in questo sarà semplice rispondere ai nuovi bisogni di una medicina personalizzata, in quanto è nel DNA dell’infermiere il prendersi cura dei bisogni delle persone. L’infermiere cura il malato, non la malattia.

L’infermiere è pronto ad accogliere anche questa sfida, come ha già fatto con la transculturalità ponendo le basi di un nuovo modo di assistere i pazienti. Il Piano è pronto, l’infermiere pure. Ci aspettano nuove sfide da affrontare e come sempre, schiena dritta e petto in fuori, riusciremo a portare l’assistenza al livello di cui tutti i cittadini, soprattutto donne, hanno bisogno.

Autore: Dario Tobruk (Profilo Linkedin)

Fonti: