Parkinson e Microbiota intestinale: una malattia correlata all’intestino?

Gaetano Romigi 12/04/21
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Quando parliamo di Parkinson ci riferiamo ad una patologia neurodegenerativa cronico-progressiva del sistema nervoso centrale con disturbi motori quali rigidità, bradicinesia e tremori a riposo che, di solito, si manifesta, almeno all’esordio, con problemi gastrointestinali, stipsi e disturbi del sonno che precedono i sintomi motori.

Recentemente diverse ricerche hanno indagato sulla correlazione tra la malattia di Parkinson e le alterazioni del microbiota intestinale. Attualmente gli studi in corso cercano di comprendere meglio il ruolo che la flora microbica presente nel nostro intestino possa avere nel determinismo di molti dei sintomi non motori che presenta la persona affetta da Parkinson sia prima che durante la progressione della malattia.

Perché occuparsi del Parkinson

Secondo l’Associazione Danese per il Parkinson sarebbero ottomila i connazionali affetti da questa degenerazione, su un totale di quasi sei milioni di abitanti, e otto milioni i malati nel mondo. Con la previsione che questi saliranno a 15 milioni entro il 2050, per via dell’invecchiamento della popolazione.

Parkinson: Brain-first e Body First

Fino ad oggi il Parkinson è stato considerato dagli esperti una condizione clinica relativamente omogenea e definita sulla base dei tipici disturbi del movimenti.

Dall’osservazione clinica diretta risulta indubbio però che ci siano grandi differenze tra i sintomi in diversi pazienti. Queste osservazioni sulla diversità dei sintomi indicano nuove prospettive verso cui la ricerca si dirige.

Si può dire che esistano due diversi morbi di Parkinson i quali sono stati chiamati «body-first» (prima il corpo) e «brain-first» (prima il cervello). Nel caso del Parkinson body-first sarebbe interessante studiare la composizione dei microrganismi presenti nel nostro intestino conosciuti con il nome di microbiota.

Assistere a casa

Da chi svolge quotidianamente un lavoro a contatto con le persone malate e i loro contesti famigliari, e che affronta con loro tutto quello che può accadere dentro le case durante l’assistenza domiciliare, nasce questo agile e utilissimo manuale. Non è un testo enciclopedico, non vuole avere, per spirito degli autori stessi, la presunzione di risolvere qualsiasi problema si possa presentare nel corso dell’assistenza domiciliare. Un’assistenza domiciliare non può prescindere dalla possibilità di effettuare a domicilio le cure necessarie ed eventuali esami diagnostici. per questo c’è bisogno di creare un équipe ben addestrata di sanitari coordinati fra loro, di assicurare una reperibilità 24 ore su 24, e di avere la certezza di una base di riferimento, fulcro importantissimo, quale la famiglia e i volontari. Proprio loro infatti rappresentano il raccordo essenziale tra il paziente e il professionista. spesso si trovano a confrontarsi con una realtà diversa, piena di incognite. Devono essere edotti sui diversi aspetti della malattia ma è fondamentale che conoscano il confine entro cui muoversi e quando lasciar posto al personale sanitario. Conoscere significa non ignorare e non ignorare significa non aver paura: una flebo che si ferma non deve creare panico nei famigliari o nel volontario, anche perché essendo loro il punto di riferimento per il paziente sono loro i primi a dare sicurezza e questo avviene solo se si conoscono i problemi. Il testo cerca perciò di porre l’attenzione sulle necessità più importanti, sui dubbi più comuni, sulle possibili situazioni “difficili” che a volte divengono vere urgenze, non dimenticando i piccoli interrogativi che spesso sono sembrati a noi stessi banali ma che, al contrario, sono stati motivo di forte ansia non solo per il paziente ma anche per i famigliari e per i volontari alle prime esperienze. Giuseppe Casale, specialista oncologo e gastroenterologo, è fondatore dell’Associazione, Unità Operativa di Cure Palliative ANTEA, di cui è anche Coordinatore Sanitario e Scientifico. Membro di molte Commissioni del Ministero della Sanità in ‘Cure Palliative’, è autore di diverse pubblicazioni, nonché docente in numerosi Master Universitari. Chiara Mastroianni, infermiera esperta in cure palliative, è presidente di Antea Formad (scuola di formazione e ricerca di Antea Associazione), e membro del comitato scientifico dei Master per infermieri e medici in cure palliative dell’ Università degli studi di Roma Tor Vergata.

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Il ruolo del Microbiota e le implicazioni metaboliche

Si sa già da tempo che i malati di Parkinson hanno un microbiota intestinale diverso da quello delle persone sane, senza che però se ne potesse capire la motivazione.

Recentemente diversi studi hanno identificato alterazioni del microbiota intestinale in individui con malattia di Parkinson, ma rimane da chiarire se i batteri intestinali possano influenzare o meno lo sviluppo o il decorso dei sintomi.

Interessante il recentissimo studio di un gruppo di ricercatori del King’s College di Londra e del Science for Life Laboratory di Stoccolma pubblicato a marzo 2021 su “Cells” e nel quale è stato esaminato dettagliatamente il Microbiota intestinale di due gruppi di individui di cui uno malato di Parkinson e uno sano.

Si riportano sinteticamente di seguito i sorprendenti risultati dei controlli effettuati i quali attestano che vi è una grande abbondanza di alcuni specie batteriche come ad esempio Akkermansia muciniphila, Alistipes shahii, Alistipes obesi, Alistipes ihumii e Candidatus gastranaerophilales.

Al contrario, invece, sono risultati scarsamente presenti, alcune specie abbondanti in individui normali, come: Prevotella, Lactobacillus e Streptococcus, nonché Clostridium saccharolyticum, Desulfibrio piger, Roseburia intestinalis e Faecalibacterium prausnitzii. 

In particolare R. intestinalis e F. prausnitzii sono noti per produrre butirrato, una molecola che è stata associata a esiti positivi per la salute degli individui. La scarsità rilevata nei soggetti con Parkinson potrebbe far ipotizzare la mancanza paradossale di fattori protettivi.

La presenza inoltre di Escherichia coli è aumentata con l’età ed è stata associata alla gravità della malattia e alla disfunzione gastrointestinale. Infine Erysipelatoclostridium e Victivallis vadensis sono risultati correlati alla gravità della malattia e all’età degli individui con malattia di Parkinson.

In sostanza quindi i cambiamenti nella composizione del microbiota intestinale osservati nelle persone con malattia di Parkinson sono risultati associati ad una maggior gravità della malattia, ai problemi gastrointestinali di esordio e all’età dei pazienti.

Esiti di ulteriori ricerche

Ulteriori indagini hanno rivelato che i microrganismi presenti nell’intestino degli individui con malattia di Parkinson sono più in grado di degradare la mucina e i glicani dell’ospite rispetto ai batteri intestinali degli individui normali (gruppo di controllo).

A. muciniphila, che è nota per degradare i glicani e le mucine, è risultata sostanzialmente aumentata negli individui con malattia di Parkinson.

Studiosi ed esperti hanno anche evidenziato che i microrganismi intestinali presenti nelle persone affette dalla malattia sembrano determinare la carenza di un tipo di vitamina B chiamato folato e l’aumento dei livelli ematici dell’aminoacido cisteina.

Ad avvalorare quanto detto la presenza in individui malati di più elevati di Paraprevotella clara, alcune specie di Prevotella e R. intestinalis, tutti noti per la produzione di folato. Infine le specie A. muciniphila, Subdoligranulum ed Eubacterium, nonché i batteri Clostridiales, sono i principali produttori di omocisteina e sono aumentati nelle persone con malattia di Parkinson.

Il trapianto fecale

Confermare la correlazione tra microbiota intestinale e Parkinson ed analizzare gli effetti metabolici che da questo deriva apre le strada ad ulteriori sviluppi. Si potrebbe cosi aprire il varco per ulteriori ricerche circa la sperimentazione e l’applicazione di terapie personalizzate.

Alcune terapie potrebbero essere preventive  a seconda che la malattia parta dal cervello o dall’intestino. Nel caso la malattia parta dall’intestino si parla sempre più dell’ipotesi di un trapianto fecale avente lo scopo di modificare in senso positivo la composizione del microbiota intestinale.

Autore: Gaetano Romigi

Fonti e approfondimenti:

Leggi anche:

https://www.dimensioneinfermiere.it/assistenza-infermieristica-paziente-disfagico-valutazione/