Riflessioni di un’infermiera su ciò che ci rende unici: il rapporto con il paziente.

Riflessioni di un’infermiera su ciò che ci rende unici il rapporto con il paziente
Riflessioni di un’infermiera su ciò che ci rende unici il rapporto con il paziente

Come professionisti infermieri, il nostro percorso di studi è caratterizzato da una concentrazione di massa di informazioni che vanno dall’anatomia di base (essenziale per qualsiasi formazione clinica futura), alla fisiologia, patologia, statistica, fin anche alle materie umanistiche ed etiche.

Riflessioni di un’infermiera su ciò che ci rende unici: il rapporto con il paziente.

Queste ultime sono quelle che dovrebbero dare un notevole spunto per la formazione di un carattere professionale in equilibrio tra le nozioni scientifiche universali e quelle che rispondono all’elaborazione tramite il nostro pensiero critico, la conoscenza dell’importanza sociale e ambientale del paziente e di quella che è la “sua voce” riguardo ciò che è il suo personale approccio rispetto alla sua condizione di salute o anche ad una situazione che esula dalla condizione di salute ma che per qualche motivo viene riportata alla luce dalla condizione patologica (es. pensieri che vengono scaturiti da una malattia terminale: come impiegare il tempo di vita a disposizione, preoccupazioni riguardo i propri cari, testamento ecc..)

È questa la principale caratteristica di differenziazione tra un infermiere e un medico. La relazione. Con questo non si vuole affermare che il medico non sappia o non voglia instaurare una relazione con i propri pazienti, ma che questo non sia (giustamente) il suo obiettivo principale, cosa che invece è tutto ciò attraverso cui girano le competenze dell’infermiere, sia esso generico che specializzato.

Esiste una naturale propensione verso il contatto con l’altro, anche se in alcuni casi questo riesce ad assopirsi da quelle che possono essere le attività principali essenziali come ad esempio durante un’urgenza, da pratiche burocratiche, o dalla preparazione dei presidi necessari per un intervento.

Queste non devono essere delle giustificazioni, ma uno spunto di riflessione per quello che non deve mai sfuggire al nostro operato. Dobbiamo sempre ricordarci che, dare del tempo, dello spazio, valore alla relazione, anche se per pochi minuti (come sono concessi agli ambulatori o alle sale operatorie) può fare la differenza per quella che sarà l’esperienza che farà quel paziente in quella determinata situazione.

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

Caterina Galletti, Loredana Gamberoni, Giuseppe Marmo, Emma Martellotti, 2017, Maggioli Editore

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio la professione...



Non a caso le giornate lavorative che ricordo con particolare piacere, sono quelle in cui sono riuscita ad instaurare un contatto significativo con il paziente, quando riesco a farlo sfogare prima di entrare in sala operatoria, quando riesco a metterlo a suo agio, quando si restituisce valore a quelli che sono le sue sensazioni e sentimenti che per qualche motivo vengono sminuiti.

Io ho studiato per essere brava nel saper utilizzare le tecniche, per poter collaborare in modo ottimale sia durante le pratiche ordinarie che in quelle urgenti, ma la vera differenza che va oltre il successo della messa in atto di una tecnica o dell’esito di una patologia è quando si riesce a costruire una relazione di qualità.

Tutto ciò potrà sembrare sciocco o scontato, ma ogni professionista in cuor suo sa quanto sia difficile mantenere questi capisaldi, soprattutto in un periodo storico dove lo sfruttamento, la svalutazione e la scarsa riconoscenza della nostra professione, impediscono di avere una visione positiva e potenziale di quello che rappresenta la nostra figura.

Io stessa delle volte mi sono scoraggiata di fronte ad un sistema che sembra voler impedire in ogni modo lo sviluppo e il progresso dell’infermiere che è invece la chiave per il potenziamento del nostro sistema sanitario messo in evidenza da fiori fior di ricerche che hanno solo confermato questa ipotesi.

Tutto ciò si riscontra dalle basi, come dall’inadeguato pensiero comune che abbracciano la maggior parte dei cittadini riguardo ciò che rappresentiamo e che siamo.

Questo può derivare non solo da una ancora persistente e datata definizione dell’infermiere (come ad esempio non essere certi che il nostro sia o meno un percorso universitario o che quando diamo nozioni specifiche su una patologia o una tecnica alle volte veniamo scambiati per medici e dobbiamo sottolineare chi siamo e che la conoscenza non è riservata ad una sola categoria e che quindi la nostra non è da meno), non solo da una mancata volontà da parte dello Stato di adeguarsi a quelli che sono gli standard europei che garantiscono una dignità alla professione, ma anche un po’ da noi stessi, perché siamo noi che scegliamo cosa rappresentare ogni giorno davanti ai nostri pazienti e a colleghi infermieri e medici.

Siamo noi che dobbiamo nostro malgrado continuare a combattere prima per avere ciò che ci spetterebbe di diritto, poi per cambiare un’opinione comune che non ha più ragione di esistere.

Siamo noi i primi a non doverci svalutare, soprattutto di fronte a delle richieste lavorative che non hanno nulla a che fare con la nostra identificazione, siano esse economiche che di attività. Questo periodo storico sembra avere il potenziale per essere la chiave di svolta.

Dimostriamo il nostro valore.

AutriceMartina Urracci – Tecnico di anestesia presso “Clinica Parioli”

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