Sudoku e parole crociate non ci salveranno dal declino cognitivo!

il diritto allo studio per gli infermieri
il diritto allo studio per gli infermieri

Accingersi con sudoku o parole crociate in tarda età, allo scopo di contrastare il rischio di declino cognitivo (demenza senile o giovanile, alzheimer, ecc..), non sembra, dai risultati di uno studio, un’attività efficace.

Declino cognitivo: gli studi

I risultati di uno studio pubblicato sul British Medical Journal, coordinata da Roger Staff (Università di Aberdeen) chiariscono che ciò che difende il paziente dal declino cognitivo non è iniziare l’attività mentale del problem solving in sé, ma l’alto livello intellettivo di partenza da cui inizia il declino cognitivo stesso, tipico di persone che hanno mantenuto un coinvolgimento mentale (studiando, rimanendo attivi e curiosi) negli anni e sin da piccoli.

Il problem solving non contrasta il declino

Ovvero, i giochi mentali non servono a ritardare il declino, ma chi li fa da quando è giovane è probabile che abbia un punteggio mentale più alto da cui partire. Il declino cognitivo sembra quindi inevitabile, ma un “muscolo” mentale più forte ritarda notevolmente l’espressione dei sintomi.

Una pessima metafora: una cachessia debiliterà più velocemente un paziente magro ed emaciato rispetto ad un atleta in forma.

Declino cognitivo: lo studio

Valutati i dati raccolti da uno studio con una popolazione significativa (Scotland-wide testing, 1947) è stata reclutata una sotto-popolazione di 500 persone, candidata ad osservazioni a lungo termine. Quindi uno psicologo ne somministrava i test per valutare i livelli di capacità mentale ogni 3 anni per i successivi 15.

I risultati dello studio sul declino cognitivo

Gli studiosi hanno notato che un coinvolgimento intellettivo nella prima infanzia era correlato ad un maggiore proseguo attivo negli anni e che un impegno costante nelle attività di problem solving era legato ad un ritardo del declino cognitivo nella vecchiaia.

Purtroppo però, prima o poi, le prestazioni sono diminuite in tutti i partecipanti (mentalmente attivi o no) di un punto l’anno e questo dimostra come il declino cognitivo non possa essere ad oggi prevenuto.

Se però il declino inizia da un livello superiore di abilità cognitive, probabilmente richiederà più tempo per raggiungere un livello evidente e interferire con il funzionamento mentale”, questa è la ricetta per ridurre l’impatto della malattia a cui gli autori sono arrivati.

In attesa di migliori evidenze quindi, l’attività mentale, seppure non è un fattore di prevenzione al declino cognitivo, ne è sicuramente uno di protezione, di buon beneficio per la qualità della vita e positivo per il rapporto con gli altri. Quindi matita e rivista in mano e buon sudoku a tutti!

Autore: Dario Tobruk

Ginnastica mentale

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Infermiere di Unità Coronarica presso ASST Desenzano del Garda. Tra i molti interessi, ha una certa vocazione per tutto ciò che viene percorso da "corrente elettrica": computer, macchine, internet. Da grande, nel futuro, spera di curare i cyborg.

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