Codice Deontologico Infermieristico: Abrogate l’Art. 49!

la delibera della giunta Emilia Romagna sulle "Case della Salute" che non piace all'ordine dei medici bolognese

Il Collegio Ipasvi di Pisa ha deciso di rivisitare parte del codice deontologico infermieristico (per un ripasso del codice clicca qui ) ponendo le basi per un’interessante proposta da presentare alla Federazione Nazionale, tutto ciò è divenuto il sintomo evidente di un forte bisogno di avanzamento professionale della categoria. Come se la necessità di affrancarsi dal ruolo cristallizzato dell’infermiere, cui per decenni siamo stati abituati, sia al momento attuale, di così stringente cogenza da essere posto al centro di dibattiti e riflessioni non più procrastinabili. In particolare l’auspicata caduta dell’art. 49 del codice deontologico corappresenterebbe, a detta di molti, il terreno entro il quale potersi muovere per realizzare quel progetto ambizioso di restyling sostanziale della figura professionale dell’infermiere.

 

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Mauro Di Fresco, 2013, Maggioli Editore

La giurisprudenza ha voluto spiegare la relazione umana e contrattuale che lega l'operatore al paziente e viceversa, coniando un nuovo termine: contatto sociale. Le professioni sanitarie consistono in attività delicate, che purtroppo, ora più frequentemente, incidono nella sfera personale del...



 

 

Cosa prevede l’articolo 49 del Codice Deontologico Infermieristico e perché modificarlo.

Entriamo nel vivo della vicenda dell’art 49 del codice deontologico degli infermieri che stabilisce: “L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale”.

Il carattere di fragilità della posizione professionale dell’infermiere viene in risalto proprio dall’attenta analisi delle parole sopra riportate. Il fatto che allo stesso sia richiesto, in una forma quasi diabolica di ricatto, di compensare alle mancanze del sistema per il bene e interesse primario dell’assistito suona come un’enorme svalutazione non solo del singolo soggetto chiamato a muoversi nell’incerto ambito di bisogni non inquadrabili entro confini stabiliti e giocoforza cangevoli,  ma di tutto il Sistema Sanitario Nazionale.

Paradossale sembra inoltre la richiesta del rifiuto ad operare tali forme di compensazione ogni qual volta risulti abituale o ricorrente il disservizio, questo equivale a dire che se da una parte la cattiva gestione del servizio è ripianabile con un quid pluris minimo, allora questo dovrà essere fatto al fine di evitare sanzioni, se invece il malfunzionamento dell’apparato sia strutturale sorgerà in capo allo stesso infermiere il diverso obbligo di astenersi e documentare le motivazioni ad esso riconducibile. Un’ambivalenza di posizioni che, nella loro diametrale differenza, pone l’infermiere nella non semplice posizione di chi possa incappare in numerosi errori e manchevolezze dettate, più che da un suo colpevole agire, dall’animo impreciso dell’art. 49.

 

Codice Deontologico Infermieristico: La visione attuale dell’infermiere in relazione al “nuovo” paziente.

Il collegio Pisano ritiene che la disposizione prevista allo stato attuale, non possa essere mantenuta in vita proprio perché non in grado, a causa dell’intima capacità della stessa di depauperare il ruolo dell’infermiere, di presentarsi come elemento costitutivo del ruolo imposto dai tempi attuali, nei quali, il paziente: “si è emancipato diventando “esigente”, cioè un soggetto consapevole dei propri diritti non più “beneficiario” passivo ma “contraente”, che tende a contrattare le condizioni delle cure di cui ha bisogno” . 

 

Autonomia dell’infermiere e corretta valutazione dei limiti imposti dal sistema sanitario.

Ciò per cui, in altri termini, il collegio pisano auspica una riforma, è un maggiore livello di autonomia del personale infermieristico: “oggi ciò che dovrebbe essere un infermiere è impedito da cosa fa, ciò che fa è  deciso da come è effettivamente organizzato il suo lavoro e i suoi rapporti con altre professioni cioè dal suo scarso grado di autonomia”

La frase è parte della proposta di modifica del medesimo collegio; ciò che fa riflettere dell’affermazione è che tale visione è resa da soggetti che appartengono alla stessa categoria, non si tratta in altre parole di un attacco esterno alla figura professionale dell’infermiere, ma è una autovalutazione che denuncia  lo scollamento enorme tra la funzione che l’infermiere dovrebbe avere e ciò che risulta nella pratica. Questo è il passaggio che ci permette di riconoscere come all’interno del sistema si muova un sentimento di rinnovamento non ancora pienamente percepito dalle autorità competenti. Nel caso di specie, ciò che ci si augura è che proprio la modificazione del codice deontologico possa rappresentare quel grimaldello in grado di dar luogo ad un rinnovamento dell’attuale ruolo dell’infermiere.

 

Verso un futuro di reale valorizzazione della categoria professionale degli infermieri.

Il proposito ambizioso del nuovo codice deontologico infermieristico del collegio pisano traspare chiaramente anche da queste parole:Quello che proponiamo è sicuramente qualcosa di alternativo rispetto alla produzione deontologica esistente e siamo consapevoli che sarà definito con una miriade di aggettivi, che ci auguriamo in maggioranza di apprezzamento. La speranza è di avviare un intenso dibattito, già questo sarebbe un successo”. La necessità di aprire un dibattito su un tema così centrale è a mio giudizio frutto di quel percorso già iniziato dall’infermiere, il quale, negli ultimi anni, ha abbandonato il ruolo di semplice subalterno nella scala gerarchica, dimostrando come il doppio binario composto dal sistema di norme che ne regola gli aspetti deontologici e la pragmatica realtà lavorativa debbano trovare al più presto un punto di incontro, senza il quale, modelli avanzati e progrediti di differenti sistemi sanitari resteranno una chimera.

Martino Vitaliano Di Caudo. Praticante Avvocato e Redattore.

Se non lo hai ancora fatto leggi:

Codice deontologico dell’Infermiere 2009: commenti e riassunto.

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Avvocato; giornalista pubblicista; copywriter. Esperto di diritto sanitario a seguito di un percorso formativo in ambito legale con il conseguimento della laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli studi di Catania ed il successivo ampliamento delle conoscenze in ambito sanitario e giornalistico.

1 COMMENTO

  1. PER UN NUOVO CODICE DEONTOLOGICO… SOTTO LA TORRE DI PISA?

    Carissimi e gentilissimi colleghi infermieri. Solo qualche quesito e qualche sconclusionata conclusione. Senza pretesa alcuna. Con molta preoccupazione. In lotta contro ogni forma di insistente disamoramento sempre alle porte. La proposta di Pisa, relativa ad un nuovo Codice Deontologico, ha aperto, e ritengo a ragione, un importante dibattito.
    «Non ha avuto vita facile: osteggiata duramente fin dall’inizio dalla FNC per la sua “irritualità”, grazie però alla profondità dei suoi contenuti ha innescato un forte dibattito, anche interno alla FNC, mettendo in luce l’esistenza di una doppia anima nella Federazione, divisa tra una frangia più conservatrice e poco incline al cambiamento vero, e una più riformatrice e aperta alle sfide del futuro.»
    Nessuno schieramento per nessuna anima non mi esime dal pormi almeno qualche quesito tra i tanti che, al di là dell’occasionalità del nuovo Codice, mi assillano nella pratica giornaliera.
    1) – Il Codice Deontologico vuole essere una tautologia della già inequivocabile quanto basta legislazione?
    2) – Nonostante una legislazione accettabile e condivisibile nelle sue linee generali e nonostante un Codice Deontologico che, se non è proprio un’opera d’arte è indicativo oltre che prescrittivo, l’ancora attuale riduzione dell’infermiere a subalternità al medico e non solo, è proprio dovuta ad una carenza di legislazione e di Codice Deontologico?
    3) – Personalmente, fino a questo momento, pensando sulla professione infermieristica, non ho avuto bisogno di fare ricorso al concetto di “coevoluzione” mentre sto cercando di capire se mi può servire ed eventualmente come e perché. Ho trovato di grande aiuto fare ricorso al concetto composto di “mutuo appoggio in mutuo aiuto”. Sia l’uno che l’altro concetto sembra richiedano un accordo a monte, una decisionalità a monte; come minimo tra due parti. Richiedono un matrimonio e, per chi aborrisce ogni fede e ogni religione, richiedono un contratto; come minimo tra due contraenti. Nel caso degli infermieri si sta parlando di “coevoluzione” prima di tutto tra infermieri e medici.
    Allora una quasi conclusione. È da più di trent’anni che faccio l’infermiere nei servizi della Salute Mentale. Pur nel rispetto della legislazione infermieristica, pur nel rispetto di ogni prescrizione deontologica, pur nel rispetto di ogni legislazione aziendale, pur nel rispetto di ogni legislazione legata alla Psichiatria riformata in Salute Mentale, pur nel rispetto e nel riconoscimento dell’altrui professione, sia da parte di medici che da parte di infermieri, ho trovato pochissimi, contati, professionisti che hanno dichiarato di volersi “coevolvere” o di volersi porre in una condizione di “mutuo appoggio in mutuo aiuto”. Ciò ha contribuito enormemente al mantenimento della riduzione dell’infermiere ad una subalternità al medico e non solo.
    Sto facendo riferimento alla mia esperienza personale senza per questo comunque dimenticare quanto è stato detto ed è stato scritto e denunciato negli anni da tantissmi altri infermmieri della Salute Mentale e non solo. Devo addebitare tutto ciò ad una carenza di legislazione e di Codice Deontologico?
    Vi dico subito che per me sarebbe facile e proprio una scorciatoia oltre che l’aver trovato una soluzione. Ma dico pure che una tale conclusione forse porterà alla redazione di una nuova Bibbia Deontologica ma non porterà certamente né ad una reale autonomia dell’Infermiere, né del Paziente, né della Comunità.
    Qualche quesito ancora.
    – In una condizione in cui un medico toglie un polmone, toglie un rene, toglie un pezzo di intestino ad un paziente perché quell’intervento fa guadagnare di più a lui e alla sua azienda, sia in prestigio che in denaro, pensate che ci sia stato un contratto “coevolutivo” tra medici e infermieri?
    – Pensate che ci possa essere possibilità di “coevoluzione” in una tale condizione che indica una precisa progettualità?
    – Per un paziente è importantissimo avere un letto ben fatto, con lenzuola senza pieghe, senza buchi, ben stirate, ben tese. E l’infermiere lo sa benissimo e lo condivide perfettamente. Alla prova orale ai concorsi per infermiere, al Nord, l’infermiere veniva bocciato e non superava l’esame quando non aveva saputo rispondere alla seguente domanda, qualche volta posta da una suora: come fa l’infermiere a capire e verificare se il lenzuolo è ben steso, ben teso, ben stirato sul materasso?
    Una domanda per una verifica importantissima, e di qualità, che dichiarava di quanta attenzione si stesse dedicando da parte della Sanità alla persona sofferente fino a spingersi in quella che solo apparentemente poteva sembrare la pignoleria del lenzuolo teso e di escludere quell’infermiere, bocciandolo, che non sapeva rispondere, non approssimativamente ma precisamente, a quel quesito. Potrei giurare che dal 1985 ad oggi non ho mai trovato un letto di un paziente, un materasso o un lenzuolo che m’avessero consentito di mettere in pratica quella verifica a cui avevo imparato perfino a tenere tanto. Non parliamo delle condizione dei cuscini, dei materassi non degni nemmeno d’un cane randagio, di lenzuola bucate o di lenzuola che la gente deve portarsi da casa. Per non parlare dei pazienti coricati sui pavimenti e di tant’altro ancora.
    Quella prova consisteva nella seguente pratica: l’infermiere deve (non facoltativo ma prescrittivo) lanciare una moneta sul lenzuolo steso. Se la moneta rimbalza, il lenzuolo è ben stirato e l’operazione di rifacimento si può completare; se la moneta muore, affonda, si blocca sulla tela, il lenzuolo è messo male, non è stirato bene sul materasso e si deve riposizionare.
    Pensate che l’infermiere si possa e si debba “coevolvere” con qualcuno in una tale condizione che indica una precisa progettualità?
    Pensate che tutto ciò sia da addebitare ad un qualche Codice andato a male?
    Qualche dubbio mi sovviene. Durante tutta la mia attività infermieristica ho preso coscienza delle richieste, con diversa provenienza, rivolte all’infermiere di complicità e di collusione (Attenzione! Non complicità e collusione in positivo ma complicità e collusione della peggiore specie.) non con la relazionalità empatica e antiautoritaria alla base di ogni buona assistenza infermieristica ma con una relazionalità autoritaria e di Potere che nulla può e deve avere a che fare nemmeno con la peggiore delle assistenze infermieristiche.
    C’è il pericolo che la “coevoluzione”, per come si sta affrontando il dibattito si trasformi da possibile potenzialità positiva in un diverso modo di chiedere complicità ad una solo diversa relazionalità di Potere?
    Importantissimo è il lavoro dei colleghi infermieri di Pisa; importantissime le critiche mosse ai Codici precedenti, anche se mi sembra ci siano dei fraintendimenti inseriti in una costruzione del discorso che, sempre con rispetto parlando, non riesco molto a condividere; come importantissima e fondamentale mi sembra l’abolizione dell’Art. 49 che io considero, certamente, espressione di ausiliarietà e subordinazione dell’infermiere che comunque mai, sapendo con chi si ha a che fare, dovrebbe essere riconosciuta e addirittua considerata all’interno di un Codice Deontologico ma che, nello stesso tempo, ha un altro significato. Con quell’articolo, l’infermiere, pur in un rapporto di tentata “coevoluzione” e sfegatata collaborazione con l’Istituzione, si è impegnato con un messaggio meglio esplicitabile nel seguente modo: io infermiere, nonostante la mia riconosciuta necessaria e indispensabile autonomia professionale finalizzata ad una migliore cura della persona sofferente, ti offro la mia disponibilità a darti una mano per rispondere a delle carenze, però a condizione che siano solo ed esclusivamente “eccezionali”. Troppo buon cuore, conoscendo l’Istituzione? Oggi possiamo dire, sicuramente. Quell’eccezionalità si è trasformata di giorno in giorno in routinarietà eccezionale mentre l’infermiere, da un lato, non ha avuto il coraggio di porre fine a quell’offerta mentre dall’altro, dove decideva di farla finita e di cessare quell’ormai non più sopportabile né funzionale offerta, veniva minacciato, punito, perseguitato, squalificato, umiliato. L’Istituzione sanitaria, e prima di tutto i medici che poi sono quelli che ritroviamo immediatamente alla dirigenza varia, hanno assolutamente e radicalmente tradito quella che da parte dell’infermiere aveva il senso di un’apertura veramente enorme oltre che rischiosa. Dopo tutto, tutta la forza e la violenza che il medico non può e non vuole scaricare verso l’alto (gli amici non si disturbano e non si fanno nemici) la scarica contro il basso, dal suo punto di vista, contro l’infermiere verso cui, sempre dal suo punto di vista, tutto si può. In tutto ciò l’infermiere ha certamente guardato e considerato prima di tutto il cittadino, il paziente. Bene. E l’Istituzione, approfittando della buona fede dell’infermiere ha anche approfittato della buona fede e della malattia oltre che della debolezza del paziente. È veramente ora di abolire l’Art. 49.
    Professore Cavicchi, mi scusi: se nessuno viene alla festa, questa festa “coevolutiva” a chi o con chi la dobbiamo fare?
    [http://bkiol.fpasca.it/portale/Documenti/BELLA_AUTONOMIA_bonanno.pdf]

    Gaetano Bonanno

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