Cani e gatti possono contrarre il Covid-19? Sembra di si!

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Cani e gatti da compagnia possono contrarre il COVID-19 dai loro proprietari: è quanto emerge dalle indiscrezioni di due recenti pre-print (studi non ancora pubblicati) presentati al Congresso Europeo di Microbiologia e Malattie Infettive.

Un animale domestico su cinque viene contagiato dal padrone infetto

“Se avete il Covid 19, state lontani dal vostro cane o gatto, proprio come fareste con le altre persone: circa il 20% degli animali domestici, uno su cinque, contrae la malattia dal suo proprietario” . Lo afferma la Prof.ssa Els Broens, che ha coordinato uno studio scientifico condotto dall’Università di Utrecht, in Olanda.

Il team di ricercatori ha eseguito tamponi ed esami del sangue su 310 animali di famiglie dove un componente era stato infettato dal virus Sars-Cov2 negli ultimi 200 giorni.

Assistere a casa

Da chi svolge quotidianamente un lavoro a contatto con le persone malate e i loro contesti famigliari, e che affronta con loro tutto quello che può accadere dentro le case durante l’assistenza domiciliare, nasce questo agile e utilissimo manuale. Non è un testo enciclopedico, non vuole avere, per spirito degli autori stessi, la presunzione di risolvere qualsiasi problema si possa presentare nel corso dell’assistenza domiciliare. Un’assistenza domiciliare non può prescindere dalla possibilità di effettuare a domicilio le cure necessarie ed eventuali esami diagnostici. per questo c’è bisogno di creare un équipe ben addestrata di sanitari coordinati fra loro, di assicurare una reperibilità 24 ore su 24, e di avere la certezza di una base di riferimento, fulcro importantissimo, quale la famiglia e i volontari. Proprio loro infatti rappresentano il raccordo essenziale tra il paziente e il professionista. spesso si trovano a confrontarsi con una realtà diversa, piena di incognite. Devono essere edotti sui diversi aspetti della malattia ma è fondamentale che conoscano il confine entro cui muoversi e quando lasciar posto al personale sanitario. Conoscere significa non ignorare e non ignorare significa non aver paura: una flebo che si ferma non deve creare panico nei famigliari o nel volontario, anche perché essendo loro il punto di riferimento per il paziente sono loro i primi a dare sicurezza e questo avviene solo se si conoscono i problemi. Il testo cerca perciò di porre l’attenzione sulle necessità più importanti, sui dubbi più comuni, sulle possibili situazioni “difficili” che a volte divengono vere urgenze, non dimenticando i piccoli interrogativi che spesso sono sembrati a noi stessi banali ma che, al contrario, sono stati motivo di forte ansia non solo per il paziente ma anche per i famigliari e per i volontari alle prime esperienze. Giuseppe Casale, specialista oncologo e gastroenterologo, è fondatore dell’Associazione, Unità Operativa di Cure Palliative ANTEA, di cui è anche Coordinatore Sanitario e Scientifico. Membro di molte Commissioni del Ministero della Sanità in ‘Cure Palliative’, è autore di diverse pubblicazioni, nonché docente in numerosi Master Universitari. Chiara Mastroianni, infermiera esperta in cure palliative, è presidente di Antea Formad (scuola di formazione e ricerca di Antea Associazione), e membro del comitato scientifico dei Master per infermieri e medici in cure palliative dell’ Università degli studi di Roma Tor Vergata.

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Dallo studio è emerso che:

  • il 4,2% degli animali domestici (6 gatti e 7 cani) risultavano positivi al test PCR,  che indica un’infezione attiva in corso;
  • nel 17,4% (31 gatti e 23 cani) sono stati rilevati gli anticorpi anti Covid-19, la prova di un pregresso contatto dell’animale con il coronavirus.

La maggior parte degli animali infetti era asintomatica o mostrava sintomi di lieve entità. Nei test di follow-up tutti gli animali risultati positivi alla PCR si sono negativizzati, hanno eliminato l’infezione e sviluppato anticorpi.

Il gatto rischia di più rispetto al cane

La conferma che l’essere umano infetto possa contagiare il proprio animale da compagnia arriva anche da uno studio canadese, promosso dall’Università di Guelph in Ontario. La ricerca ha coinvolto cani e gatti domestici (102 in totale), i cui proprietari erano positivi agli anticorpi del COVID-19, oltre a  ani e gatti randagi oppure ospiti di canili e gattili.

I risultati dimostrano che le persone con COVID-19 trasmettono frequentemente la malattia ai loro amati quattro zampe.

I gatti (67%) sono più a rischio dei cani (43%) e solo il 9% degli animali nelle strutture e il 3% dei randagi sono risultati positivi. Un quarto degli animali domestici aveva almeno un sintomo, come perdita di appetito, diarrea, tosse e difficoltà di respirazione. La maggior parte ha presentato la malattia in forma lieve e solo tre casi si sono ammalati in modo grave.

Il team della Prof.ssa Bienzle, autore della ricerca, ipotizza che la biologia dei gatti, in particolare i loro recettori virali (“blocchi” che il virus apre per entrare nelle cellule) li renda più sensibili al COVID-19. Rispetto ai cani, i gatti dormono di frequente a stretto contatto e vicino al viso del loro proprietario e questo favorisce inevitabilmente il contagio.

I risultati di questi studi sono stati presentati al 31esimo Congresso Europeo di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive (ECCMID) 2021: entrambi mostrano che la maggior parte dei casi di coronavirus tra gli animali proviene dal contatto con l’uomo, piuttosto che il contrario.

Attualmente non c’è evidenza che gli animali domestici possano contagiarsi tra di loro, così come la trasmissione del virus da animale domestico ad essere umano  non è stata dimostrata.

Tuttavia, tale possibilità non può essere completamente esclusa: il presidente della Società Europea di Microbiologia Clinica e Malattie Infettive (ESCMID) afferma che “…la preoccupazione principale non è la salute degli animali, ma il potenziale rischio che gli animali domestici possano fungere da serbatoio e reintrodurre il virus nella popolazione umana”.

Autore: Serena Frassini

Fonti: