Competenze avanzate infermieristiche: una crescita necessaria, ma senza perdere l’anima della disciplina

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Riceviamo e pubblichiamo l’editoriale a firma del Prof. Cesar Iván Avilés González, Professore Associato di Scienze Infermieristiche presso l’Università degli Studi di Enna “Kore”, e del Dott. Antonello Carta, Dirigente delle Professioni Sanitarie dell’Azienda ULSS 3 Serenissima.

Il contributo analizza l’imminente introduzione delle Lauree Magistrali Infermieristiche a indirizzo clinico e delle future competenze avanzate infermieristiche, esaminando criticamente come tale evoluzione formativa, se non opportunamente governata, rischi di far smarrire alla comunità professionale la corretta traiettoria di crescita professionale.

Un monito autorevole sulla necessità di guidare il cambiamento per evitare che un’opportunità storica si trasformi in una perdita di orientamento strategico per l’intera categoria infermieristica.


Oggi, nel contesto italiano, parlare di competenze infermieristiche avanzate significa entrare in uno dei passaggi più delicati e, allo stesso tempo, più promettenti per il futuro della nostra professione. Non si tratta soltanto di discutere di nuovi percorsi formativi o di una diversa articolazione della laurea magistrale. Si tratta, più profondamente, di capire quale direzione vogliamo dare allo sviluppo dell’infermieristica come disciplina, come professione e come responsabilità sociale dentro il Servizio Sanitario Nazionale.

L’apertura di percorsi magistrali a orientamento clinico in aree come l’infermieristica pediatrica, l’infermieristica di famiglia e di comunità e l’area critica, intesa come 118, pronto soccorso e rianimazione, rappresenta senza dubbio una grande opportunità. È una opportunità per il sistema sanitario, per il Ministero dell’Università e della Ricerca, per la Federazione, per le associazioni scientifiche e per tutti coloro che, da anni, lavorano per rendere più visibile, più forte e più riconosciuta l’autonomia infermieristica. Ma proprio perché si tratta di una opportunità importante, essa non può essere letta in modo superficiale o semplicemente entusiastico. Ha bisogno di essere accompagnata da una riflessione seria, matura e disciplinarmente fondata.

A mio avviso, il punto centrale è questo: le competenze avanzate sono davvero una conquista solo se rafforzano l’identità infermieristica e non se la confondono. Questo significa che non possiamo leggere questo cambiamento come un mero ampliamento di atti, procedure o margini operativi. Certamente anche questi aspetti esistono, e sarebbe ingenuo negarlo. Ma se ci fermassimo a questo piano, rischieremmo di perdere la questione essenziale. La questione essenziale è che l’infermieristica cresce non quando assomiglia ad altri, ma quando diventa ancora più capace di esprimere ciò che le appartiene in modo proprio.

Per questo ritengo importante dirlo con chiarezza, ma anche con il rispetto dovuto alla complessità del tema: lo sviluppo delle competenze avanzate va inteso non come assimilazione di funzioni altrui, ma come qualificazione ulteriore del proprio ruolo, nel rispetto delle specifiche competenze e della collaborazione interdisciplinare… è questo il senso della maturazione della professione infermieristica. È questo il bisogno del sistema. E , soprattutto, il bisogno delle persone assistite e delle loro famiglie. L’infermiere con competenze avanzate, se vogliamo davvero valorizzarlo, deve essere un professionista ancora più capace di integrare competenza tecnica, ragionamento clinico, diagnosi infermieristica, educazione terapeutica, continuità assistenziale, accompagnamento del caregiver e lettura complessiva dei bisogni della persona nel suo contesto di vita.

È qui che, a mio parere, torna ad avere un valore decisivo il richiamo ai fondamenti teorici della disciplina. Non come esercizio astratto, né come omaggio formale alla teoria, ma come criterio per orientare il cambiamento. I linguaggi standardizzati NANDA-I, NIC e NOC ci aiutano a rendere visibile il giudizio infermieristico, gli interventi e gli esiti assistenziali. I modelli di Gordon continuano a offrire una struttura solida per una valutazione globale e sistematica della persona. Il modello delle prestazioni infermieristiche di Cantarelli, nel contesto italiano, resta un riferimento di grande valore per riaffermare la responsabilità propria del nursing. E il contributo di Jacqueline Fawcett rimane, ancora oggi, uno dei più forti richiami a non perdere la coerenza epistemologica della disciplina, soprattutto quando si parla di ruoli avanzati e di ridefinizione delle competenze. Il suo lavoro sul metaparadigma infermieristico continua a ricordarci che persona, salute, ambiente e nursing non sono parole da manuale, ma il cuore della nostra identità scientifica e professionale (Fawcett & DeSanto-Madeya, 2012).

Richiamare oggi Fawcett ha anche un significato ulteriore. La sua scomparsa, nel marzo 2026, ci interpella in modo particolare. Ricordarla dentro una riflessione come questa significa non solo renderle omaggio, ma riconoscere che molta della chiarezza concettuale di cui oggi disponiamo per difendere l’identità del nursing viene anche dal suo contributo. In un tempo nel quale la professione è chiamata a crescere, il modo migliore per onorare il suo insegnamento è evitare che la crescita si trasformi in smarrimento disciplinare.

Se vogliamo rendere concreto questo discorso, un esempio molto chiaro è quello del PICC e del Midline. Nessuno mette in dubbio che la gestione e l’inserimento di questi dispositivi possano rappresentare una competenza avanzata. Richiedono preparazione, esperienza, valutazione, sicurezza tecnica e assunzione di responsabilità. Ma proprio qui si vede bene la differenza tra una lettura tecnico-procedurale e una lettura autenticamente infermieristica della competenza avanzata. Il punto non è soltanto saper inserire un dispositivo. Il punto è quale valore aggiunto porta l’infermiere prima, durante e dopo quella procedura.

Prima della procedura, infatti, la domanda non dovrebbe essere solo se quel dispositivo è indicato o se è tecnicamente possibile inserirlo. La domanda dovrebbe essere anche se quella persona è nelle condizioni di gestirlo, se possiede capacità sufficienti di self-care, se il caregiver o il familiare può essere realmente coinvolto, se il contesto domiciliare è adeguato, se la rete assistenziale esiste o se è fragile. In altre parole, la decisione non dovrebbe
essere soltanto tecnica, ma clinico-assistenziale. E questo è precisamente il punto nel quale emerge il valore del nursing. Talvolta, proprio da questa valutazione può nascere la necessità di un percorso educativo rivolto al paziente e alla famiglia, magari utilizzando il teach-back, affinché ciò che viene proposto non sia solo corretto sul piano procedurale, ma anche sostenibile sul piano della vita quotidiana.

Durante la procedura, ovviamente, la competenza tecnica resta essenziale. Ma anche in questa fase il valore infermieristico non si riduce alla buona esecuzione del gesto. Vi è la capacità di prevenire il rischio infettivo, di riconoscere le complicanze potenziali, di formulare diagnosi infermieristiche pertinenti, di pianificare interventi adeguati e di individuare indicatori di esito che consentano di comprendere se quella procedura sta davvero rispondendo ai bisogni della persona assistita. Il gesto tecnico, dunque, non perde centralità, ma acquista significato dentro un processo assistenziale più ampio.

Dopo la procedura, poi, si rende ancora più evidente ciò che distingue una competenza avanzata infermieristica da una semplice abilità tecnica. Un PICC o un Midline non finiscono nel momento dell’impianto. Da quel momento comincia un altro lavoro, forse meno visibile ma non meno importante: garantire continuità assistenziale, attivare la rete dei servizi, offrire un riferimento a paziente e caregiver, sostenere la gestione domiciliare, intercettare dubbi e problemi, accompagnare il follow-up. È qui che la competenza avanzata mostra il suo volto più maturo, perché si traduce in una presa in carico reale e continuativa.

Questo approccio, però, non può essere confinato all’area critica. Sarebbe un errore. Lo stesso paradigma vale pienamente anche per l’infermieristica pediatrica e per l’infermieristica di famiglia e di comunità. In pediatria, ogni competenza avanzata acquista senso solo se resta dentro la relazione con il bambino, con i genitori e con il contesto familiare. Nell’infermieristica di famiglia e di comunità, le competenze avanzate saranno davvero significative solo se sapranno rafforzare prossimità, prevenzione, empowerment, continuità, lettura dei bisogni complessi e integrazione dei servizi. Anche qui, il punto non è fare di più in astratto, ma prendersi meglio cura.

Accanto a questo, ritengo che vi sia un tema che dovrà essere affrontato con molta serietà, cioè il riconoscimento economico e contrattuale di queste nuove competenze. Non possiamo immaginare un ampliamento della responsabilità, della complessità decisionale e dell’autonomia senza porci il problema della coerenza del sistema di riconoscimento. È una questione che inevitabilmente aprirà domande importanti: quale sarà la collocazione
contrattuale di questi professionisti? Lo stimolo economico resterà interno a una logica di comparto oppure, nel tempo, si aprirà una riflessione più ampia? Non è una domanda secondaria, né una rivendicazione impropria. È una questione di giustizia, di sostenibilità e di credibilità istituzionale. Le responsabilità avanzate non possono essere pensate senza un adeguato riconoscimento.

Allo stesso modo, vi è un altro aspetto che considero molto importante e che riguarda noi accademici. Chi oggi forma i futuri infermieri italiani svolge una funzione decisiva per lo sviluppo della disciplina. Eppure, in molti casi, i professori associati, i ricercatori e gli ordinari dell’area infermieristica non hanno la possibilità di mantenere una presenza clinico- assistenziale reale e continuativa. Questo, a mio parere, rappresenta un limite. Perché una
disciplina cresce anche quando chi insegna, fa ricerca e produce sapere mantiene un rapporto vivo con la clinica, con i pazienti, con le famiglie e con la comunità. In questo senso, lo sviluppo delle competenze avanzate potrebbe diventare un’occasione importante per riaprire una riflessione sul ruolo assistenziale degli accademici infermieri, superando modelli nei quali la loro presenza è confinata quasi esclusivamente agli ambiti dirigenziali,
manageriali, formativi o di ricerca. Tutto questo è importante, certamente, ma non può essere l’unico orizzonte. Sarebbe auspicabile che, in prospettiva, si potessero costruire spazi reali di attività clinica anche per chi opera nell’università, perché la qualità della formazione e la credibilità della disciplina passano anche da qui.

Infine, con la prudenza necessaria, credo che questo dibattito potrebbe aprire in futuro anche una riflessione su altri possibili ambiti di sviluppo, come quello della salute mentale e della psichiatria. Non per togliere spazio ad altri professionisti, né per creare sovrapposizioni inutili, ma per valorizzare il contributo specifico dell’infermieristica nel caring, nella continuità della presa in carico, nella protezione della persona, nella sicurezza e nella promozione dell’inclusione sociale e lavorativa.

In conclusione, il tema delle competenze avanzate merita di essere affrontato con equilibrio, con coraggio e con maturità disciplinare. È una grande opportunità, ma proprio per questo non può essere banalizzata. Richiede una riflessione sul senso dell’autonomia, sul riconoscimento economico e professionale, sul ruolo dell’accademia, sui modelli teorici che sostengono la disciplina e, soprattutto, su ciò che non possiamo permetterci di perdere.

Perché il futuro dell’infermieristica non dipenderà soltanto da quante nuove competenze riusciremo a introdurre, ma da quanto saremo capaci di farle crescere restando fedeli alla nostra ragione più profonda: il prendersi cura della persona, della famiglia e della comunità, con competenza, responsabilità, metodo e umanità.

Autori:

  • Prof. Cesar Iván Avilés GonzálezRN, Ph.D. Professore Associato di scienze infermieristiche generali ,ostetriche, ginecologiche, pediatriche e neonatali presso Università degli Studi di Enna “Kore”
  • Dott. Antonello CartaRN, MSC, BN. Dirigente delle Professioni Sanitarie dell’Azienda ULSS 3 Serenissima.

Riferimenti:

  • Cantarelli, M. (2017). Il modello delle prestazioni infermieristiche (3ª ed.). CEA.
  • Fawcett, J., & DeSanto-Madeya, S. (2012). Contemporary nursing knowledge: Analysis and evaluation of nursing models and theories (3rd ed.). F. A. Davis.
  • Gordon, M. (1994). Manual of nursing diagnosis (6th ed.). Jones & Bartlett.
  • Johnson, M., Bulechek, G. M., Butcher, H. K., Dochterman, J. M., Maas, M. L., Moorhead, S., & Swanson, E. (Eds.). (2012). NOC and NIC linkages to NANDA-I and clinical conditions: Supporting critical reasoning and quality care (3rd ed.). Elsevier.
  • NANDA International. (2024). NANDA International nursing diagnoses: Definitions and classification, 2024–2026 (13th ed.). Thieme.
  • NANDA International. (2026, March). Remembering Dr. Jacqueline Fawcett: A life dedicated to nursing knowledge.

Cesar Ivan Avile Gonzalez

Professore Associato di scienze infermieristiche generali ,ostetriche, ginecologiche, pediatriche e neonatali presso Università degli Studi di Enna “Kore”

Antonello Carta

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