Educazione sanitaria e donazione d’organi: l’atteggiamento dei professionisti delle ICU può comprometterle?

L’educazione sanitaria, una delle responsabilità più importanti dell’infermiere, rappresenta il processo grazie al quale i cittadini apprendono informazioni utili circa le modalità per assumere consapevolmente delle decisioni finalizzate al mantenimento e al miglioramento della propria salute.

Lo scopo primario dell’approccio educativo in ambito sanitario, quindi, è quello di aiutare la popolazione ad acquistare benessere riuscendo a trasmettergli conoscenze e motivazione, così da convincerli a orientare i propri comportamenti e i propri sforzi in tal senso.

E l’educazione sanitaria è di fondamentale importanza anche per trasmettere all’utenza la cultura della solidarietà e del “dono”, un motore di inestimabile valore che rifornisce quotidianamente i nostri ospedali di sangue, organi, tessuti e che salvano molte vite.

Ma l’educazione sanitaria da parte dei professionisti… Funziona sempre?

È possibile trasmettere informazioni corrette e qualsivoglia “cultura” se questi, per chissà quale motivazione (ad esempio sindrome di burnout, aver assistito a diversi outcome negativi, scellerate convinzioni personali, ecc.) sono i primi a essere titubanti verso ciò che vogliono insegnare, ovvero l’imprescindibile importanza di donare?

Pochi giorni fa, sulla rivista scientifica Transplantation Proceedings, è stata pubblicata una ricerca piuttosto interessante dal titolo “Factors Affecting Attitudes Toward Organ Donation in Health Care Professionals” che ha provato a indagare la presenza o meno di “pensieri pericolosi” nel personale sanitario.

Lo studio (descrittivo, cross-section) si proponeva di analizzare il tipo di impatto sulla società che l’atteggiamento degli educatori sanitari (tra cui, ovviamente, spiccano i professionisti infermieri) può avere riguardo alla donazione di organi e ha prodotto dei risultati che, seppur da verificare con ulteriori approfondimenti, fanno riflettere.

Gli infermieri e gli altri professionisti, infatti, soprattutto quelli che lavorano nelle unità di terapia intensiva, sembrano avere un atteggiamento molto negativo nei riguardi della donazione di organi. Condotta che, più o meno consciamente, rischia ogni giorno di compromettere quella che dovrebbe essere una efficace opera di educazione sanitaria all’interno della società.

Malati per forza

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I risultati sottolineano la necessità di approfondimenti

Il campione preso in considerazione dalla ricerca e “controllato” da giugno a settembre 2018, era composto da 220 professionisti sanitari (infermieri e medici) che lavoravano presso l’Ospedale Universitario e i Centri Sanitari Familiari nella Turchia del Nord. I dati sono stati raccolti grazie a un modulo socio demografico, un questionario sulla donazione degli organi e la Organ Donation Attitudes Scale. Sono state altresì usate statistiche descrittive, t test per dati indipendenti, Kruskal-Wallis test e analisi di correlazione.

La ricerca, di dimensioni piuttosto ridotte (va detto), ha sottolineato la necessità di realizzare degli studi interventistici più approfonditi, così da analizzare meglio la preoccupante questione soprattutto tra i professionisti che si dedicano a cura e assistenza nelle unità di terapia intensiva e che poi, in conseguenza del loro status, si ritrovano a essere educatori sanitari a tempo pieno tra i cittadini.

Fonte: Transplantation Proceedings

Alessio Biondino

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Alessio Biondino è un infermiere, un articolista e uno scrittore italiano. Lavora presso l'unità di Emodinamica interventistica del Policlinico Umberto I di Roma, vanta al suo attivo diverse pubblicazioni e è autore di 3 libri, tutti ispirati al proprio percorso professionale: la raccolta di racconti "La suocera sul petto e altre storie vere" (Ianieri Edizioni, 2018), il romanzo "Buonanotte, madame" (0111 Edizioni, 2014) e il manuale informativo "Assistenza respiratoria domiciliare - Il paziente adulto tracheostomizzato in ventilazione meccanica a lungo termine" (Universitalia, 2013).

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