Come funziona un saturimetro, a cosa serve e come interpretare i dati

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Oggi, le persone, pongono più attenzione ad alcuni aspetti della propria esistenza per cui prima, più o meno giustamente, non avevano alcun interesse. Acquistano e prendono dimestichezza con dispositivi medicali che, fino a non molto tempo fa, non erano così ricercati ed utilizzati. Probabilmente nemmeno conosciuti. Uno di questi è senza dubbio il saturimetro, uno strumento molto usato negli ospedali e che ha ottenuto enorme attenzione sin dai primi mesi della pandemia. Visto che noi infermieri, per definizione, siamo educatori sanitari, ci teniamo a fare un po’ di chiarezza e, in questo articolo, proveremo a spiegarvi come funziona un saturimetro.

Indice dell’articolo:

Che cosa è, di preciso, un saturimetro?

Il saturimetro, chiamato anche pulsossimetro o ossimetro, è uno strumento molto semplice da utilizzare, immediato e non invasivo.

È essenzialmente composto da un sensore (a clip, a dito, a orecchio, sonde flessibili o sonde “soft”) che si applica a un dito della mano, del piede, al naso o al lobo dell’orecchio e una unità di calcolo che raccoglie i dati “letti” dalla sonda, che li elabora e che invia il risultato finale ottenuto al monitor di cui lo strumento è provvisto. Nei suoi modelli più recenti e portatili (venduti, ad esempio, a prezzi interessanti su Amazon), il dispositivo appare come una sorta di portachiavi compatto a forma di pinzetta, dotato di un piccolo schermo luminoso.

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Come funziona il saturimetro?

Il principio di funzionamento della pulsossimetria è molto semplice: una sonda genera fasci di luce nel campo del rosso e dell’infrarosso, questi fasci attraversano la cute, i tessuti, la circolazione sanguigna (arteriosa e venosa) del paziente per poi arrivare ad una fotocellula. Conoscendo infine le quantità della luce (iniziale e finale) e prendendo in considerazione solo la componente pulsatile (sangue arterioso), l’apparecchiatura è in grado di calcolare SaO2 e il numero delle pulsazioni cardiache.

Pulsossimetro: quali dati ci fornisce?

Applicato alla falange del paziente, il saturimetro ci mostrerà due valori:

  1. la quantità in percentuale (SaO2, intesa come rapporto tra emoglobina ossigenata ed emoglobina totale) di emoglobina “legata” (presumibilmente all’ossigeno).
    • Va tenuto presente che, nel soggetto in salute, i valori di SaO2 nel range 97%-99% sono considerati normali (fino a 95% è clinicamente accettabile);
    • valori di SaO2 compresi tra 91% e 94% indicano ipossia (carenza d’ossigeno) lieve;
    • una SpO2 tra 86% e 90% indica un’ipossia moderata;
    • si parla di ipossia grave per valori di SpO2 uguali o inferiori all’85%.
  2. La frequenza cardiaca, ovvero la velocità con cui batte il cuore.

Guida al monitoraggio in Area Critica

Il monitoraggio è probabilmente l’attività che impegna maggiormente l’infermiere qualunque sia l’area intensiva in cui opera.Non può esistere area critica senza monitoraggio intensivo, che non serve tanto per curare quanto per fornire indicazioni necessarie ad agevolare la decisione assistenziale, clinica e diagnostico-terapeutica, perché rilevando continuamente i dati si possono ridurre rischi o complicanze cliniche.Il monitoraggio intensivo, spesso condotto con strumenti sofisticati, è una guida formidabile per infermieri e medici nella cura dei loro malati. La letteratura conferma infatti che gli eventi avversi, persino il peggiore e infausto, l’arresto cardiocircolatorio, non sono improvvisi ma solitamente vengono preannunciati dal peggioramento dei parametri vitali fin dalle 6-8 ore precedenti.Il monitoraggio è quindi l’attività “salvavita” che permette di fare la differenza nel riconoscere precocemente l’evento avverso e migliorare i risultati finali in termini di morbilità e mortalità.Riconosciuto come fondamentale, in questo contesto, il ruolo dell’infermiere, per precisione, accuratezza, abilità nell’uso della strumentazione, conoscenza e interpretazione dei parametri rilevati, questo volume è rivolto al professionista esperto, che mette alla prova nelle sue conoscenze e aggiorna nel suo lavoro quotidiano, fornendo interessanti spunti di riflessione, ma anche al “novizio”, a cui permette di comprendere e di utilizzare al meglio le modalità di monitoraggio.   A cura di:Gian Domenico Giusti, Infermiere presso Azienda Ospedaliero Universitaria di Perugia in UTI (Unità di Terapia Intensiva). Dottore Magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche. Master I livello in Infermieristica in anestesia e terapia intensiva. Professore a contratto Università degli Studi di Perugia. Autore di numerose pubblicazioni su riviste italiane ed internazionali. Membro del Comitato Direttivo Aniarti.Maria Benetton, Infermiera presso Azienda ULSS 9 di Treviso. Tutor Corso di laurea in Infermieristica e Professore a contratto Università degli Studi di Padova. Direttore della rivista “SCENARIO. Il nursing nella sopravvivenza”. Autore di numerose pubblicazioni su riviste italiane. Membro del Comitato Direttivo Aniarti.

a cura di Gian Domenico Giusti e Maria Benetton | 2015 Maggioli Editore

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Quanto è attendibile?

Anche se il suo utilizzo, associato ad altri dati, segni e sintomi, è spesso molto importante per rendersi conto di eventuali peggioramenti clinici, va ricordato che la pulsossimetria presenta diversi limiti, i quali la rendono uno strumento solo complementare nella valutazione globale dello stato respiratorio del paziente. La pulsossimetria arteriosa, infatti, da sola non basta per diagnosticare un’anormale diminuzione dell’ossigeno contenuto nel sangue del paziente (ipossiemia) e deve essere associata ad esami più completi, attendibili ed invasivi (l’emogasanalisi arteriosa, un prelievo di sangue eseguito pungendo un’arteria del paziente). Altresì, va tenuto presente che con il saturimetro non si può stabilire con quale gas sia legata l’emoglobina, ma solo la sua percentuale di saturazione (caratteristica che va tenuta presente nel caso in cui vi sia una possibile o sospetta intossicazione da monossido di carbonio).

Quali fattori possono influire su una errata misurazione?

La lettura della SaO2 può essere alterata da:

  1. artefatti da movimento (rappresentano una delle più frequenti cause di false “desaturazioni”);
  2. scarsa perfusione dovuta alla bassa temperatura (mani fredde);
  3. ipotermia;
  4. pigmentazione scura della cute;
  5. emoglobina disfunzionale (anemia), caso in cui la SaO2 può risultare normale anche in presenza di bassi valori ematici di Ossigeno;
  6. Presenza di blu di metilene (principio attivo impiegato nel trattamento della metaemoglobinemia indotta da farmaci o agenti chimici) nel sangue. Se presente nel circolo ematico, infatti, esso può assorbire le radiazioni luminose emesse dalla sorgente del saturimetro, alterando così la lettura eseguita dallo strumento;
  7. Presenza di smalto sulle unghie (forse, visto che diversi studi affermano il contrario, VEDI).

Anche se si tratta di una circostanza altamente improbabile (durante un arresto cardiaco la priorità non è di certo la misurazione della SaO2), per capire il principio di funzionamento del saturimetro va altresì ricordato che la SaO2 non è misurabile in caso di rianimazione cardiopolmonare: le compressioni toraciche causano infatti la sovrapposizione del polso arterioso con quello venoso, e il macchinario non è più in grado di distinguere i due compartimenti vasali.

Autore: Alessio Biondino

Fonti:

  • Guida al monitoraggio in Area Critica – a cura di Gian Domenico Giusti e Maria Benetton – Maggioli Editore in collaborazione con ANIARTI – ed. Maggio 2015
  • Biondino A., Scagnetti T. Assistenza Respiratoria Domiciliare – Il paziente adulto tracheostomizzato in ventilazione meccanica a lungo termine. Ed Universitalia, 2013.
  • Iacobelli L., Lucchini A., Asnaghi E. et al., “La saturimetria”, Minerva Anestesiologica, Minerva Medica, 2002, 68: 488-491.
  • Schutz S.L., “Oxygen saturation monitoring by pulse oximetry”, in Lynn-McHale Wiegand, D.J. (a cura di), AACN Procedure manual for Critical Care, 4 ed., © W.B. Saunders, 2001.

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