Infermiere negli USA: intervista ad un collega che lavora negli Stati Uniti

Infermiere in USA intervista ad un collega che lavora negli Stati Uniti

L’infermiere negli USA e il sogno americano. L’esperienza di un collega come scelta di vita negli Stati Uniti d’America. “Come e perché sono andato a fare l’infermiere nel Paese delle opportunità”

Infermiere negli USA: intervista ad un collega che lavora negli Stati Uniti d’America

Cosa ci può spingere ed indirizzare verso un cambiamento radicale della nostra vita, stravolgendo l’esistenza della nostra famiglia? Molti e diversi i motivi: da un bisogno di opportunità lavorativa migliore, a conferme necessarie che diano nuovo stimolo alla nostra stima professionale, ad un desiderio nascosto, ad una passione per l’American Dream.

Ma cos’altro si cela dietro una scelta così drastica che spinge un infermiere italiano a varcare le soglie delle tanto sdoganate e cinematografiche corsie ospedaliere statunitensi?
Le conosciamo e ne abbiamo esperienza solo attraverso le fiction cosiddette medical drama, facenti parte di un filone cinematografico che riscuote molto successo, e che incessantemente riempie lo spazio televisivo, chi più chi meno in tutte le stagioni.

I turni senza fine, le interminabili notti, il caos del P.S. In cui anche nei disastri più cupi riescono a cavarsela, i riconoscimenti di merito, lo spirito di equipe, una valorizzazione del lavoro infermieristico sempre in primo piano, la libertà di conoscere e fare. Questo emerge e buca lo schermo, insieme alle differenze italiane: mondi lontani, separati da un immenso oceano che appare invalicabile per le enormi differenze professionali.

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Intervista ad Alberto, infermiere italiano che lavora negli USA

Abbiamo chiesto chiarimenti ad Alberto, infermiere negli USA e nostro collega, che ha avuto il coraggio di lasciare tutto, e ricostruire altrettanto a Tucson in Arizona. La famiglia, la professione, il futuro ed altro ancora ce lo racconta in questa interessante intervista, che a dire il vero ha messo la pulce nell’orecchio ed un seme nel cuore anche a me, appassionato da sempre del mondo “americano”.

Da quanto tempo sei infermiere? Hai avuto altre esperienze in Italia prima di prendere questa importante decisione?

Sono un “vecchio” infermiere, ho cominciato a studiare da infermiere a 39 anni, nel 2012. Subito Dopo essermi laureato, in circa 3 anni, ho subito lavorato per un periodo in una Casa di Riposo, e poi, dopo essere stato “fermo” per qualche mese per studiare per l’NCLEX (l’esame di Stato che tutti gli infermieri americani e non, devono affrontare per poter esercitare negli Stati Uniti), ho lavorato in un Ospedale privato non lontano dalla città in cui vivevo, Forlì.

Qualcuna delle esperienze italiane ha contribuito negativamente al cambio di rotta?

In realtà ciò che mi ha dato convinzione nella scelta è stato un tirocinio che ho fatto grazie ad una partnership tra la mia Università, quella di Bologna, e il College of Nursing di Tucson in Arizona. Io e mia moglie abbiamo sempre amato gli USA ma quella esperienza ci ha fortificati nell’idea. Poi, dopo avere visto le condizioni di lavoro qua e quelle in Italia la decisione è stata semplice.

In quale Stato lavori e in che Struttura?

Al momento lavoro a Tucson, Arizona, in una struttura di Riabilitazione per post acuti. Il mio Ospedale, privato, fa parte di un Gruppo che si estende in quasi tutti gli Stati dell’Unione. Prima ho lavorato 10 mesi, sempre per lo stesso datore di lavoro, ad Albuquerque, New Mexico. Ho chiesto di essere trasferito perché il nostro obbiettivo era tornare a Tucson.

Cosa ti ha spinto e motivato ad andar via dall’Italia?

Principalmente il fatto di non vedere un futuro molto roseo per i miei due figli. Non esiste il Paradiso in Terra, ma qua sono quasi certo avranno più possibilità di crescita e spero di poter dare loro una buona educazione. Poi prenderanno le loro decisioni quando saranno più grandi. Certo, come ho già detto, le condizioni di lavoro in Italia, la retribuzione e la scarsa considerazione sociale hanno fatto il resto.

Hai dovuto sostenere degli esami ed ulteriori prove professionali per equiparare la formazione? Come hai fatto con la lingua?

Per farla breve, ci sono Istituti a livello internazionale che si occupano di equiparare il Cursus Accademico tra Stati Uniti e gli altri paesi del mondo. Personalmente ho dovuto fare un paio di tirocini integrativi che, grazie alla mia Università, sono riuscito ad espletare in qualche mese presso un Ospedale della mia zona. Poi una volta ottenuto tale riconoscimento necessitava quello della propria licenza e iscrizione presso l’Ordine Professionale e un certificato di conoscenza della lingua. Io ho fatto lo IELTS con un punteggio abbastanza alto. Sono stato fortunato in tal senso, perché prima di essere infermiere ho lavorato nel “music business” per 15 anni e giravo con band americane ed inglesi. La nostra sfortuna, come italiani, è che la nostra Scuola è in italiano, mentre in quasi tutto il resto del mondo, al di fuori dell’Europa Continentale, le Scuole infermieristiche sono in inglese.

L’Ente per il quale lavori ti ha concesso qualche forma di agevolazione/aiuto nel momento dell’inserimento?

Qui si lavora principalmente per Strutture private, ed anche gli Ospedali pubblici hanno contratti di tipo privatistico. Nello specifico, a me hanno dato un bonus di 2500 dollari e mi hanno pagato l’hotel fintanto che non ho trovato una sistemazione definitiva. Ovviamente hanno pagato tutta la parte relativa all’immigrazione a loro spettante. Ci sono sempre documenti e visite che spettano al lavoratore. Purtroppo non è un procedimento veloce ed economico.

Quali sono le differenze sostanziali tra il fare l’infermiere nel tuo Paese e nel farlo negli USA?

Qua l’infermiere è una figura “dirigenziale” e di coordinamento tra varie figure professionali. Per esempio nel mio Ospedale ci sono i “Nursing Tech” in qualche modo equiparabili ai nostri OSS ma con molte più “skills”, per esempio possono fare prelievi, cateterismi ad intermittenza, rilevano tutti i parametri vitali, ecc.. Poi certo, se un paziente richiede un approfondimento spetta al Registered Nurse (RN) farlo e soprattutto spetta a me “decifrare” i dati che mi vengono forniti. Non ci si aspetta che il RN faccia assistenza di base, ma la si fa se le condizioni lo richiedono, cioè se il Nursing Tech è impegnato con altri pazienti. Il RN non risponde ai campanelli per primo, ma spetta al Nursing Tech. Il RN non fa neanche terapia O2, ma spetta ad una figura professionale chiamata Respiratory Tech. Al Registered Nurse spetta tutto l’assessment del paziente, che generalmente in Italia viene effettuato dal medico, e ci si aspetta che conosca molte se non tutte le terapie mediche, i farmaci con effetti collaterali inclusi, e se interpella il medico deve anche essere pronto a suggerire eventuali farmaci o terapie che si ritiene utili nella specifica situazione. L’infermiere è al secondo o terzo posto nella lista delle professioni più riconosciute e rispettate negli USA.

Hai avuto sorprese in senso positivo e negativo? Cioè quali sono i pro e i contro del lavorare negli USA?

Al momento non posso lamentarmi. Certo non sono tutte rose e fiori, ci sono giorni buoni e altri meno come in tutte le cose della vita, ma qua c’è molto senso di appartenenza, ci si aiuta e ci si supporta. C’è un alto numero di personale, io ho 8/10 pz al massimo con un Nursing Tech che lavora con me e si occupa degli stessi pazienti.

C’è sempre un coordinatore infermieristico presente, notte e giorno, e si lavora generalmente su turni di 12 ore, ma ci sono altre realtà nelle quali si lavora su turni di 8 o 10 ore.

Generalmente i medici sono molto rispettosi, ci sono sempre le eccezioni, purtroppo, ma per ora non mi posso lamentare e le opportunità di crescita sono illimitate. In questa realtà il datore di lavoro finanzia il lavoratore che vuole studiare e apprendere nuove “skills”.

Qualsiasi cosa che occupi il tuo tempo, che sia una riunione o un corso di aggiornamento, viene retribuita. Più si studia e si avanza nelle conoscenze e nelle capacità e più si guadagna. Un RN con qualche hanno di esperienza è al top dei lavori come guadagno. Faccio fatica a dare un numero di riferimento poiché cambia molto tra Stato e Stato e anche all’inetrno dello Stesso Stato tra lavoro e lavoro.

L’altra faccia della medaglia è che il paziente, cliente, ospite, è come un RE! Può decidere che gli stai antipatico e quindi “licenziarti”, a me è capitato una volta sola, e bisogna davvero documentare qualsiasi cosa si fa per evitare cause milionarie. Per fortuna sei coperto dall’assicurazione della tua azienda, a meno che, ovviamente, non faccia qualcosa con dolo.

E la vita è sicuramente più costosa per cui bisogna sapersi gestire e bisogna mettere via molti soldi per la vecchiaia, per cui si lavora extra spesso. Ah, altra cosa, qua puoi lavorare per chi ti pare. Voglio dire, io ho un contratto per tre anni a tempo pieno, cioè tre turni settimana per 12 ore e non sono obbligato a fare alcun straordinario, però posso decidere di lavorare altri uno o due giorni per un altro posto e nessuno ha niente da ridire.

Il rapporto con i tuoi colleghi?

Ci sono letteralmente colleghi da tutto il mondo: filippini, tantissimi, africani da diversi paesi, medio orientali, anche un’infermiera dall’Ungheria, coreani ed un italiano, cioè me. Il rapporto è generalmente buono e di cooperazione. Certo, con alcuni si lega di più che con altri però non posso dire di non essermi trovato bene. Essere italiano in qualche modo aiuta….

Parlaci brevemente dei tuoi progetti di crescita in questo nuovo ambito.

Proprio in questi giorni sto decidendo se fare un Master in Nursing Management perché non penso di poter fare l’infermiere di reparto fino a 65/67 anni e vorrei una posizione più di management e coordinamento. Costa “un botto” ma il mio datore di lavoro mi passa una parte se rimango con l’azienda per qualche anno ancora. Qua c’è molta mobilità professionale, non si resta legati ad un semplice titolo per tutta la vita come in Italia.

Pensi ad un tuo futuro negli USA?

Certo, non penso di tornare in Italia. Non potrei più fare l’infermiere lì, e dopo un anno qui è sinceramente difficile riabituarsi all’Italia. Certo, mancano famiglia ed amici!

Ti senti di consigliare questa esperienza ai tuoi colleghi al di qua dell’oceano? E perché.

Per me non è un’esperienza, è una scelta di vita. Qualcuno viene qua per mettere via i soldi e poi fare il pensionato nel proprio paese di origine, io credo che se le cose continueranno come stanno andando ora, non tornerò. Se si sceglie di venire qua si sta qua. C’è bisogno di un cambio di paradigma per l’italiano medio, in questo Paese sei tu, non c’è lo Stato mamma che ti aiuta e ti supporta.

Puoi guadagnare bene e anche farti una decente istruzione ma ti devi saper gestire in tutto. Avrei piacere di avere colleghi italiani come colleghi, gli infermieri formati in Italia potrebbero fare bene molto bene, però deve essere una scelta di vita consapevole. Ci sono diverse agenzie internazionali di recrutamento e c’è una richiesta di RN in continua crescita.

Fare l’infermiere negli Stati Uniti d’America, l’esperienza di Alberto.

Ringraziamo Alberto per la cortese intervista ed averci consentito per un breve lasso di tempo di addentrarci insieme a lui nei suoi sentimenti, nelle personali scelte di vita e conosciuto i suoi progetti.

Ci ha fatto scattare la cosiddetta molla? Ci ha acceso la lucina che sembra dormiente in un angolo nascosto della nostra mente e nel cuore? Pensateci bene, ed eventualmente se avete voglia di chiarimenti più dettagliati potete contattare la nostra redazione per qualsiasi dubbio.

Vi metteremo in contatto con il collega.

 

Autore: Giovanni Trianni – Infermiere Legale Forense

 

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Infermiere presso DSM ASL Lecce. Formatore e Tutor. Master in infermieristica legale forense. Master in Psicologia Investigativa e Scienze Criminali. Membro e collaboratore Ufficio Stampa APSILEF. I suoi lavori spaziano nella sfera legale dell'infermieristica con uno sguardo attento al diritto del lavoro, al rischio clinico, alla cronaca.

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