Infermieri disuniti, Infermieri senza speranza.

Dario Tobruk 30/01/17
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In rete monta la polemica ma, se posso, quello che si evince è che gli infermieri disuniti non hanno speranza. L’Infermiere collettivo (chiameremo così la sommatoria di tutte le anime di ogni singolo professionista in un solo infermiere archetipico) dentro di sé è confuso e disintegrato.

L’Infermiere collettivo oggi non sa chi sia e cosa vuole e questo è vero. Una parte di sé si trova cosi vicino al malato da avere la scomoda posizione del fiato sul collo del medico, una parte “rampante” invece vuole discostarsi solo un passo indietro per riuscire a vedere cosa stia succedendo; avere una visione completa della situazione per essere abbastanza vicino al malato ed abbastanza lontano dal medico (non più dipendente ma collaboratore) con la sensazione poi di doversi sentire in colpa per non essere lì dove farebbe veramente la differenza.

L’infermiere collettivo non sa che cosa vuole

Dentro di sé le voci si soverchiano tutte come un governo instabile, maggioranza ed opposizione si rimpallano le solite accuse e lo stato (delle cose) s’arresta d’un tratto. Così l’Infermiere collettivo rimane lì dov’è, sempre più confuso nel suo limbo fatto di tradizione ed evoluzione, senza le basi solide di un potente passato, senza la viva speranza di un futuro migliore.

Eppure di problemi ne è pieno: non viene pagato abbastanza per le responsabilità richieste, il suo carico assistenziale è eccessivo rispetto ai suoi cugini europei, è demansionato quando occorre e iper-responsabilizzato quando conviene, ha accumulato straordinari e ferie perché salta costantemente riposi oppure è a casa disoccupato. Ma questo non importa perché per l’Infermiere collettivo il problema reale è se fare o non fare il giro letti, senza porsi la domanda:

Abnegarsi completamente (e giustamente nelle intenzioni vorrei dire) per il malato non ha comportato nel tempo il costante e persistente sfruttamento totale della figura più totipotente della Sanità? La domanda che dovrebbe porsi l’infermiere collettivo non è se sia giusto fare o meno il giro letti ma come si sia ritrovato con la scopa in mano a pulire il pavimento.

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio la professione infermieristica italiana ha vissuto una fase cruciale della sua evoluzione, documentata da un’intensa produzione normativa.  Infatti, l’evoluzione storica dell’infermieristica in Italia ha subìto un’improvvisa e importante accelerazione a partire dagli anni 90: il passaggio dell’istruzione all’università, l’approvazione del profilo professionale e l’abolizione del mansionario sono soltanto alcuni dei processi e degli avvenimenti che hanno rapidamente cambiato il volto della professione. Ma come si è arrivati a tali risultati? Gli autori sono convinti che per capire la storia non basta interpretare leggi e ordinamenti e per questa ragione hanno voluto esplorare le esperienze di coloro che hanno avuto un ruolo significativo per lo sviluppo della professione infermieristica nel periodo esaminato: rappresentanti di organismi istituzionali e di associazioni, formatori, studiosi di storia della professione, infermieri manager. Il filo conduttore del libro è lo sviluppo del processo di professionalizzazione dell’infermiere. Alcune domande importanti sono gli stessi autori a sollevarle nelle conclusioni. Tra queste, spicca il problema dell’autonomia professionale: essa è sancita sul terreno giuridico dalle norme emanate nel periodo considerato, ma in che misura e in quali forme si realizza nei luoghi di lavoro, nella pratica dei professionisti? E, inoltre, come si riflettono i cambiamenti, di cui gli infermieri sono stati protagonisti, sul sistema sanitario del Paese? Il libro testimonia che la professione è cambiata ed è cresciuta, ma che c’è ancora molto lavoro da fare. Coltivare questa crescita è una responsabilità delle nuove generazioni. Le voci del libro: Odilia D’Avella, Emma Carli, Annalisa Silvestro, Gennaro Roc- co, Stefania Gastaldi, Maria Grazia De Marinis, Paola Binetti, Rosaria Alvaro, Luisa Saiani, Paolo Chiari, Edoardo Manzoni, Paolo Carlo Motta, Duilio Fiorenzo Manara, Barbara Man- giacavalli, Cleopatra Ferri, Daniele Rodriguez, Giannantonio Barbieri, Patrizia Taddia, Teresa Petrangolini, Maria Santina Bonardi, Elio Drigo, Maria Gabriella De Togni, Carla Collicelli, Mario Schiavon, Roberta Mazzoni, Grazia Monti, Maristella Mencucci, Maria Piro, Antonella Santullo. Gli Autori Caterina Galletti, infermiere e pedagogista, corso di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma.Loredana Gamberoni, infermiere, coordinatore del corso di laurea specialistica/ magistrale dal 2004 al 2012 presso l’Università di Ferrara, sociologo dirigente della formazione aziendale dell’Aou di Ferrara fino al 2010. Attualmente professore a contratto di Sociologia delle reti di comunità all’Università di Ferrara.Giuseppe Marmo, infermiere, coordinatore didattico del corso di laurea specialistica/ magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede formativa Ospedale Cottolengo di Torino fino al 2016.Emma Martellotti, giornalista, capo Ufficio stampa e comunicazione della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi dal 1992 al 2014.

Caterina Galletti, Loredana Gamberoni, Giuseppe Marmo, Emma Martellotti | 2017 Maggioli Editore

32.00 €  25.60 €

Com’è finita la figura fondamentale del servizio sanitario, la cui assenza comporterebbe la paralisi totale del sistema, a lavare i pavimenti?

Ma l’infermiere collettivo è schizofrenico, troppe voci disunite parlano in lui, quindi mentre rimugina sulla domanda esistenziale sul fare o meno l’igiene al paziente non si accorge che lava anche i comodini.

Basta farsi la guerra da soli, infermieri disuniti non hanno speranze

Iniziare dalla piccole grandi cose, smetterla di farci la guerra, questa distinzione vecchia guardia e new school dura da più di 10 anni e ci ha resi ciechi di fronte ai reali problemi del nostro lavoro. Infermieri disuniti non hanno speranze. E se non riusciamo a superare le differenze che ci rappresentano, impariamo a conviverci perché, ripeto, abbiamo problemi più grossi.

In Francia il lavoro disumanizzante ha portato a 5 suicidi e ad una stagione di scioperi in cui vengono chiesti al governo francese:

  • Nuove assunzioni di personale e riduzione dei carichi assistenziali.
  • Interruzione delle dinamiche di mobbing e bossing e sostegno psicologico nelle strutture.

Forse non hanno ottenuto tutto, ma dal novembre scorso gli infermieri francesi sono stati riconosciuti a diritto tra i lavori usuranti e quindi godranno di un pensionamento anticipato mediamente tra i 55 e i 57 anni.

Noi invece cosa stiamo ottenendo? Niente, solo prese per i fondelli. Considerata l’introduzione del solo personale di sala operatoria nel giro dei lavori usuranti; personalmente mi sembra la presa in giro da parte di un governo avvezzo a questi meccanismi per riassumere nella propria propaganda: “infermiere lavoro usurante” anche se non corretto. Paradossalmente volevamo accollarci ancor più responsabilità (See & Threat, competenze specialistiche) a parità di trattamento economico e nonostante tutto siamo stati osteggiati in mille modi.

Quindi che fare? Pensiamo ai problemi reali!

Unirsi tutti verso la soluzione dei problemi reali e, solo alla risoluzione di questa, porsi l’obiettivo di guardare al di là di noi stessi. Vecchi e nuovi infermieri tutti lì sullo stesso fronte a combattere una guerra con le sole nostre forze, perché se il sistema regge ancora è grazie a noi! I problemi reali quali sono?

  • In Italia mancano 47.000 infermieri secondo gli standard europei, 15000 sono disoccupati e migliaia i precari e sottopagati.
  • In Italia il reddito degli infermieri è tra i più bassi delle principali democrazie occidentali europee nonostante il sistema sanitario nazionale è sempre tra i migliori al mondo.

Iniziamo da qui e tutti insieme, anziani e novizi, missionari e tecnici, per lo stipendio o per la gloria. Pagati decentemente, senza sovraccarichi assistenziali, turni umani, senza ferie arretrate e ammonti di ore di straordinario. Allora e solo allora potremmo tornare a farci le giuste guerre su chi siamo e cosa vogliamo diventare. Ma oggi, pensiamo alle piccole grandi cose o non avremmo speranze di andare da nessuna parte oppure ci arriveremo con una scopa in mano pulendo l’ennesimo pavimento e sempre senza capire cosa sia successo, chi diavolo ci ha messo la scopa in mano?

Dario Tobruk