Mobbing e Razzismo in Inghilterra: Marika racconta la sua esperienza di lavoro negativa.

mobbing e razzismo in inghilterra intervista a Marika

Qualche settimana fa vi avevamo proposto l’intervista alla collega Milena che da qualche anno lavora con piena soddisfazione in Inghilterra. Questa settimana invece vogliamo proporvi un’esperienza totalmente diversa rispetto a quella di un’infermiera contenta del suo lavoro in Inghilterra. Perché non è oro tutto quello che luccica, alle volte i sogni sul lavoro all’estero si scoprono essere incubi da cui si deve scappare e tornare in Italia. La testimonianza di Marika, giovane infermiera italiana trasferitasi in Inghilterra, rende l’idea di quanto sia difficile muoversi in uno scenario lavorativo del tutto nuovo. La sua esperienza ha avuto il non pregevole carattere di una battaglia vissuta in un contesto di e mobbing e razzismo in inghilterra. Le sue parole rappresentano un monito forte per chi decide di lasciare il nostro paese per cercare lavoro lontano. L’intervista a Marika racconta di un’esperienza negativa in Inghilterra:

esperienza di lavoro, mobbing e razzismo in inghilterra
esperienza di lavoro, mobbing e razzismo in inghilterra

Marika perché hai deciso di andare via dall’Italia?

Sono partita essenzialmente per mancanza di lavoro. Tramite amici miei, mass media e Facebook, ho maturato la convinzione che in Inghilterra ci fosse molta richiesta di infermieri e così sono andata. Ho trovato lavoro grazie un’agenzia italiana con sede a Dublino che mi ha inserito immediatamente nell’organico di una struttura pubblica, anche se consapevoli che il mio livello d’inglese fosse scarso, dopo una sola settimana di training e due di affiancamento mi hanno immediatamente lanciato in questa esperienza.

 

Quali sono state le maggiori difficoltà che hai riscontrato?

Io sono stata catapultata dentro quella struttura pubblica praticamente senza conoscere nulla di quel sistema. Non mi hanno dato gli strumenti per migliorare il mio livello di inglese, le tre settimane in totale di training e affiancamento non possono assolutamente colmare un gap così evidente. L’interesse vero di queste agenzie è buttarti nella mischia senza avere la minima cura del tuo futuro, loro pensano solo ad intascare fino a tre mila euro per ogni persona che riescono ad inserire nel sistema nazionale inglese, senza preoccuparsi in alcun modo di metterti nelle condizioni di fare bene.

Appena inserita in organico sono stata lasciata praticamente sola quasi dall’inizio, io avevo delle ottime conoscenze pratiche, ma il sistema inglese richiede soprattutto una conoscenza teorica (ovviamente in lingua) delle varie procedure, pure per fare un prelievo dovevo prima riempire un mare di carte. La difficoltà più grande è stata affrontare questo cambiamento per il quale non sono stata preparata e informata. Io non ho potuto sfruttare le mie qualità, in realtà al Royal Berkshire Hospital di Reading che è una città a mezz’ora da Londra, mi è sembrato solo di aver fatto professionalmente un notevole passo indietro.

Considera la frustrazione, infatti, se tutte le conoscenze acquisite non le puoi utilizzare, ma ti devi attenere esclusivamente ad una serie di procedure burocratiche che non conosci, così in poco tempo ho perso anche credibilità nei confronti degli altri colleghi.

 

Come si relazionano gli inglesi con un nuovo infermiere italiano?

Certamente non ti mettono a tuo agio, appena loro vedono che hai un modo di lavorare differente non sono disposti a scendere a compromessi e non accettano questa differenza in nessun modo. Loro fanno un lavoro che è pressoché teorico, lasciando la pratica da parte. Inoltre la cosa più importante e per la quale non mi sono sentita bene è il mobbing del quale sono stata vittima e dal quale mi sono dovuta difendere fin dal principio, inoltre loro hanno dimostrato un grande livello di razzismo contro i lavoratori stranieri.

I sanitari locali tendono a privilegiare gli inglesi.  Appena vedono che non raggiungi i loro standard, anche solo per una fisiologica necessità di adattamento, sono immediatamente propensi a farti sentire a disagio e fuori luogo. A me, dopo qualche mese, hanno fatto pure firmare un documento “action plan” del quale sconoscevo completamente il significato e che nessuno ha provveduto a spiegarmi. In pratica è un piano nel quale vengono prefissati degli obiettivi, se non li raggiungi entro un determinato lasso di tempo loro ti licenziano, ma io ero completamente allo scuro di tutto.

La cosa più incredibile è che non ti spiegano cosa stanno facendo e più in generale se tu commetti un piccolo errore non ti dicono in cosa stai sbagliando, ma ti lasciano proseguire e poi, al termine del rapporto di lavoro ti dicono cosa non andava bene.

Loro, in pratica, non ti formano professionalmente in nessun modo. Come me, alcuni colleghi italiani hanno avuto le stesse identiche esperienze ed impressioni sul razzismo e sul mobbing subito.

Se vuoi sapere come difenderti dal mobbing infermieristico:

Il mobbing infermieristico

Il mobbing infermieristico

Mauro Di Fresco, 2014, Maggioli Editore

"Sono stato mobbizzato nel 1994."Ho subito 10 procedure disciplinari in un anno e le ho vinte tutte perché, durante i 270 giorni di sospensione dal servizio, ho messo mano ai libri di diritto."Avevo rifiutato di preparare e portare una tazza di latte ad una paziente perché, secondo il mio...



 

Come è terminata questa esperienza? Hai avuto altre occasioni?

Alla fine hanno fatto sì che mi dimettessi. Dopo sette mesi di lavoro secondo i loro parametri non avevo raggiunto i loro obiettivi. Poi ho avuto un’altra esperienza sempre nell’ambito del servizio sanitario inglese, questa è stata ancora peggiore ed è durata solo tre mesi. La ragione di questo insuccesso è che ormai avevo delle cattive referenze frutto del mio pregresso periodo di lavoro. Il livello di Mobbing e scortesia in questo nuovo ospedale è stato ancor maggiore, così ho deciso dopo quest’anno di esperienza di tornare in Italia fra qualche mese.

 

Che consigli senti di dare a chi volesse intraprendere questo percorso.

Certamente di informarsi bene sulle difficoltà del territorio e soprattutto di non farsi illudere dalle agenzie che propongono tutto come molto semplice. La realtà è che qui non è consentito essere in alcun modo incerta nei tuoi primi passi, non puoi concederti errore se non vuoi essere tacciata come una persona incompetente e ancor peggio trattata male professionalmente ed umanamente.

Ritengo che sia necessario prepararsi al meglio, avere un’ottima conoscenza dell’inglese e magari vivere un periodo in Inghilterra prima di lasciare che altri ti scaraventino direttamente dentro gli ospedali.

 

Mobbing e Razzismo in Inghilterra, questa è l’esperienza di Marika

A cui -ovviamente- auguriamo il meglio, la sua esperienza è preziosa quanto quella di tutti gli infermieri italiani che lavorano all’estero ogni giorno. A tutti loro l’augurio di buon lavoro! 

 

Leggi anche:

Intervista a Milena: da anni infermiera in Inghilterra

Infermieri all’Estero: Rianimazione in Tunisia

Condividi
Avvocato; giornalista pubblicista; copywriter. Esperto di diritto sanitario a seguito di un percorso formativo in ambito legale con il conseguimento della laurea magistrale in Giurisprudenza presso l'Università degli studi di Catania ed il successivo ampliamento delle conoscenze in ambito sanitario e giornalistico.

10 Commenti

  1. Quindi avresti voluto che 1) ti insegnassero l’inglese 2) che il sistema si adattasse al tuo modo di lavorare 3) avere il posto fisso a prescindere del lavoro prodotto. Brava, in altre parole hai fatto l’italiana :-).

    • Bisogna però considerare che le persone alle prime esperienze possano essere accompagnate in un processo di affiancamento, soprattutto se usufruiscono di personale straniero che va accompagnato dalle agenzie e dagli ospedali. Forse è troppo chiedere che il sistema si adatti alle proprie esigenze ma abbiamo già sentito introduzioni al lavoro partendo da livelli minori come per esempio gli health care assistence( i nostri oss). Già è difficile per un infermiere italiano inserirsi in un contesto ospedaliero italiano, figuriamoci all’estero. Un pizzico di comprensione renderebbe la categoria più unita…ne avremo tanto bisogno

  2. Io lavoro in un’ospedale non faccio nomi,piu’ o meno ho ricevuto lo stesso trattamento della ragazza,ma a me non importa vado avanti ugualmente,anche altri colleghi che conosco stanno vivendo la stessa situazione.Qui il lavoro è diverso,non usano NANDA,NIC e NOC, in pratica gli infermieri sono degli oss avanzati. Dobbiamo adattarci alle loro regole, ci sono tanti pro e tanti contro anche qui

  3. Non è assolutamente possibile che la ragazza abbia operato come infermiera in UK senza avere conoscenze linguistiche avanzate. Ho lavorato come operatrice socio sanitaria presso una clinica privata in Inghilterra, a stretto contatto ed in collaborazione con infermieri provenienti da 5 continenti. Gli inglesi nel mio caso erano una minoranza e gli episodi di mobbing erano perpetrati soprattutto da colleghi stranieri, siano essi dell’Europa dell’Est, la stragrande maggioranza, sudafricani o quant’altro. In molti ambienti di lavoro in UK spesso si innesca una guerra sorda tra razze e sebbene il razzismo dei ricchi bianchi inglesi nei confronti degli emigranti o dei figli degli emigrati sia diffuso in società, esso può venire dissimulato in contesti lavorativi laddove a volte si hanno i problemi minori proprio con i colleghi inglesi che, per l’appunto, sono pochi. La mia inquilina nigeriana ( dolcissima ragazza, anch’essa vittima di mobbing) era una pre-registered nurse dall’ottimo inglese che si è qualificata come registered nurse previo superamento di apposito esame atto a valutare le conoscenze professionali oltre che linguistiche. Ha svolto mansioni sia di OSS che infermieristiche, laddove anche un OSS, previo apposito training, può essere poi qualificato per la somministrazione di farmaci. Altro mondo, altre regole. Io sono stata assunta con un inglese ottimo sia parlato che scritto, inoltre a loro interessava la mia formazione in psicologia clinica e varie altre eventuali specializzazioni giacchè il lavoro prevedeva la salvaguardia del benessere di individui affetti da varie patologie. Ho amato molto il lavoro e il rapporto con i pazienti, me ne sono andata quando ho realizzato che i capi abusavano nei confronti di noi dipendenti esigendo da tutti le 50 ore a settimana e training formativi immediatamente successivi ai turni di notte, della durata di 12 ore. Questo dalle mie parti si chiama tortura e sfruttamento, basato su una politica di tagli e risparmi. Dalle loro parti invece dicesi capitalismo sfrenato e vita privata azzerata, ovvero come progettare il business della sanità su libri contabili che annoverano esclusivamente indici quantitativi a discapito di indicatori qualitativi. Unico benefit concesso: un appartamento convenzionato, laddove invece il duro lavoro svolto, per gente dall’energia indomabile, come propaganda il quotidiano “The Guardian”, avrebbe meritato ben altri benefits, salari e agevolazioni, se non altro per ripagare le energie profuse. In tutto ciò è proprio la professionalità a costituire il fanalino di coda del capitalismo british intriso di tecnicismi. Il loro punto di forza è invece la formazione, in particolar modo quella teorica, dall’approccio multidisciplinare frutto di ricerche avanzate, che mira a responsabilizzare il lavoratore e a ridurre il più possibile le tendenze assenteistiche dei più pigri o disadattati. Nessuno è perfetto. Per sopperire alle carenze di personale le migliaia di cliniche disseminate in tutto il Regno Unito si affidano, talvolta o spesso, a seconda delle necessità, al lavoro di privati delle agenzie, siano essi infermieri o operatori socio-sanitari. Quando ciò si verifica al dipendente della clinica tocca lavorare il doppio, giacchè i colleghi delle agenzie non hanno familiarità con i pazienti, con la compilazione di documenti, con alcune delle prassi lavorative in uso. Nella patria del liberismo sfrenato teorizzato da Adam Smith tale duro lavoro non merita di essere pagato di più, i turni di notte non meritano di essere pagati di più, gli straordinari non meritano di essere pagati di più. Zero vita privata, zero diritti. E quando il contesto lavorativo è caratterizzato da una netta prevalenza di operatori dell’Est-Europa, quando finanche la deputy manager è una bulgara approdata nel Regno Unito 10 anni fa senza la benchè minima conoscenza linguistica e te lo dice con orgoglio e supponenza, fiera della sua carriera interna, quando tu sei l’unica italiana, ti rendi conto di avere le ali spezzate. Non puoi permetterti manifeste ambizioni capitaliste poichè li faresti arrabbiare tutti, dato il loro senso di estrema appartenenza a territori mitteleuropei. Questo è il contesto socio-economico-politico in cui gli episodi di mobbing si verificano e si caratterizzano come prassi lavorativa consolidata e tollerata dal management.

LASCIA UN COMMENTO