Non solo con l’infermiere, l’OSS e il fisioterapista: un’intervista interessante

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Solitamente siamo abituati a vedere l’OSS al fianco dell’infermiere, spalla a spalla, in perfetto connubio – o almeno così dovrebbe essere – nell’intento di realizzare quel concetto di integrazione e cooperazione dal fine ultimo di rendere, il servizio sempre più efficiente al cittadino.

Ma l’infermiere non è l’unico compagno di avventure, ne esistono tanti altri che nel mettere in atto la propria professione e le proprie competenze, richiedono l’intervento e la collaborazione dell’operatore socio sanitario.

Uno tra questi, è il fisioterapista, protagonista assoluto per ciò che riguarda l’intervento riabilitativo. Un professionista che attraverso la formazione universitaria, corsi di formazione e master ha acquisito competenze molto più avanzate rispetto al passato, andando ad annoverarsi come un protagonista assoluto, capace insieme al fisiatra di decidere la terapia, piuttosto che la prescrizione di presidi quali: bastoni canadesi, deambulatori, carrozzine e quant’altro.

Nei vari contesti dove il terapista opera, ovvero: dal reparto di medicina, neurologia, piuttosto che ortopedia e non meno importante all’interno delle case di riposo, o strutture residenziali in genere, l’OSS affianca questa figura, affinché il percorso riabilitativo venga realizzato nei dettagli.

Proprio l’operatore socio sanitario ha il compito di monitorare costantemente la condizione del paziente e provvedere all’applicazione di quelle che sono le linee guida da seguire, ad esempio in quelle operazioni di aiuto quotidiano, come la deambulazione.

In effetti, va verificata per esempio la postura durante la camminata, o più semplicemente durante il momento in cui si accompagna la persona al bagno. Gli anziani spesso assumono una postura che può provocare un’eccessiva curvatura della colonna vertebrale affaticando quindi le caviglie e le ginocchia a causa del troppo carico.

La valutazione della deambulazione va fatta in spazi idonei e ampi, dove non vi sia la presenza di barriere architettoniche, o in tragitti che non siano troppo brevi. Pertanto, durante questa fase, l’operatore socio sanitario deve valutare parametri quali ad esempio: la posizione del bacino e del tronco che deve essere tenuto eretto, la posizione dell’arto in appoggio che deve aderire bene sul pavimento, il ginocchio corrispondente al piede in appoggio, che non deve essere flesso ma ben esteso e l’arto sospeso che non deve muoversi strisciando.

L’osservazione di questi elementi da parte dell’operatore socio sanitario, può essere di valido aiuto nella diagnosi di patologie o nella progettazione e valutazione di interventi riabilitativi.

Ma per capire bene, quale contributo può effettivamente dare l’operatore socio sanitario durante il percorso riabilitativo, è doveroso chiederlo al professionista in questione.

A tal proposito è stato piacevole e interessante fare una chiacchierata con Veronica Santoro, attualmente Fisioterapista presso l’ASL Salerno.


Intervista a Veronica Santoro sul rapporto tra OSS e Fisioterapista

Veronica da quanti anni svolgi questo lavoro e dove hai iniziato a muovere i primi passi?

Ciao Alessandro e grazie per l’ospitalità! Faccio questo mestiere ormai da 10 anni, ma è inutile dirti che per me ogni giorno è come se fosse il primo. Posso dire, infatti, di essere soddisfatta pienamente della mia professione, per me prendermi cura del paziente, è una gratificazione che non ha eguali. Ho iniziato la mia attività in Veneto dove sono stata per molti anni. Qui ho avuto modo di conoscere senza ombra di dubbio, un’eccellente sanità riabilitativa dove ho imparato moltissime cose.

Assistere a casa

Da chi svolge quotidianamente un lavoro a contatto con le persone malate e i loro contesti famigliari, e che affronta con loro tutto quello che può accadere dentro le case durante l’assistenza domiciliare, nasce questo agile e utilissimo manuale. Non è un testo enciclopedico, non vuole avere, per spirito degli autori stessi, la presunzione di risolvere qualsiasi problema si possa presentare nel corso dell’assistenza domiciliare. Un’assistenza domiciliare non può prescindere dalla possibilità di effettuare a domicilio le cure necessarie ed eventuali esami diagnostici. per questo c’è bisogno di creare un équipe ben addestrata di sanitari coordinati fra loro, di assicurare una reperibilità 24 ore su 24, e di avere la certezza di una base di riferimento, fulcro importantissimo, quale la famiglia e i volontari. Proprio loro infatti rappresentano il raccordo essenziale tra il paziente e il professionista. spesso si trovano a confrontarsi con una realtà diversa, piena di incognite. Devono essere edotti sui diversi aspetti della malattia ma è fondamentale che conoscano il confine entro cui muoversi e quando lasciar posto al personale sanitario. Conoscere significa non ignorare e non ignorare significa non aver paura: una flebo che si ferma non deve creare panico nei famigliari o nel volontario, anche perché essendo loro il punto di riferimento per il paziente sono loro i primi a dare sicurezza e questo avviene solo se si conoscono i problemi. Il testo cerca perciò di porre l’attenzione sulle necessità più importanti, sui dubbi più comuni, sulle possibili situazioni “difficili” che a volte divengono vere urgenze, non dimenticando i piccoli interrogativi che spesso sono sembrati a noi stessi banali ma che, al contrario, sono stati motivo di forte ansia non solo per il paziente ma anche per i famigliari e per i volontari alle prime esperienze. Giuseppe Casale, specialista oncologo e gastroenterologo, è fondatore dell’Associazione, Unità Operativa di Cure Palliative ANTEA, di cui è anche Coordinatore Sanitario e Scientifico. Membro di molte Commissioni del Ministero della Sanità in ‘Cure Palliative’, è autore di diverse pubblicazioni, nonché docente in numerosi Master Universitari. Chiara Mastroianni, infermiera esperta in cure palliative, è presidente di Antea Formad (scuola di formazione e ricerca di Antea Associazione), e membro del comitato scientifico dei Master per infermieri e medici in cure palliative dell’ Università degli studi di Roma Tor Vergata.

Chiara Mastroianni, Giuseppe Casale | 2011 Maggioli Editore

16.00 €  12.80 €

Raccontaci un po’ della tua esperienza e del tuo rapporto con l’Operatore Socio Sanitario.

Il fisioterapista attraverso l’equipe multidisciplinare nella quale opera, crea il suo programma riabilitativo, o meglio, amo parlare di “abito riabilitativo”, in quanto come ogni “abito” che si rispetti, anche un piano riabilitativo viene fatto proprio su misura, specifico per ciascun paziente e realizzato proprio attraverso il confronto con le diverse figure professionali, per il benessere dell’ammalato.

Tra questi, l’Operatore socio sanitario, che rappresenta un valido braccio destro, in particolare, in ambito neuro riabilitativo. Nella mia esperienza personale ad esempio, nell’ambito della palestra neuro riabilitativa, l’OSS si dedica interamente al supporto del paziente con noi fisioterapisti, cooperando ampiamente ad esempio, nel trasferimento del paziente dalla sua carrozzina al letto riabilitativo, con sollevatore nel caso in cui il paziente non fosse collaborante, con movimentazione manuale nel caso in cui il paziente fosse parzialmente collaborante, o ancora, con ausili, come gli assi di scivolamento o telini ad alto scorrimento, al fine di far riprendere pian piano ed in sicurezza la propria autonomia alla persona, nei trasferimenti.

I pazienti neurologici hanno bisogno di attenzioni peculiari, ad esempio, un paziente grave con un trauma cranico che non ha ancora riappreso le funzioni del tronco (sostegno, mantenimento, prolungamento), non lo si può lasciare da solo e andare a preparare il setting, che successivamente gli servirà per la sua esperienza riabilitativa.

Per cui l’OSS, in questo caso, mi procura tutti gli ausili di cui ho bisogno (cubi e cuscini in gommapiuma ecc) anche in itinere al fine di poter svolgere la mia attività. Un altro esempio è quello dove, ponendo il paziente su di un lettino da statica, oppure su uno stabilizzatore da statica, la persona potrebbe avere una riduzione della saturazione o cali pressori o comunque un malessere in generale.

Anche in questo caso, l’operatore addetto all’assistenza è quell’occhio vigile, che attraverso le apparecchiature elettromedicali di semplice uso, come: saturimetro, apparecchio elettronico per la rilevazione della pressione arteriosa, monitora costantemente le condizioni del paziente e chiaramente, in caso di bisogno, allerta l’infermiere o addirittura il medico.

Inoltre, molto spesso, l’operatore aiuta nell’igiene posturale del paziente allettato, come nel caso di persone in stato vegetativo, o in carrozzina. Essi devono essere ben posizionati attraverso ausili come, tavoli, cuscini, divaricatori eccetera, onde evitare vizi di postura.

Aggiungo poi, restando sempre nelle esperienze da me maturate nella realtà Veneta: l’ippoterapia, per il miglioramento delle funzioni motorie e psichiche. Anche in questo caso, era irrinunciabile la presenza dell’OSS per il miglioramento riabilitativo e per la costruzione dell’interazione uomo-cavallo in condizione di sicurezza.

Bene Veronica! Ci hai fatto conoscere, un’altra importantissima specialità che è quella della fisioterapia, evidenziando come anche in questo caso la presenza dell’operatore socio sanitario è importantissima.

A questo punto voglio ringraziarti e spero di poter collaborare nuovamente con te in futuro. Grazie e buon lavoro.

Grazie a te Alessandro, un saluto a tutti i lettori di Dimensioneinfermieri.it

Autore: Alessandro Salerno (Profilo Facebook!)

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