Nuovo Codice Deontologico Infermieri: un punto di vista bioetico

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Il Nuovo codice deontologico infermieristico: un punto di vista bioetico. Il presente articolo si propone di evidenziare gli aspetti filosoficamente fondanti di tale Codice per analizzarli in chiave critica, sistematica e didascalica.

Per andare avanti … facciamo un passo indietro

Mi si consenta un breve ma “doveroso”(aggettivo a dir poco calzante con il tema affrontato) inciso su cosa intendiamo per deontologia, dal greco deon e loghìa letteralmente “studio del dovere”. Per deontologia intendiamo il complesso delle norme di comportamento non giurisprudenziali che regolano la pratica di una professione.

Il termine deontologico presenta al suo interno una continua tensione, che la filosofia non è mai riuscita a dipanare del tutto, tra il “dover essere” e “l’essere in quanto tale”; in senso più ampio ed attinente all’epoca nella quale viviamo, la suddetta tensione riguarda ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è.

 

Nuovo Codice Deontologico Infermieri

In occasione del congresso nazionale della Federazione dei collegi Ipavsi, in programma ad Ottobre 2018, il nuovo codice deontologico infermieristico sarà presentato nella sua forma definitiva. Fino a tale data, il confronto con associazioni e cittadini ed i loro conseguenti suggerimenti è non solo auspicato ma apertamente consigliato dalla Federazione.

La presentazione della bozza del Codice è avvenuta lo scorso Ottobre, esattamente un anno prima della sua presentazione definitiva.

Sono 40 gli articoli che compongono il testo del nuovo codice deontologico, il minimo comune denominatore tra questi è il principio di benessere e rispetto per la persona assistita, per la sua volontà e per i suoi diritti. Il presente articolo si propone di evidenziare gli aspetti filosoficamente fondanti di tale Codice per analizzarli in chiave critica, sistematica e didascalica.

 

Entrando “in media res”…

La totalità dei 40 articoli è stata divisa in cinque macrosezioni, la prima delle quali ha come titolatura “principi e valori”.

Credo che vada innanzitutto evidenziata un’asserzione che può risultare superflua e banale se rimaniamo in ambito di discussione teorica, ma essenziale se ci spostiamo in ambito lavorativo, dunque pratico: spesso ciò che più conta nella vita quotidiana di un operatore sanitario non è l’attaccamento a principi e regole, ma un carattere affidabile unito ad un buon senso morale, oltre che ad una persistente e strenua disponibilità emotiva.

I sopramenzionati “principi e valori” nell’esercizio professionale infermieristico ineriscono a tratti caratteriali stabiliti quali la compassione, il discernimento, la fidatezza e l’integrità, che fungono da basi per un’azione costantemente volta all’assistenza, all’organizzazione ed alla ricerca.

In particolare il tratto caratteriale dell’integrità è legato a doppio nodo a quello di coscienziosità; un operatore sanitario coscienzioso è in grado di stabilire con la dovuta diligenza ciò che è giusto, mettendo in campo una motivazione necessaria che legittimi azioni giuste in sé.

 

Un codice deontologico “esemplare” dovrebbe rispondere a domande inespresse

La seconda macrosezione riguarda la “funzione assistenziale”; l’articolo 13 recita: “l’infermiere riconosce che l’interazione e l’integrazione intra e inter professionale sono fondamentali per rispondere alle richieste della persona.”

Ho sempre pensato che l’apice di questo lavoro sia la lettura dei bisogni del paziente; questo può essere fatto solo con la consapevolezza dell’esistenza di bisogni che non arriveranno mai a tradursi in domanda, o perché non sono consapevoli in chi ne è portatore, o in quanto non hanno mai trovato delle risposte.

Ci sono bisogni che vengono anche considerati “indicibili”: qual è il paziente comune che chiede un sorriso o una mano che stringa la sua all’infermiere? Tali bisogni non giungono mai ad essere verbalizzati in quanto ritenuti illegittimi o inappropriati. I servizi socio-sanitari hanno sempre categorizzato i pazienti in sani e malati, abili e disabili, negando la possibilità di uno sguardo diverso ed onnicomprensivo che faccia della malattia e della sanità connotati di una medesima persona. Questo è esattamente quel che dovrebbe proporsi di fare il nuovo codice deontologico: rispondere a domande inespresse.

 

Cosa DEVONO gli infermieri ai loro pazienti?

La terza e la quarta macrosezione affrontano la “relazione e comunicazione” tra infermiere e paziente, ed “il fine vita”. Qui entrano in gioco concetti quali: autonomia decisionale del paziente, obbligo del dare informazioni, privacy e veridicità.

Leggendo gli articoli di tale codice risulta manifesto come il rapporto infermiere-paziente si basi su un legame fiduciario, tali rapporti fiduciari spesso si imbattono in obblighi morali contrapposti che limitano e talvolta prevalgono sugli obblighi di fedeltà.

Quando si parla di “lealtà professionale” intendiamo ciò che gli operatori sanitari devono ai loro pazienti; tale lealtà è tradizionalmente concepita come il dare priorità agli interessi del paziente in due aspetti essenziali:

  • L’operatore sanitario annulla il proprio interesse in caso di conflitto con gli interessi del paziente
  • Gli interessi del paziente hanno la priorità sugli interessi degli altri.

Sono numerosissimi i casi nei quali la cura del paziente entra in conflitto con orientamenti e credenze di operatori socio-sanitari; l’operatore sanitario “ideale” dovrebbe essere in grado di trascenderli ottemperando alle norme deontologiche del Codice che stiamo esaminando.

 

I “Minima Moralia”

L’ultima macrosezione, la quinta, riguarda “l’organizzazione e la funzione assistenziale” . Tali articoli si propongono di rintracciare quelli che venivano chiamati “minima moralia”, ovvero quei principi che mirano a rintracciare ed evidenziare i confini labili tra diritti individuali e responsabilità collettive.

Il conflitto tra doveri e valori è presente nella vita quotidiana ed ognuno ne fa esperienza dal momento in cui comincia ad avvertire che il sopravanzato – dovere o valore – non solo non perde la sua forza, ma si presenta in maniera puntuale generando un senso di colpa morale. Ecco che si profila la necessità di considerare “l’altro” come condizione sufficiente per la nostra crescita personale.

Quanto appena detto lo riscontriamo in particolare nell’art. 35 e nell’art. 40:

L’infermiere e il Collegio professionale si adoperano per sostenere la qualità e l’appropriatezza dell’esercizio professionale infermieristico.”

L’infermiere esercita la funzione di rappresentanza professionale con dignità, correttezza e trasparenza. Utilizza espressioni e adotta comportamenti che sostengono e promuovono il decoro e l’immagine della comunità professionale e dei suoi attori istituzionali.”

Ecco a cosa serve qualche passo indietro..

Aristotele sosteneva che le virtù umane mirino a sentire, giudicare ed agire grazie ad una capacità innata dell’essere umano. Ogni persona una volta raggiunto un certo grado di virtù ha l’opportunità di raggiungerne uno più alto secondo un ideale di eccellenza morale.

È sbagliato pensare che l’etica aristotelica proponga il raggiungimento della perfezione nell’essere umano, o della sua professione (per non spingerci troppo oltre l’oggetto del presente articolo) essa si propone di creare nell’individuo la tensione verso essa (cosa ben diversa), attraverso specifici ideali morali che riescono a motivare l’individuo come gli obblighi non potrebbero mai fare.

1 COMMENTO

  1. Nel frattempo…

    Nel frattempo abbiamo confermato quello che da sempre avevamo pensato di aver capito. Manipolati, tartassati, squalificati, buttati nell’asfittica sopravvivenza di servizi e di reparti, sofferenti tra i sofferenti e pazienti tra i pazienti, le nostre pur provvisorie conclusioni, lungi dall’essere guardate come i sintomi di una professione che non va oltre il fadale di una domestica, sono state diagnosticate volgare collusione in Disturbi di personalità. Sapere che c’è una “Questione infermieristica”, se certamente è un concetto orecchiabile e dalla antiche eroiche assonanze, di fatto non ci aiuta a capire né di che si tratta nella situazione né a trovare migliori soluzioni. Ci fosse pure una “Questione infermieristica” questa riporterebbe immediatamente ad una reale “Questione di Potere” che emerge dalla scelta della pratica di una metodologia della relazionalità di Potere anche lì dove, perfino il sapere delle Evidence Based Nursing dichiara di come e di quanto l’infermiere abbia fondamentalmente bisogno non di una relazionalità di Dominio ma di una relazinalità empatica e antiautoritaria.
    Ho letto sia la Prima stesura del codice Deontologico del 2016 che la proposta di Codice degli infermieri Pisani. Pur nel rispetto e nella riconoscenza per tutti i colleghi che si sono assunti un così tanto gravoso impegno, tra le due proposte non c’è paragone a favore della proposta di Pisa che, anche se va meglio capita nel suo fare riferimento ad un nuovo linguaggio a cui dovremmo meglio abituarci, prende in considerazione l’infermiere proponendo all’attenzione tutti quegli aspetti che realmente ci ritroviamo nella pratica di ogni giorno; cosa che la proposta della Prima stesura fa molto lontanamente.
    Il mio non vuole essere un approfondimento ma appena una riflessione molto parziale. Tra l’altro avviata con molto ritardo rispetto ai ritmi che il lavoro sul nuovo Codice s’è dato. Per quanto mi riguarda non è per niente questione di Codice. Pur nell’importanza e nella necessità di un Codice, la sabotata quotidiana autonomia della professione infermieristica non dipende certo né da un Codice né da una legislazione comunque presente e sufficiente. La questione è prima di tutto una questione di Potere e, per meglio capirci, di relazionalità di potere. Ecco perché non mi convince per niente l’affermazione di chi sostiene che ci sia una “Questione infermieristica”. Il vero problema è che c’è, e non certamente da ora, una “Questione Potere” che nullifica, annientandola, ogni legislazione, nullifica ogni Codice, massacra l’infermiere nell’operatività quodidiana. Una “Questione Potere” che quando ha realizzato tutto ciò altro non ha fatto, lungi dal curare o dal prendersi cura, che annichilire la già sofferente persona fino alla morte in una delle più vergognose complicitàcon l’Istituzione. Di fronte ad una relazionalità di Potere e di Dominio che si presenta sotto le mentite spoglie della “responsabilità” di responsabili a tal punto da non prendersi mai responsabilità, non c’è miglior Codice né migliore legislazione che tengano. L’infermiere si troverà a condurre una lotta giornaliera impari, in isolamento e in esclusione in una condizione che non troverà alleato nemmeno lo stesso paziente. Oltro che “coevoluzione”!
    Relativamente alla possibilità di difesa a cui può ricorrere l’infermiere né la Prima stesura del 2016 né la proposta di Pisa offrono soluzioni come non ne offre la stessa legislazione vigente. Per quello che succede nei vari servizi, l’infermiere si vedrebbe costretto a correre giornalmente affiancato dall’avvocato. A questo punto, ai molti, la soluzione migliore appare quella di lasciare perdere abbandonandosi al disamoramento per la professione, per i pazienti, a campare nei servizi facendo finta di non vedere e accomodandosi ai più squallidi trattamenti e a veri e propri rimedi inconcludenti quando non cronicizzanti o lentamente mortali.
    Un codice non si può cambiare ogni sei mesi. Forse è il caso che veramente ci prendiamo ancora un po’ di tempo e proviamo, questa volta, un Codice che sembra poterci aiutare un po’ di più rispetto a quelli che abbiamo avuto fino ad ora a poter realizzare una professione infermieristica in reale autonomia. In ogni caso, attraverso entrambe le proposte, si può evincere chiaramente di come gli infermieri sappiamo veramente con chi abbiamo a che fare. Ed entrambe le proposte, per quanto entrambe criticabili e modificabili in meglio, sono il frutto di tale consapevolezza. Che poi l’infermiere voglia continuare ad indossare il saio monacale rimane, questo, libera scelta, rimane ostacolo ad ogni forma di autonomia e di dignità professionale dove chiari sono i referenti con cui abbiamo a che fare e che… non sono certo i pazienti come dovrebbe essere.

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