Ecco il primo ospedale al mondo senza letti e… Pazienti

Il Mercy Virtual Care Center di St. Louis, in Missouri (USA), è la chiara dimostrazione di come la tecnologia possa drasticamente stravolgere la nostra concezione di sanità e di assistenza.

Assistenza virtuale altamente sviluppata

Già perché la struttura, operativa dal 2015, non ha né letti né pazienti al proprio interno, bensì una nutrita squadra di professionisti sanitari (330 fra medici e infermieri specializzati) che offrono servizi di assistenza virtuale a ben 600.000 pazienti in sette stati: Arkansas, Kansas, Missouri, North Carolina, Oklahoma, Pennsylvania e South Carolina.

Un’assistenza virtuale altamente sviluppata, che integra la tecnologia di telemedicina con i dati delle cartelle cliniche elettroniche in tempo reale; il tutto supportato da algoritmi avanzati, che rilevano immediatamente i pazienti che necessitano di intervento.

Il tutto è reso possibile da telecamere bidirezionali altamente sensibili, strumenti online e monitoraggio in tempo reale dei parametri vitali attraverso cui i professionisti possono tenere sotto controllo i pazienti a distanza. Uno ‘scherzetto’ per cui, dal 2006, Mercy ha investito il patrimonio di oltre 200 milioni di dollari.

In pratica, la più modesta delle postazioni di lavoro utilizzate dai medici e dagli infermieri è costituita da 4-5 monitor, un paio di tastiere e un telefono VoIP.

Attraverso i monitor vengono controllate alcune decine di migliaia di devices remoti e qualsiasi operatore è in grado, in ogni momento, di mettersi in videoconferenza ad alta risoluzione coi suoi pazienti remoti.

Riduzione delle riammissioni evitabili in ospedale del 52%

Secondo i dati aziendali, già solo due anni dopo l’inaugurazione del progetto, il centro ha ottenuto risultati altamente soddisfacenti: una riduzione del 52% delle riammissioni evitabili, oltre il 30% di riduzione delle spese mediche, un aumento del 20%dell’utilizzo del servizio ambulatoriale e un aumento dell’11% delle visite ambulatoriali. Altresì, il 98% dei partecipanti ha dichiarato di essere estremamente soddisfatto del programma.

Per ciò che concerne la struttura fisica, di quattro piani, questa risulta essere la prima al mondo nel suo genere ed è stata pensata per essere uno spazio di lavoro in grado di sfornare innovazioni nella cura dei pazienti e nei test dei prodotti.

L’impatto ambientale è stato ridotto al minimo e, grazie a un’attenta analisi del territorio e della topografia in fase di costruzione, è stato possibile preservare più del 70% del paesaggio originale.

Addirittura, gli alberi sono stati esaminati e scansionati da laser e droni per poter scegliere l’area migliore dove realizzare l’edificio, con l’obiettivo generale di preservare, restaurare e valorizzare.

I diversi programmi di Telemedicina

I vari programmi di telemedicina gestiti presso la struttura sono diversi, tra cui spiccano:

vICU. Trattasi della più grande unità di terapia intensiva (ICU) elettronica a hub singolo americana. È partita nel 2006 e prevede il monitoraggio, da parte di medici e infermieri, dei segni vitali dei pazienti degenti in 30 unità di terapia intensiva in cinque stati. Ma non solo: i professionisti supportano anche gli operatori sanitari che lavorano invece in presenza. Le unità di terapia intensiva SafeWatch hanno visto una riduzione del 15% del tempo di permanenza dei pazienti in ospedale.

vStroke. Grazie al programma telestroke di Mercy, le persone che si recano in pronto soccorso con i sintomi di un ictus possono essere visitati subito da un medico neurologo per mezzo di una connessione audio e video a due vie. Ciò risolve il problema dell’assenza, in molti reparti di emergenza, di un neurologo disponibile.

vHospitalists. Trattasi di un team di medici che monitorizzano virtualmente, 24 ore su 24, pazienti ricoverati fisicamente presso diverse strutture. Questi possono assistere rapidamente i pazienti prescrivendo test, esami, terapie, interpretando risultati e facendo diagnosi seduto davanti a un pc.

vEngagement. Con questo servizio, Mercy monitorizza costantemente qualcosa come 4.000 pazienti sul territorio, favorendo interventi veloci se necessario e riducendo così il bisogno di ricoveri ospedalieri.

E intanto da noi…

Una realtà che, qui da noi, appare quasi come fantascientifica. Già, perché in Italia, al di là dei ciclici proclami, la Telemedicina non è mai partita davvero e fino ad oggi è stata applicata in modo frammentario e poco coerente tra le Regioni, con qualche sperimentazione eccellente che rimane però un unicum.

Alcune domande sorgono spontanee: come sarebbero andate le cose, nel nostro paese, durante la pandemia, se la telemedicina fosse stata una realtà già sperimentata, consolidata e pienamente operativa?

E al di là dell’emergenza sanitaria ancora in corso… Se la telemedicina fosse pensata, sviluppata e applicata in lungo e in largo per l’Italia, quanti soldi potrebbe risparmiare, ogni anno, il nostro Servizio Sanitario Nazionale?

Confidiamo speranzosi nella riforma della sanità territoriale.

Autore: Alessio Biondino

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Infermiere di Emodinamica presso il Policlinico Umberto I di Roma e Redattore per Dimensione Infermiere (Maggioli Editore). Autore della raccolta di racconti "La suocera sul petto e altre storie vere" (Ianieri Edizioni, 2018), del romanzo "Buonanotte madame" (0111 Edizioni, 2014) e coautore del manuale di divulgazione scientifica "Assistenza respiratoria domiciliare - il paziente adulto tracheostomizzato in ventilazione meccanica a lungo termine" (Ed. Universitalia, 2013).

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