Quando l’infermiere è obbligato a denunciare: chi, come, che cosa?

Quando l'infermiere è obbligato a denunciare
Quando l'infermiere è obbligato a denunciare? L'infermiere non è solo un "confidente passivo" del paziente

Quando l’infermiere è obbligato a denunciare? L’infermiere, così come tutti gli operatori sanitari, non è solo un confidente passivo del paziente, in ambito lavorativo deve attenersi ad obblighi di legge specifici, è obbligato a  denunciare quando si imbatte nelle ipotesi di reato.

Dal ruolo di confidente all’obbligo di denuncia

Ormai appare evidente un carico notevole di responsabilità sulle spalle dell’infermiere, sempre più spesso si affaccia un onere di attenzione richiesto alla stregua di investigatore e protettore contro i reati constatati in servizio.

I diversi ruoli assunti dall’infermiere nel setting comunicativo-assistenziale quali confidente empatico, comunicatore assertivo, counselor, psicoeducatore per il paziente e suoi familiari, devono inesorabilmente ruotare attorno ad un fulcro, un obbligo chiaro sancito per legge proprio a causa del ruolo rivestito nella Pubblica Amministrazione quali Incaricato di Pubblico Servizio e Pubblico Ufficiale: è fatto obbligo di denuncia quando ci si imbatte in un reato.

Quando l’infermiere è obbligato a denunciare?

Quante storie del paziente si incrociano con la nostra vita professionale? A contatto con l’assistito ci imbattiamo nelle sue esperienze, nei progetti, nelle scelte e rinunce, ma anche e soprattutto in segreti e in ricordi scomodi.

Una volta superate delle barriere formali di contatto e acquisita consapevolezza dell’essenza della nostra figura, è portato ad aprirsi e a prendere dimestichezza con i gesti assistenziali da lui sentiti come protezione, e in un clima protetto esterna di tutto: è giunto il momento di manifestare i propri pensieri.

Spesso li esprime adombrati e conditi da numerosi sotterfugi, per paura e vergogna, altre volte direttamente e con schiettezza ci vomita addosso qualcosa che lo affligge: non ne può più e vorrebbe spartire con qualcuno la doglia. Il suo diritto alla salute si intreccia al diritto di protezione (posizione di garanzia) allorquando ci fa carico di questo “scottante” onere.

Come capire quindi, quando siamo di fronte a qualcosa di serio? E soprattutto quando la confidenza del paziente ci potrebbe obbligare a comunicare all’Autorità Giudiziaria quanto ascoltato? Quando siamo di fronte ad un reato?

Quella confidenza scomoda ma innocente

Un bel giorno, molto addietro, durante la mia esperienza come Tecnico di Anestesia, successe che restammo con un palmo di naso quando le parole del paziente si bloccarono nel momento fatidico.

I farmaci anestetici erano quasi in circolo per fare il loro dovere. Il solito sacro silenzio regnava nel clou della procedura a ridosso dell’intervento chirurgico, tutto era pronto. L’Anestesista si appresta alla somministrazione. I nostri sguardi erano concentrati e attenti.

Le solite domande di rito al paziente per testare lo stato di veglia: il paese di origine, il lavoro, ed altro, mentre “Morfeo indotto” si preparava. Ma nel bel mezzo il paziente già disteso e ancora lucido, ci scruta e dice in una forma dialettale: “Ticitine a mujerama ca li sordi laggiu misi sutta lu…”, (tradotto) “Dite a mia moglie che i soldi li ho messi sotto il..”

Si addormentò cullato dagli occhi poco amorevoli ed interrogatori di tutti noi. Si addormentò troncando la frase, non finì di metterci al corrente del suo “nascondiglio”, non ci permise di interagire e valutare preventivamente il dovuto. Ma soprattutto ci lasciò un carico emotivo non indifferente, che perseguitò le coscienze dell’equipe per tutta la durata dell’atto operatorio. Avrebbe potuto dire lui stesso al coniuge invocato, la sopraggiunta nota informativa? O il cambio di idea avrebbe prevalso?

Poi al risveglio niente strascichi, finì tutto lì, valutammo che l’accaduto non era degno di nota, rimanendo una esperienza bizzarra e singolare nello svolgimento di pratiche quotidiane comuni a tutti i Blocchi Operatori di questo mondo. Il proprio diritto alla protezione della salute non veniva intaccato.

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L’infermiere confidente il più esposto

A parte il bisogno di sopravvivenza dell’individuo, quello maggiormente ricercato è la comunicazione con gli altri. Questo dà alla persona un senso di sicurezza rinforzando la sua percezione di non essere sola e di avere qualcuno che l’ascolta.

Ed è proprio facendo leva sul rapporto di fiducia instaurato e a quel giusto grado di empatia nato con l’assistito, l’infermiere esplora un campo nuovo ogni volta, si addentra in una fattispecie di intimità in punta di piedi, per poter comprendere e stabilire un contatto terapeutico utile al fine di far attecchire le proprie competenze che modula in virtù della personalità e il grado di compliance differente per ogni paziente.

Nel faccia a faccia intrapreso, quindi, l’infermiere è insignito del titolo di confidente, di depositario e quasi di intermediario di problematici conflitti interiori di chi si trova di fronte. Così arriva a toccare di persona e ad essere partecipe di momenti di vita del paziente, il quale lo informa di aspetti della propria esistenza, gradatamente in base al livello di importanza e coinvolgimento.

In tale partecipazione attiva, il professionista si trova a recepire tutto ciò che gli arriva dall’interlocutore partendo dalla bazzecola per arrivare all’argomento serio, ma non sempre con questa modalità meccanicistica.

Presto detto si passa subito ad essere coinvolti pienamente nella battaglia emozionale di chi abbiamo di fronte, egli ci condurrà per mano verso punti per noi molto scottanti:

  1. espone dei fatti in cui egli stesso è stato protagonista, ha subito il fatto, ne è la vittima;
  2. espone dei fatti che gli hanno riferito o per sentito dire;
  3. espone delle supposizioni che giudica soggettivamente;
  4. espone in un modo personale senza particolari ed a sommi capi, fatti e circostanze, girando intorno senza addentrarsi nella questione.

Gli esempi potrebbero essere più numerosi ed intricati di quanto potremmo pensare, con la presenza di elementi delle diverse tipologie incrociati tra loro in un abbraccio.
Allora cosa dobbiamo tener presente, e a cosa stare attenti? Cosa, ci deve mettere in allarme?

L’infermiere deve valutare attentamente se ciò che ascolta potrebbe avere le caratteristiche di un reato, anche quando non ha chiaro (non ha ben percepito) chi possa essere il responsabile, per adottare successivamente un comportamento specifico: deve passare le informazioni ricevute a chi di competenza, in quanto non farlo lo condurrebbe a sua volta verso un illecito punito dalla legge, proprio perché appurato durante lo svolgimento delle sue funzioni (condotta aggravata).

Non dobbiamo stabilire noi la verità, la completezza, la fondatezza della comunicazione ricevuta, in quanto è sufficiente che ci sia solo il sentore del fatto illecito (fumus commissi delicti).

Gli obblighi di legge che specificano quando l’infermiere è obbligato a denunciare

Occorre fare un passo indietro e partire da un presupposto ormai assodato ed incontestabile: l’infermiere nel contesto lavorativo della Pubblica Amministrazione assume alternativamente il ruolo di Pubblico Ufficiale e Incaricato di Pubblico Servizio. Quindi nello svolgimento delle proprie funzioni è obbligato a rispettare una linea già normata.
Allo scopo è bene tener presente alcuni punti chiave e  alcuni obblighi di legge che specificano quando l’infermiere è obbligato a denunciare:

Art. 357 c.p. Nozione del pubblico ufficiale.
Art. 358 c.p. Nozione della persona incaricata di un pubblico servizio

Anche nel setting privato (a maggior ragione nel privato convenzionato con il SSN), occupandosi di salute, è tenuto in linea generale a simili obblighi, grazie anche a recenti pronunce della Cassazione. Questo perchè con la prestazione effettuata, comunque si concorre alla formazione della volontà dello Stato nella tutela della salute dell’assistito (Cass. 13/11/2000, R.P. 2001,271).

Art. 359 c.p. Persone esercenti un servizio di pubblica necessità

  1. i privati che esercitano professioni forensi o sanitarie, o altre professioni il cui esercizio sia per legge vietato senza una speciale abilitazione dello Stato, quando dell’opera di essi il pubblico sia per legge obbligato a valersi;
  2. i privati che, non esercitando una pubblica funzione, né prestando un pubblico servizio, adempiono un servizio dichiarato di pubblica necessità mediante un atto della pubblica amministrazione.

Art. 331 c.p.p. Denuncia da parte di pubblici ufficiali e incaricati di un pubblico servizio. Si menziona l’obbligo degli stessi a fare denuncia quando nel loro esercizio professionale hanno notizia di un reato perseguibile d’ufficio.

Pertanto, ogni esercente una professione sanitaria deve informare l’Autorità Giudiziaria ogni qualvolta prestando la propria assistenza si trovi in una situazione dal carattere particolarmente grave, cioè ha appreso dal paziente un’informazione di un eventuale reato. A maggior ragione è obbligato a notiziare in casi che rappresentano reati perseguibili d’ufficio, per i quali è sufficiente avere notizia per avviare le indagini, e permettere allo Stato (Procura della Repubblica) di intervenire sul responsabile, a prescindere dalla volontà della vittima (anche se non sporge querela).
Qui di seguito elencati alcuni reati interessanti il nostro campo d’azione. Nello specifico, per alcuni dei “delitti”, solo alcune ipotesi sono perseguibili d’ufficio.

  • Omicidio;
  • pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili;
  • violenza privata;
  • alcune delle diverse fattispecie di reati sessuali;
  • stalking;
  • maltrattamenti in famiglia;
  • delitti contro la libertà individuale.

Da tenere in considerazione, per chi volesse approfondire, che Legge 69/2019 denominata “Codice Rosso”, ha modificato alcune condizioni di procedibilità.

Attenti al fumus di reato

Come faccio a capire se il paziente dice la verità? Come posso capire se ciò che dice è vero? Il paziente dice e non dice: “Ma forse credo che…“.

Senza essere degli investigatori, è sufficiente avvertire un sentore (fumus) della probabilità del reato per mettere in moto il meccanismo suesposto. Qui di seguito alcune delle tante parole con un nesso logico di qualcosa che non potrebbe convincerci:

Paziente: “Quella volta ho visto che il marito picchiava la mia amica. C’era sangue dappertutto!”.
Operatore: “Ma dai, forse te ne stavi andando e ti sarai confusa!”

Paziente: “Quel mio zio, aveva abusato di me, non l’ho mai detto a nessuno. Non voglio che venga in reparto a trovarmi!”.
Operatore: “Vedrai che adesso supererai. Lasciati tutto alle spalle!”

Operatore: “Devi stare attento con la bicicletta! Fai tante cadute!”
Piccolo paziente: “Non è stata la bicicletta! E neanche papà. La mamma ha detto che è stata la bottiglia!”
Operatore: “Coraggio, non l’ha fatto apposta! Forse era stanco”

Tutti certamente, abbiamo ben presente casi analoghi che ci hanno sfiorato o talmente intensi da venirci in sogno di notte. E di sicuro avremo dato quei consigli che ci mettevano la fatidica pezza!

Ma non possiamo metterci l’animo in pace, non possiamo scappare a gambe levate e far finta di niente. Dare consigli su come affrontare e dimenticare tutto il danno sofferto (quando è un reato), proprio non ci deve sfiorare. Almeno non subito, non in quella sede, non senza dapprima aver compreso l’accaduto, lo stato d’animo, e soprattutto il danno che ci viene rappresentato.

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Per concludere

In ciò che ascoltiamo e che il paziente ci trasmette potrebbe nascondersi un reato. Non lo esterna facilmente, è chiaro, pian piano potrebbe emergere, o rimanere aleatorio, volteggiando su un filo sottile di comprensione. Delle affermazioni arrivano, ci rendono inappropriatamente tranquilli, inducendoci in errore (e farci scappare più lontano possibile da ciò che abbiamo sentito), altrimenti non avrebbe avuto senso tale discussione (visto che adoro creare ed insinuare contrasti costruttivi).

Alcune supposizioni di eventuali feedback paziente-sanitario ci inducono a riflettere immediatamente e a trovare scappatoie per noi che nulla centriamo con problematiche scottanti, con giudizi sommari non richiesti. Molto spesso però, giriamo la testa e veloci, l’angolo del corridoio. Ci vorremmo allontanare da un muro insormontabile che vacilla ed è in imminente pericolo di crollo, su di noi, già talmente oppressi da investiture che quasi scoppiamo.

Capire che è comunque un crollo che ci segue ogni giorno, ci dovrebbe spingere ed indirizzare le azioni, più che altro per un paradigma di protezione, diritto alla salute e della vita dell’assistito in primis, e per obblighi legati alla nostra divisa.

Molto spesso l’ostacolo al danno subito e l’ancora di salvezza per i nostri assistiti siamo noi, che assistiamo (in un gioco di parole), alle loro sofferenze subite.
Ancora gli automi che ci sostituiranno sono in fase di sperimentazione!
Allora si, che ne vedremo delle belle!

                                                                            Autore: Giovanni Trianni (Linkedin)

Bibliografia e sitografia

 

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Infermiere presso DSM ASL Lecce. Formatore e Tutor. Master in infermieristica legale forense. Master in Psicologia Investigativa e Scienze Criminali. Membro e collaboratore Ufficio Stampa APSILEF. I suoi lavori spaziano nella sfera legale dell'infermieristica con uno sguardo attento al diritto del lavoro, al rischio clinico, alla cronaca.

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