Un medico: “Guardo il tuo profilo Facebook prima di dire ai tuoi genitori che sei morto”

come affrontare il turno di notte

La notizia gira da qualche giorno sui social, toccando le coscienze di medici e infermieri. La traduzione è stata curata da un articolo della giornalista Silvia Morosi del Corriere della Sera.

Il medico americano Louis M. Profeta nel suo lavoro in un Pronto Soccorso di Indianapolis ha condiviso un post sul motivo per cui visita il profilo social dei pazienti che perde inevitabilmente e come questo lo aiuti a comunicarlo meglio ai cari che gli sono sopravvissuti. Come nel caso di una madre e un padre che perdono un figlio.

Segue la lettera:

Mi fa sembrare umano

«Mi fa sembrare umano. Vedi, sto per cambiare le loro vite — quelle di tua madre e tuo padre —. In circa cinque minuti, non saranno mai più gli stessi, non saranno mai più felici».

«Adesso, a essere onesti, sei solo un corpo senza nome che abbiamo intubato nel disperato tentativo di essere salvato. Non c’è movimento, vita, nulla che mi dica che avevi sogni o aspirazioni. Lo devo a loro, imparare un po’ di te prima di dover dare la notizia» («Right now, to be honest, you’re just a nameless dead body that feels like a wet bag of newspapers that we have been pounding on»).

Io non so niente di te

«Perché adesso… sono arrabbiato con te, per quello che hai fatto a te stesso e quello che stai per fare a loro. Io non so niente di te. Lo devo a tua madre, dare una sbirciata nel tuo mondo una volta vivo».

«Magari stavi messaggiando anziché guardare la strada, o eri ubriaco quando avresti dovuto chiamare un Uber. Magari hai sniffato eroina o una riga di cocaina per la prima volta. Magari non hai indossato il casco in bicicletta o non hai ascoltato i tuoi genitori quando ti dicevano di non uscire con “quell’amico”. Magari ti sei solo arreso. Magari era semplicemente il tuo momento, ma c’era la possibilità… che non lo fosse»

Lo rende quel poco più semplice

«Così ho guardato la foto sbiadita della tua patente, ho cliccato sul mio iPhone e ho cercato su Facebook. Ci sono speranze che abbiamo un amico in comune da qualche parte. Conosco un sacco di gente. Vedo il tuo sorriso, come dovrebbe essere, il colore dei tuoi occhi quando erano pieni di vita, te sulla spiaggia, soffiando le candeline, Natale dalla nonna. Hai anche un cane maltese, vedo. Bene, adesso saprò esattamente chi sono quando entrerò nella stanza. Lo rende quel poco più semplice per me, ho una domanda in meno da fare»

«Sei fortunato a non dovere vedere tutto ciò. Papà che urla il tuo nome, mamma che si strappa i capelli, accasciata sul pavimento con le mani sulla testa, come se dovesse proteggersi da colpi invisibili». Così, conclude, «io controllo la tua pagina Facebook prima di dire loro che sei morto perché mi ricorda che sto parlando di una persona, qualcuno che loro amavano».

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

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Caterina Galletti, Loredana Gamberoni, Giuseppe Marmo, Emma Martellotti, 2017, Maggioli Editore

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio...



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