“Volevo fare il medico, ma al massimo potevo diventare infermiera. E l’ho fatto, contro il parere della famiglia”

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Si chiamano Carla R., Carla S., hanno appena festeggiato i 50 anni di iscrizione all’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Piacenza e sono state premiate dalla presidente Maria Genesi al termine di una tavola rotonda dedicata alla professione (VEDI Piacenza Sera) a cui erano presenti anche la Prof.ssa Rosaria Alvaro (Ordinario di Scienze Infermieristiche generali, cliniche e pediatriche all’Università Tor Vergata di Roma e nominata Prorettrice delegata alle Politiche di Innovazione sociale) e Antonio Bonacaro (professore associato in Scienze Infermieristiche Generali, Cliniche e Pediatriche presso Università di Parma).


«Abbiamo realizzato il nostro sogno di bambine: diventare infermiere era ciò che volevamo diventare, fin da piccole, nonostante le nostre famiglie fossero contrarie. Ma ce l’abbiamo fatta, ed è stato bellissimo» spiegano le colleghe.


E ancora: «Ho scelto questo lavoro per passione – racconta Carla R. – e sono stata molto contenta della scelta che ho fatto: ci siamo conosciute nel reparto di dialisi. Poi, dopo aver fatto il corso da caposala, ho lavorato nel reparto di Medicina». 


Carla S., invece, sottolinea: «Era il mio desiderio d’infanzia, volevo fare il medico ma la possibilità non c’era e il massimo della mia aspettativa era poter diventare infermiera. Dopo l’esperienza in Dialisi, sono diventata caposala e ho lavorato per venti anni all’ospedale di Borgonovo. Ho poi avuto la possibilità di usufruire della pensione anticipata e sono diventata fisioterapista, attività che svolgo tuttora. Ma l’amore grande è sempre quello per il lavoro da infermiere».


Le colleghe hanno anche dei consigli per le nuove generazioni, sempre meno incuriosite dal magico mondo dell’infermieristica italiana (VEDI articolo Sempre meno giovani vogliono fare gli infermieri: i dati Ocse): «Di svolgere il loro lavoro con passione, dedizione al paziente che deve essere al centro dell’attenzione. E poi ascoltare e seguire i ruoli che vengono assegnati: è quello che a noi è stato insegnato e pensiamo sia ancora importante».


“Passione”, “dedizione”, “ruoli assegnati”, “famiglie contrarie”, “medici mancati”… Seguitiamo a domandarci: siamo sicuri che premiare e divulgare storie di questo tipo intrise di concetti d’altri tempi, in questo momento storico, sia utile per migliorare in qualche modo l’attrattività di una professione sempre meno appetibile?

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Alessio Biondino

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