È un paese lento, il nostro. Sempre in ritardo. Culturalmente alla deriva, costantemente incapace di utilizzare a pieno le proprie meraviglie/risorse per crescere, traboccante di leggi che nessuno fa rispettare, soffocato dalla burocrazia creata ad arte per far “mangiare” più gente possibile, stupidamente convinto che tagliando su scuola, sanità e ricerca si possa stare al passo degli altri “grandi” paesi.
Memoria
L’italia è davvero un paese strano: ha una memoria straordinariamente corta su alcune cose, basti pensare agli operatori sanitari ex ‘eroi’ della pandemia che oggi vengono presi a schiaffi nei nostri pronto soccorso (e non solo) e che sono stati totalmente dimenticati dalla politica (VEDI).
Ma ha una memoria incredibilmente lunga su altre: stereotipi, vecchiume, concezioni medievali, modi di pensare arcaici, modi di agire obsoleti e addirittura mummie politiche… Quelli no, dalle nostre parti non si dimenticano mai e vengono costantemente rispolverati. Riproposti. Giustificati.
“Caposala e primario mi chiamano ric******”
E così, nonostante ci ritroviamo immersi in un mondo occidentale sempre più multiculturale, aperto a ogni tipo di diversità, dove quest’ultima è sinonimo di scambio e di crescita, da noi ad esempio si leggono ancora notizie inquietanti, che dovrebbero davvero far riflettere sul nostro vero “livello”: «La denuncia di un infermiere gay: “Chiedo regole, vengo chiamato ric*****e da caposala e primario”» (VEDI).
Un collega infermiere che vive e lavora in Inghilterra, lo ricordiamo bene, commentò così quel nostro articolo: “In UK, dove lavoro io, un mio collega si è sentito etichettare così da un altro infermiere. Non solo l’hanno licenziato, ma non gli hanno nemmeno lasciato finire il turno. Subito fuori, tolleranza zero, come è giusto che sia”. Pura fantascienza, qui da noi.

“Pronto, Polizia? Due uomini si baciano”
Facendo un altro esempio, non a caso sempre sullo stesso tema, è di ieri un’altra imbarazzante notizia, pubblicata da diverse testate tra cui La Repubblica (con tanto di video): «”Pronto polizia? Due uomini qui si baciano…” ». La telefonata di una donna davanti a una coppia gay a Milano».
Eh già, avete capito bene. In Italia c’è ancora chi pensa di essere ai tempi di Mussolini e che perciò due ragazzi “facce di tolla” (così li ha definiti la signora) intenti a baciarsi commettano reato o, comunque, vadano in qualche modo redarguiti, puniti o rinchiusi in quanto indecenti e depravati. Non è solo una questione di età, di generazione o di scolarità: il problema qui, lo ribadiamo, in questo come in tanti altri ambiti, è culturale.

Riconoscimento degli infermieri? Complicato
Parlando finalmente di ciò che ci sta più a cuore, ovvero l’infermieristica… Con questi presupposti culturali, inequivocabili e tristemente radicati in ogni contesto, si può davvero sperare di convincere cittadini e politici che oggi gli infermieri sono qualcosa di diverso rispetto a 50 anni fa? E che, almeno teoricamente, nonostante non se ne siano accorti in molti, dovrebbero esserlo da circa 30 anni?
Siamo sicuri che, al di là delle tante chiacchiere (“eroi”, infermiere di comunità, PNRR, “professione del futuro”, “senza infermieri non c’è salute”, ecc.) l’Italia sia davvero pronta a disconoscere l’estrema centralità dei medici a favore di un riconoscimento de facto dell’infermiere come “vero” professionista autunomo, con competenze avanzate, con uno stipendio adeguato alle responsabilità, finalmente non più ancella del medico e factotum di reparto?
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L’appello della Mangiacavalli
La presidente della Federazione Infermieri, Barbara Mangiacavalli, in questi giorni ha scritto un disperato appello (VEDI) rivolto ai candidati delle prossime elezioni politiche che, a furia di slogan (e poco altro), ben lungi dal parlare di sanità e di infermieri, si contenderanno a breve l’entrata nel prossimo Parlamento.
Lo ha fatto parlando di un infermiere che è sempre più stanco e demotivato a causa della fatica, della carenza di personale, del salario basso, delle poche possibilità di crescita e che assiste quasi impotente all’inesorabile crollo dell’attrattività professionale della sua figura per i suddetti motivi.
Ma lo ha fatto anche descrivendo l’infermiere come un professionista vero, che progetta «nuovi modelli di assistenza, di cura e presa in carico di cittadini e pazienti, fuori e dentro gli ospedali» e che ha «sviluppato un’autonoma e critica linea di pensiero».
Lo ha fatto, quindi, ancora una volta, distaccandosi non poco dalla realtà lavorativa di un mare di professionisti che, invece, a causa delle colpevoli e perpetue lacune del sistema, vengono utilizzati come meri manovali senza né scienza né coscienza. Trattasi di lavoratori che non ce la fanno più, che vivono nella più totale insoddisfazione professionale, che fanno di tutto per cambiare “mestiere” e che sono i primi a consigliare ai giovani di intraprendere altre strade e altri corsi di laurea.
La professione del futuro
La numero uno della FNOPI ha concluso il suo appello con un roboante: «La politica ha oggi, in questa fase di ricostruzione e di rilancio del Paese, l’ultima possibilità per far sì che l’infermiere torni ad essere la professione del futuro per i nostri giovani. Non sprechiamola».
“Torni ad essere”…? Cara presidente, siamo tutti d’accordo che la pandemia abbia dato all’infermieristica italiana un’altra bella mazzata e che, a questo punto, vista l’aria che tira, bisogna provare a salvare il salvabile anche con appelli disperati, ma…
La carenza di personale, insostenibile, c’era anche prima del Covid. Lo sfruttamento, la mortificazione professionale e il demansionamento sistematico c’erano anche prima. Lo stipendio degli infermieri faceva ridere (gli altri) anche prima della pandemia. L’assenza di possibilità di crescita professionale c’era anche prima del Coronavirus.
I cittadini non ci riconoscevano come professionisti e ci prendevano a pernacchie anche prima. E la politica non ascoltava gli infermieri, ignorandoli o prendendoli ripetutamente a pesci in faccia, anche prima del Sars-Cov2.
Perciò ci dica: quando mai l’infermieristica ha rappresentato per qualcuno “la professione del futuro”???!!!
AAA CERCASI RIVOLUZIONARI VERI. NO PERDITEMPO.
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