Intervista alla Dott.ssa Silvia Scelsi (ANIARTI) sull’infermiere di area critica

Intervista Silvia Scelsi ANIARTI infermiere di area critica
Intervista Silvia Scelsi ANIARTI infermiere di area critica

Intervistata dal nostro Matteo Morittu, la Dott.ssa Silvia Scelsi, Presidente ANIARTI (Associazione Nazionale Infermieri di Area Critica) e Direttrice del Dipartimento Infermieristico e delle professioni tecnico sanitarie IRCCS Istituto Giannina Gaslini di Genova, ha dedicato il suo prezioso tempo alla redazione per chiarire con noi alcuni punti che interessano l’evoluzione dell’infermiere di area critica nel post-Covid.

 

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Intervista alla Dott.ssa Silvia Scelsi Presidente ANIARTI

L’intervista ha approfondito due temi centrali per la nostra professione: l’Infermiere di Area Critica impegnato nel post-Covid e l’imminente introduzione, nel panorama sanitario, della figura dell’Infermiere di Famiglia. Le parole della dirigente infermieristica Silvia Scelsi sono contropesate da un’attenta cognizione di causa in quanto quotidianamente impegnata sia come dirigente infermieristica dello storico ospedale Gaslini sia perché dirigente della maggiore associazione d’infermieri nell’ambito intensivo.

Il Covid19 ha mostrato al mondo chi è l’infermiere di area critica

L’intervistata punta subito al cuore della domanda: “Questa pandemia mondiale ha lasciato una lezione durissima a tutto il Paese e in particolare a cambiato il volto degli infermieri di area critica e li ha fatto conoscere di più. Noi sappiamo adesso chi è l’infermiere di area critica; questo perché sono sempre stati nel chiuso dei reparti intensivi dove comunque soltanto le poche persone che venivano a contatto con loro sapevano esattamente chi erano. Più spesso erano i famigliari a sapere chi erano questi infermieri perché i pazienti stessi entrano in condizioni critiche e molto spesso uscivano in condizioni più stabili ma non completamente orientati e quindi poi i loro ricordi iniziavano in altri momenti del loro percorso ospedaliero. Ecco questi sconosciuti sono improvvisamente diventati degli eroi e come mi è già capitato di chiarire altre volte, gli infermieri di area critica non vogliono essere eroi ma vogliono essere riconosciuti per quello che sono…

Gli infermieri nell’ambito intensivo, come tutti i loro colleghi, hanno sempre rifiutato l’epiteto di eroe, preferendo a questo, il riconoscimento della propria competenza: “…persone competenti in vari ambiti, non solo terapia intensiva, ma anche pronto soccorso, terapia intensive pediatriche, terapie intensive post-chirurgiche, fanno tutti i giorni il loro lavoro e lo fanno esercitando una competenza particolare.

La Dott.ssa Silvia Scelsi ricorda l’impegno dell’associazione ANIARTI per sostenere tutti gli infermieri di area critica durante il periodo Covid. I problemi più impellenti da affrontare durante l’emergenza: la comunicazione tra il paziente isolato e i famigliari, l’organizzazione dellassistenza infermieristica al paziente affetto da Covid19riuscire ad affiancare i numerosi colleghi neoinseriti da altri reparti o addirittura neolaureati, e quindi non esperti e competenti in ambito intensivo.

Guida al monitoraggio  in Area Critica

Guida al monitoraggio in Area Critica

a cura di Gian Domenico Giusti e Maria Benetton, 2015, Maggioli Editore

Il monitoraggio è probabilmente l’attività che impegna maggiormente l’infermiere qualunque sia l’area intensiva in cui opera.Verrebbe da dire che non esiste area critica senza monitoraggio intensivo. Il monitoraggio non serve per curare, ma fornisce informazioni...



Cosa rimane agli infermieri di area critica nel post-Covid?” continua Scelsi “la grande consapevolezza che il Sistema Sanitario non era realmente pronto ad affrontare un massiccio afflusso di pazienti in un evento come questo, […], la risposta si è fondata molto spesso sull’azione dei professionisti che hanno messo a disposizione la loro competenza per far fronte a quello che accaduto. Rimane la consapevolezza che il sistema necessità di essere rinforzato, non solo assumere altre persone, bisogna incominciare a parlare di professionisti con competenze adeguate, dimensionare gli organici tra persone con competenze specialistiche e con chi ha competenze generali, bisogna avere delle aree critiche che siano formate da personale con queste competenze. Bisogna incominciare a parlare di competenze specialistiche.

Bisogna che all’infermiere venga riconosciuto il suo impegno professionale perché “nonostante tutto anche adesso un infermiere competente è tal quale a qualsiasi altro infermiere” il valore contrattuale di un infermiere specializzato deve essere premiato.

L’impegno dell’associazione è portare queste istanze agli Ordini competenti: “Stiamo cercando, con il nuovo contratto, nonostante sia molto difficoltoso, di avviarci verso una differenziazione.“, come società scientifica, l’ANIARTI combatterà affinché l’infermiere di area critica abbia soprattutto la definizione di adeguati carichi di lavoro, riconosciuti dal sistema stesso, al fine di renderlo più “safe“, più sicuro. Riportando le parole dell’intervistata: “Non è solo una questione di numeri ma soprattutto di qualità.”

Il dialogo tra infermiere di famiglia e di area critica secondo Silvia Scelsi

In conclusione, secondo la dirigente infermieristica, l’infermiere di famiglia è una parte fondamentale del modello Primary Care Nursing: i pazienti sopravvissuti al Covid19 sono sopravvissuti con esiti importanti e questa presa in carico della cronicità è qualcosa che va fatto vicino alle persone, vicino ai loro ambienti di vita, al loro ambiente sociale e famigliare, perché ci vuole ricordare la dottoressa: “la figura infermieristica è per disciplina la più vicina alle persone“.

Tra alcuni punti in comune tra l’infermiere di famiglia e l’infermiere di area critica c’è la presa in carico, da parte di quest’ultimo, del paziente dimesso con un bagaglio enorme di bisogni assistenziali dalla terapia intensiva: “il Paese – sempre secondo la Silvia Scelsi – dovrebbe contribuire a sviluppare un sistema sociale che previene e promuove ma anche aiuta nelle cronicità con diversi sistemi di aiuto come quelli di sollievo della famiglia e assistenza.

L’intervista si chiude magistralmente con un punto di riflessione importante, riassunto tutto in una frase: “Perché, laddove la cura si è determinata, la diagnosi è chiara, la terapia è consolidata, quello che rimane è essere vicini, cioè essere infermieri.“.

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Autore dell’intervista: Matteo Morittu – Trascrizione e commenti: Dario Tobruk

 

 

 

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Infermiere di Unità Coronarica presso ASST Garda, frequenta il Master in Tecniche ecocardiografiche presso UniCattolica di Brescia. Tra i molti interessi, ha una certa vocazione per tutto ciò che viene percorso da "corrente elettrica": computer, macchine, internet. Da grande, nel futuro, spera di curare i cyborg.

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