La retorica dell’eroe: per salvarsi, gli infermieri devono cambiare mentalità

Dario Tobruk 16/06/20
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Infermieri e sanitari hanno capito da subito che i discorsi sull’eroismo sono specchietti per le allodole della politica e rassicurazione per il popolo spaventato. Sarà per questo che abbiamo, con tutte le nostre forze (come se non avessimo altro su cui concentrarci), continuato a sottrarci alla retorica dell’eroe. E abbiamo fatto bene.

L’eroe è sacrificabile, il professionista no

Come abbiamo precedentemente scritto i supereroi sono reali soltanto nei fumetti. Nella vita reale, le ferite bruciano per mesi e dimenticarsi di questo piccolo particolare è irresponsabile. L’eroe, nei film, appare nel momento del bisogno e senza chiedere nient’altro che poter salvare tutti e gratificarsi del proprio operato, appena risolta la situazione, fugge tra gli applausi e la commozione del popolo per tornare nel proprio nascondiglio a leccarsi le ferite.

Sempre pronto a salvare la città e il mondo intero, tornerà quando ci sarà nuovamente bisogno di lui. L’eroe, inoltre, è per definizione sacrificabile: moralmente ricattato da questa istanza, gli verrà richiesto di rispondere a questa missione con spirito di martirio.

Il pericolo più grande è che il sanitario, inizi a credere di svolgere veramente un atto eroico, spingendolo ad agire al di sopra della propria legittima sicurezza, compensando oltre ogni limite le carenze del sistema e oltrepassando per settimane i propri limiti. Questo al modico costo della propria integrità fisica e psicologica.

Secondo Wikipedia il professionista, invece, svolge il suo lavoro all’interno di limiti e requisiti di sicurezza ben definiti. Dopo un percorso accademico e professionale, il professionista la sua attività all’interno delle comunità sociali, scambiando con esse valore economico e sociale; dalla sua attività ne trae guadagno e vantaggio in nome del ruolo fondamentale che occupa con il suo lavoro. Questo è quanto.

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio la professione infermieristica italiana ha vissuto una fase cruciale della sua evoluzione, documentata da un’intensa produzione normativa.  Infatti, l’evoluzione storica dell’infermieristica in Italia ha subìto un’improvvisa e importante accelerazione a partire dagli anni 90: il passaggio dell’istruzione all’università, l’approvazione del profilo professionale e l’abolizione del mansionario sono soltanto alcuni dei processi e degli avvenimenti che hanno rapidamente cambiato il volto della professione. Ma come si è arrivati a tali risultati? Gli autori sono convinti che per capire la storia non basta interpretare leggi e ordinamenti e per questa ragione hanno voluto esplorare le esperienze di coloro che hanno avuto un ruolo significativo per lo sviluppo della professione infermieristica nel periodo esaminato: rappresentanti di organismi istituzionali e di associazioni, formatori, studiosi di storia della professione, infermieri manager. Il filo conduttore del libro è lo sviluppo del processo di professionalizzazione dell’infermiere. Alcune domande importanti sono gli stessi autori a sollevarle nelle conclusioni. Tra queste, spicca il problema dell’autonomia professionale: essa è sancita sul terreno giuridico dalle norme emanate nel periodo considerato, ma in che misura e in quali forme si realizza nei luoghi di lavoro, nella pratica dei professionisti? E, inoltre, come si riflettono i cambiamenti, di cui gli infermieri sono stati protagonisti, sul sistema sanitario del Paese? Il libro testimonia che la professione è cambiata ed è cresciuta, ma che c’è ancora molto lavoro da fare. Coltivare questa crescita è una responsabilità delle nuove generazioni. Le voci del libro: Odilia D’Avella, Emma Carli, Annalisa Silvestro, Gennaro Roc- co, Stefania Gastaldi, Maria Grazia De Marinis, Paola Binetti, Rosaria Alvaro, Luisa Saiani, Paolo Chiari, Edoardo Manzoni, Paolo Carlo Motta, Duilio Fiorenzo Manara, Barbara Man- giacavalli, Cleopatra Ferri, Daniele Rodriguez, Giannantonio Barbieri, Patrizia Taddia, Teresa Petrangolini, Maria Santina Bonardi, Elio Drigo, Maria Gabriella De Togni, Carla Collicelli, Mario Schiavon, Roberta Mazzoni, Grazia Monti, Maristella Mencucci, Maria Piro, Antonella Santullo. Gli Autori Caterina Galletti, infermiere e pedagogista, corso di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma.Loredana Gamberoni, infermiere, coordinatore del corso di laurea specialistica/ magistrale dal 2004 al 2012 presso l’Università di Ferrara, sociologo dirigente della formazione aziendale dell’Aou di Ferrara fino al 2010. Attualmente professore a contratto di Sociologia delle reti di comunità all’Università di Ferrara.Giuseppe Marmo, infermiere, coordinatore didattico del corso di laurea specialistica/ magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede formativa Ospedale Cottolengo di Torino fino al 2016.Emma Martellotti, giornalista, capo Ufficio stampa e comunicazione della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi dal 1992 al 2014.

Caterina Galletti, Loredana Gamberoni, Giuseppe Marmo, Emma Martellotti | 2017 Maggioli Editore

32.00 €  25.60 €

Gli eroi, crocerossine e missionari sono dilettanti

Se tutto questo non bastasse, è bene riconsiderare le figure eroiche e mitiche a cui l’infermiere soggiace e posizionarle sotto la lente della verità: gli eroi, le crocerossine e i missionari, al contrario di quello che si possa pensare, sono compresi nell’insieme dei dilettanti. La Treccani definisce dilettante colui che: “coltiva un’arte, una scienza, uno sport non per professione, né per lucro, ma per piacere proprio” o “si diletta di qualche cosa, o la pratica con piacere“.

Questa definizione specifica con esattezza che l’infermiere deve superare la visione anacronistica di sé, la stessa visione che il pubblico ha di noi stessi e a cui l’infermiere non può sottrarsi perché legato ad un patto di sangue etico scritto nel passato.

Abbiamo introiettato l’art.49 del precedente Codice Deontologico

Non stiamo auspicando di desistere dalla nostra deontologia, semplicemente di comprendere la lezione che questa emergenza Covid-19 ci ha dato: dobbiamo ridimensionare il nostro ruolo morale affinché l’infermiere non sia più sacrificabile e metta al primo posto la sua persona e la sua salute senza nessun senso di colpa per il paziente, se questo non è tutelato accuratamente dal sistema sanitario.

L’art.49 del precedente Codice Deontologico prescriveva:

“L’infermiere, nell’interesse primario degli assistiti, compensa le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Rifiuta la compensazione, documentandone le ragioni, quando sia abituale o ricorrente o comunque pregiudichi sistematicamente il suo mandato professionale”.

L’infermiere è stato a lungo ricattato da questo mandato ed ha introiettato questa prescrizione, sconvolgendola nel suo senso, grazie al favore delle aziende che per anni hanno sfruttato l’infermiere e la sua morale.

Avete mai visto un ingegnere arrampicarsi a un pilone di un ponte pur di completare il suo progetto? No? Eppure il suo compito non è meno fondamentale del nostro, ma non vedrete mai un vero professionista immolarsi mettendo a rischio la propria vita per completare l’opera del suo lavoro.

La tutela dell’assistito non può più essere un compito morale del solo infermiere e del sanitario, ma deve essere scaricato in parte anche alle istituzioni e alle aziende che ne rispondono politicamente. La politica si è già dimenticata di noi e senza alcun scrupolo si è presa il merito della gestione del Covid-19 e noi non abbiamo che ricevuto altro che un bonus di facciata. Dalle mie parti, quando gli adulti elargivano denaro ai bambini, accompagnavano il dono con questa frase “Tieni, compra un gelato!“.

Noi abbiamo salvato l’Italia e loro ci hanno regalato un gelato.

In caso arrivi la tanto temuta “seconda ondata”, smarchiamoci sin da subito dalla retorica dell’eroe e chiediamo di essere trattati come professionisti. Forse finalmente qualcosa cambierà!

Autore: Dario Tobruk (Facebook, Twitter)</p

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