È l’Anno dell’Infermiere ma i Media ci offendono e il Coronavirus ci svilisce.

Dario Tobruk 05/03/20
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Premessa: questo articolo è un libero sfogo, in altri contesti chiamato un editoriale. Dinnanzi all’ennesima offesa ricevuta alla nostra professione e con il privilegio di poter scrivere queste righe, volevo approfittarne per spiegarvi i motivi per cui sono arrivato alla conclusione che: questa società, attualmente, non si merita i suoi infermieri e che “l’Anno Internazionale dell’Infermiere” ne è la prova.


È l’Anno dell’Infermiere eppure i Media ci offendono mentre il Coronavirus ci svilisce.

di Dario Tobruk

Nonostante il 2020 sia l’Anno dell’Infermiere e dell’Ostetrica, dai media, dalle TV, dai giornali l’infermiere è continuamente offeso, svilito e svalutato. Usato come esempio negativo da non prendere, da evitare. Accostato ai mestieri non specializzati (come se poi questi non fossero altrettanto essenziali per la società), come gli addetti alle pulizie ad esempio, indiscutibilmente meno complessi del nostro ma degni di tutto il rispetto del mondo.

Tutto questo mentre moltissimi infermieri sono in prima linea, insieme ai medici e agli altri professionisti sanitari, nel combattere l’emergenza del Coronavirus a fianco dei pazienti e con il costante rischio di essere infettati, messi in quarantena lontano dai propri cari, per giorni isolati e costretti a lavorare ininterrottamente come i colleghi di Codogno.

CORONAVIRUS COVID-19

La storia ci insegna che da sempre le società umane combattono, ciclicamente, la loro guerra contro le epidemie, questo nemico astuto, insidioso, implacabile, e soprattutto, privo di emozioni e scrupoli. Eppure, le società umane hanno sempre vinto. Oggi il progresso scientifico e tecnologico sembra librarsi ad altezze vertiginose. Ma, nella guerra contro le epidemie, le armi dell’umanità sono e saranno probabilmente le stesse di quelle che avevamo a disposizione quando questo inarrestabile progresso aveva appena cominciato a svilupparsi, come nel XV secolo della Repubblica di Venezia, nell’800, nei primi anni del ’900. Oggi, è vero, la comunità internazionale può contare su un’incrementata capacità di sorveglianza epidemiologica, su una solida esperienza nella collaborazione tra Stati, su laboratori in grado di identificare i virus e fare diagnosi, su conoscenze scientifiche in continuo progresso, su servizi sanitari sempre migliori, su agenzie internazionali come l’OMS, l’ISS italiano e il CDC americano. Ma oltre alle conoscenze, ai vaccini e ai farmaci, all’organizzazione dei servizi sanitari, per affrontare con successo le epidemie è molto importante il senso di appartenenza alla comunità, la solidarietà sociale e l’aiuto reciproco fra persone. Di fronte ad una minaccia sanitaria, la fiducia nello Stato e nelle scelte delle autorità sanitarie, la consapevolezza del rischio e la solidarietà umana possono aver la meglio sull’ignoranza, l’irrazionalità, il panico, la fuga e il prevalere dell’egoismo che in tutti gli eventi epidemici della storia hanno avuto grande rilevanza.     Walter Pasiniè un esperto di sanità internazionale e di Travel Medicine. Ha diretto dal 1988 al 2008 il primo Centro Collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Travel Medicine.

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Talvolta è come se non fosse percettibile la complessità della professione infermieristica, invisibile o superflua la preparazione necessaria per gestire decine di malati o anche uno solo in una terapia intensiva. Crollano intere comunità quando gli infermieri non sono sufficienti eppure tutto questo non basta, e persiste un racconto mediatico condiviso, in cui si può offendere tranquillamente l’infermiere, negarne la professionalità e usarlo come metro di giudizio negativo.

Tutte le volte che hanno offeso l’infermiere

Faremo un breve riassunto di tutte le volte che, in questi ultimi anni l’onore dell’infermiere è stato offeso da politici, economisti, giornalisti, musicisti, persino alla radio. L’ultimo giornalista che ha usato la nostra professione per criticare/offendere qualcuno è Italo Cucci, giornalista sportivo, ma non andiamo troppo di fretta, prima godiamoci l’elenco:

  • Ricordiamo Sgarbi quando ha insultato Di Maio, allora candidato premier pentastellato, dicendogli che poteva fare “al massimo l’infermiere“!?
  • O quando Cesare Cremonini disse: “Io spero che i ragazzi capaci di emergere non si facciano infettare dal meccanismo, cercando il posto fisso come infermieri della discografia. Ma temo che avverrà proprio questo“.
  • Ancora l’economista (con bachelor e master costoso) Alberto Forchielli quando dichiarò a La7 di fronte a milioni di spettatori: “In alternativa può imparare un mestiere pratico perché può essere commercializzato ovunque. Mi riferisco al cuoco (nessuno nel mondo dice no a un cuoco italiano), all’infermiere, all’idraulico o al pizzaiolo. Insomma, l’alternativa allo studio serio è imparare un mestiere concreto.”.
  • Quando Repubblica pubblicò uno screen-shot in cui alcune infermiere di famiglia vennero indicate come “Infermiere-Badanti”!
  • Non si contano nemmeno tutte le volte in cui i giornalisti hanno indicato con “infermiere” chiunque commetteva un reato all’interno di un ospedale. Anche se questi era un OSS, fisioterapista oppure assistente sanitaria.
  • È un fatto recente, lo speaker di Radio Globo che durante la trasmissione del mattino, ha sminuito e denigrato gli infermieri, indicandoli come “quelli che fanno le pulizie” con “una laurea triennalina in scienze infermieristiche”. Qui per sentire l’audio:

  • E infine, come promesso, sul Corriere dello Sport Italo Cucci riassume splendidamente l’idea che i media hanno veramente dell’infermiere e che conferma nel pieno la tesi di questo articolo: “…s’è lasciato ingannare da qualche dilettante allo sbaraglio naturalmente destinato a rivelare la propria intima essenza come colui che entra in camera operatoria da infermiere spacciandosi per chirurgo. L’ora della verità è impietosa”. Ora di cosa stessero parlando, il sottoscritto se ne sbatte letteralmente, visto l’avversione per quel mondo (non il calcio come sport) ma mi è chiaro l’uso che si è fatto della parola “infermiere“.

Che senso ha festeggiare l’Anno dell’Infermiere se questo è continuamente svilito, offeso e svalutato?

Mi chiedo all’ennesima offesa ricevuta, di fronte alle reazioni di centinaia di migliaia di colleghi e nell’anno in cui l’Infermiere dovrebbe essere protagonista mondiale della politica nazionale e internazionale mentre in realtà è occupato ad affrontare una pandemia mondiale, se la realtà sia diversa da quella che ci raccontiamo.

Sono spinto a credere che l’Anno dell’Infermiere sia una furbata politically correct per accarezzare la nostra rabbia, la nostra delusione, il nostro rancore e farci stare calmi ancora un po’.

Potreste controbattermi ricordando che è proprio per il fatto che l’infermiere sia cosi svalutato che è necessario dedicargli un intero anno. Ma pensateci bene: a chi viene dedicata una giornata, un mese, addirittura un anno? A chi ne ha bisogno! E chi ne ha bisogno? Semplice, alle cause perse, gli ultimi, gli emarginati, i dimenticati, chiunque o qualunque cosa abbia la necessità di essere aiutata da una società che non ha i mezzi ne la volontà per farlo. Leggete l’elenco di tutte le giornate su Wikipedia e fatevi la vostra opinione!

Professione infermiere: alle soglie del XXI secolo

La maggior parte dei libri di storia infermieristica si ferma alla prima metà del ventesimo secolo, trascurando di fatto situazioni, avvenimenti ed episodi accaduti in tempi a noi più vicini; si tratta di una lacuna da colmare perché proprio nel passaggio al nuovo millennio la professione infermieristica italiana ha vissuto una fase cruciale della sua evoluzione, documentata da un’intensa produzione normativa.  Infatti, l’evoluzione storica dell’infermieristica in Italia ha subìto un’improvvisa e importante accelerazione a partire dagli anni 90: il passaggio dell’istruzione all’università, l’approvazione del profilo professionale e l’abolizione del mansionario sono soltanto alcuni dei processi e degli avvenimenti che hanno rapidamente cambiato il volto della professione. Ma come si è arrivati a tali risultati? Gli autori sono convinti che per capire la storia non basta interpretare leggi e ordinamenti e per questa ragione hanno voluto esplorare le esperienze di coloro che hanno avuto un ruolo significativo per lo sviluppo della professione infermieristica nel periodo esaminato: rappresentanti di organismi istituzionali e di associazioni, formatori, studiosi di storia della professione, infermieri manager. Il filo conduttore del libro è lo sviluppo del processo di professionalizzazione dell’infermiere. Alcune domande importanti sono gli stessi autori a sollevarle nelle conclusioni. Tra queste, spicca il problema dell’autonomia professionale: essa è sancita sul terreno giuridico dalle norme emanate nel periodo considerato, ma in che misura e in quali forme si realizza nei luoghi di lavoro, nella pratica dei professionisti? E, inoltre, come si riflettono i cambiamenti, di cui gli infermieri sono stati protagonisti, sul sistema sanitario del Paese? Il libro testimonia che la professione è cambiata ed è cresciuta, ma che c’è ancora molto lavoro da fare. Coltivare questa crescita è una responsabilità delle nuove generazioni. Le voci del libro: Odilia D’Avella, Emma Carli, Annalisa Silvestro, Gennaro Roc- co, Stefania Gastaldi, Maria Grazia De Marinis, Paola Binetti, Rosaria Alvaro, Luisa Saiani, Paolo Chiari, Edoardo Manzoni, Paolo Carlo Motta, Duilio Fiorenzo Manara, Barbara Man- giacavalli, Cleopatra Ferri, Daniele Rodriguez, Giannantonio Barbieri, Patrizia Taddia, Teresa Petrangolini, Maria Santina Bonardi, Elio Drigo, Maria Gabriella De Togni, Carla Collicelli, Mario Schiavon, Roberta Mazzoni, Grazia Monti, Maristella Mencucci, Maria Piro, Antonella Santullo. Gli Autori Caterina Galletti, infermiere e pedagogista, corso di laurea magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma.Loredana Gamberoni, infermiere, coordinatore del corso di laurea specialistica/ magistrale dal 2004 al 2012 presso l’Università di Ferrara, sociologo dirigente della formazione aziendale dell’Aou di Ferrara fino al 2010. Attualmente professore a contratto di Sociologia delle reti di comunità all’Università di Ferrara.Giuseppe Marmo, infermiere, coordinatore didattico del corso di laurea specialistica/ magistrale in Scienze infermieristiche e ostetriche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, sede formativa Ospedale Cottolengo di Torino fino al 2016.Emma Martellotti, giornalista, capo Ufficio stampa e comunicazione della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi dal 1992 al 2014.

Caterina Galletti, Loredana Gamberoni, Giuseppe Marmo, Emma Martellotti | 2017 Maggioli Editore

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Gli anni internazionali certificano il problema ma non lo risolvono!

Le giornate mondiali sono dedicate ad animali a rischio d’estinzione come il tonno, le tigri, le balene e gli orsi polari. Alle cose importanti da ricordare come l’acqua e la fauna. Ai problemi come il risparmio energetico o la lotta al tabacco e cosi via. Il mondo vuole solo ricordarli, acquietarsi la coscienza, non salvarli.

È proprio il fatto che è necessario un anno per ricordarsi quanto sia importante la nostra professione che ne certifica il problema: raramente, però, queste manifestazioni hanno risolto il problema. Chi sta bene non ha bisogno di giornate dedicate.

Se noi abbiamo addirittura un anno è perché siamo messi davvero male!

Sarò mosso da delusione, rabbia, sconcerto, stanchezza. Sicuramente. Ma così come 400.000 infermieri, sono stanco del continuo racconto mediatico che si fa dell’infermiere e dell’indifferenza politica del nostro destino. Siamo usati per denigrare, usati per distinguere il vile dal diligente, il preparato dall’inetto, l’intelligente dallo stupido.

Mentre l’infermiere è immerso nella sua tuta di biocontenimento, le sue ferie sono state cancellate per un bene superiore, nulla da dire, ci mancherebbe. Ma quanti di loro hanno vissuto un precedente periodo di riposo adeguato per fargli affrontare un periodo che non sappiamo quando finirà?

La doverosa conclusione

La conclusione a cui si può arrivare è soltanto una: questa società, attualmente, non si merita i suoi infermieri e l’abnegazione di questi ultimi non sarà eterna. Continuerà a fare il suo lavoro, a sudare dietro la maschera e compirà come sempre il suo dovere, fino all’ultimo. Ma questo avrà un costo e probabilmente l’infermiere sarà stanco di pagarlo: pena il rischio di estinzione personale e professionale.

Tutte le istituzioni sono avvisate: arriverà il momento in cui l’infermiere non sacrificherà se stesso per un tozzo di pane e poche pacche sulle spalle. Non dite, poi, che non ve lo avevo detto!

Autore: Dario Tobruk (Facebook, Twitter)

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